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Francesco ROSSIGNOLI
La storia dell'idea comunista nel '900: l'interpretazione di F.
Furet
tratto da Linea Tempo, marzo 1998, p. 69s., 107s.
1. Introduzione
Si è molto discusso, in conseguenza del cambiamento dei
programmi di storia, sull'insegnabilità della storia del XX
secolo. Sono state messe in luce le difficoltà che derivano dal
fatto che coloro che la devono insegnare appartengono essi
stessi, anche se ancora per poco, a questo secolo; non sarebbero
perciò in grado, o lo sarebbero con molta fatica e notevoli
rischi, di compiere quelle sintesi indispensabile, fatta di
gerarchie e di scelte, nella quale consiste gran parte del loro
lavoro di insegnanti di storia in ambito non universitario, là
dove il manuale rimane pur sempre strumento necessario se si
vuole dare quantomeno un'idea dell'insieme del divenire storico.
La vicinanza del tempo dei fatti di cui parlare renderebbe tale
sintesi non solo difficoltosa, ma anche -secondo alcuni,
soprattutto- arbitraria, facilmente condizionata da opzioni di
tipo ideologico e politico, tal comunque da dover dipendere in
misura eccessiva da un soggettivismo che non aiuterebbe certo la
formazione dell'atteggiamento peculiare dello storico, che è
quello della ricerca dell'obiettività.
Il dibattito in proposito è stato ampio ed è lontano dall'aver
raggiunto conclusioni definitive. Io però intendo mettere in
luce un altro aspetto di difficoltà, e cioè che il Novecento non
è facile da insegnare nelle nostre scuole anche per motivi di
carattere diverso da quelli cronologico e metodologico. Il
Novecento non è facile da insegnare perché i fatti e le idee che
gli appartengono rivelano una unicità storica e una enormità sul
piano delle conseguenze (di tutti i tipi) che lo rendono al
fondo inintelligibile in mancanza di una adeguata chiave
interpretativa. Andiamo a parlare ai nostri studenti di un
secolo che ha visto le guerre più devastanti, i regimi più
oppressivi, le idee più aberranti di tutta la storia, e, nello
stesso tempo, raccontiamo loro di un'epoca di sviluppi
impensati, di nuovi popoli che diventano protagonisti, di
scoperte stupefacenti, di globalizzazione compiuta. Che senso
dare a tutto questo? E' possibile reperire un senso o ci si deve
accontentare di esaminare argomenti separati secondo un
approccio analitico che esalta la parte ma fa perdere di vista
il tutto? Vi è, in altre parole, un orizzonte criticamente
fondato in cui collocare i diversi oggetti che andiamo a
trattare?
Credo che una risposta negativa ci condannerebbe ad una
situazione di empasse che non tarderebbe a far sentire i suoi
effetti sul piano della didattica. E' anche chiaro, però, che
una risposta positiva non può essere né sbrigativa né
approssimativa. Non potrebbe, per esempio, semplicemente
limitarsi a riciclare criteri di lettura impiegati per altri
momenti storici, anche se riadattati. Hobsbawn inizia il suo
Secolo breve in modo molto esplicito: "Nessuno può scrivere la
storia del XX secolo allo stesso modo in cui scriverebbe la
storia di qualunque altra epoca". Egli attribuisce questa
diversità innanzitutto al fatto che la sua vita con il periodo
in questione. Ma la sua osservazione è valida anche da un altro
punto di vista: quella del 900 è storia peculiare perché in essa
diventano protagoniste forze nuove, che affondano certo le loro
radici nelle età precedenti, ma che mostrano il loro volto solo
in questo periodo. Quali sono queste forze? Perché e come si
manifestano? Credo che l'insegnamento della storia nell'ultimo
anno della scuola secondaria non possa che costruirsi attorno a
queste domande, non per dare risposte predefinite o ultimative,
ma per non rinunciare al compito di rendere oggetto di
comprensione e di riflessione un tempo storico.
La storia dell'idea comunista, fatta da François Furet ne Il
passato di un'illusione [PdU], che è tema di questa relazione, è
-a mio avviso- di grande interesse innanzitutto perché va
esattamente nella direzione di uno sguardo complessivo ad uno
degli elementi fondamentali della storia del Novecento, quale è
la "vita" dell'idea comunista. E' bene precisare che quando dico
di grande interesse, intendo collocarmi prevalentemente sul
piano dei contributi che tale opera può offrire al mio lavoro di
insegnante di Liceo, e non formulare e sviluppare su di essa un
giudizio critico specifico e approfondito, che richiederebbe
molto di più di quanto mi propongo di fare. Ritengo, in altre
parole, che Furet offra concetti e interpretazioni che,
naturalmente, possono e devono essere criticate e discusse, ma
da cui non si può prescindere nel momento in cui vogliamo
parlare di storia di questo secolo ai nostri studenti. Non è
solo la garanzia di assoluta qualità del lavoro storico di Furet
a fondare questa affermazione. E' anche il coraggio che egli ha
avuto nello scrivere una grande opera di sintesi; ed un'opera di
sintesi su un argomento tanto cruciale quanto "scottante",
ancora oggetto di passioni politiche e carico di vissuti
personali di molti. Annotava Renzo de Felice qualche tempo dopo
la pubblicazione de Il passato di un'illusione: "Per molti
versi, [il volume di Furet] si può considerare l'opera storica
più rilevante e più significativa dell'ultimo decennio e
sicuramente una delle opere fondamentali di questo secolo ... La
cultura storica italiana non è più abituata dal tempo di Croce e
soprattutto di Volpe a opere di grande respiro. La
frammentazione del sapere storico e della ricerca in segmenti
sempre più sottili, determinata dalla degenerazione della
storiografia degli Annales che molta diffusione ha avuto in
Italia, ha sostanzialmente impedito che gli storici si
dedicassero a opere complessive di lungo periodo. Furet invece
ci ha ridato il sapore di un grande affresco, di un'indagine
seria e documentata che abbraccia gli ultimi due secoli
corroborata da un elemento interpretativo sempre chiaro e
"cartesiano", che costituisce un effettivo bilancio della storia
e delle illusioni dalla Rivoluzione francese all caduta del muro
di Berlino. Anche questo aspetto, solo apparentemente
strutturale, ma in realtà tale da investire aspetti
fondamentali, spiega l'atteggiamento sospettoso di molta critica
italiana nei confronti del volume di Furet che, obiettivamente,
non ha avuto il riscontro che meritava, né presso il grande
pubblico né, tanto meno, nell'ambiente degli addetti ai lavori".
Questo relativo silenzio caduto sull'opera di Furet è un
ulteriore ragione per riproporla. Il "coraggio" di F. riguarda
allora sia l'approccio metodologico che quello contenutistico.
Tale approccio metodologico è -abbiamo visto- irrinunciabile
proprio al livello di insegnamento medio, sempre che si voglia
uscire dalla preponderanza dell'analisi particolare e/o della
cronaca affrettata di taglio giornalistico. Bisogna, in un certo
senso, avere lo stesso coraggio.
E dal punto di vista del contenuto? Ho detto prima che
l'argomento toccato è scottante. Facilmente, quando è messo a
tema, non viene reso oggetto di trattazione serena e obiettiva e
tendono a prevalere gli slogan, le invettive, le frasi fatte, la
retorica. Proprio questo prova che su di esso vi è stato (e
forse in qualche caso ancora vi è) un -uso espressioni di F.-
investimento psicologico di enorme portata. Ma bisogna che il
passato passi. E' ormai indispensabile che gli argomenti storici
siano fatti oggetto di discorsi storici, e non politici e tanto
meno giudiziari. Se non è possibile affrontare in questo modo
tutte le vicende del nostro secolo (anche quelle legate all'idea
comunista e ai fascismi), non è semplicemente possibile farne e
insegnarne la storia.
Ora, dobbiamo in qualche modo rendere conto agli studenti, dal
punto di vista storico-filosofico, dei motivi che sono alla base
di un fatto di assoluta importanza: il fatto che questo secolo
ha visto l'affermazione di ideologie -fascismo e comunismo- che
hanno creato sistemi capaci di esercitare un potere oppressivo
su un numero sterminato di uomini, un potere che non ha
precedenti. In effetti sono paragonabili, se non altro (ma
vedremo che c'è dell'altro), le tragiche conseguenze che le due
ideologie hanno comportato su milioni di persone. Eppure -e
arrivo al punto servendomi di una citazione da una lettera dello
stesso F. a Ernst Nolte del dicembre 1996- "il fascismo e il
comunismo non soffrono di un discredito paragonabile". E' qui
chiaro che la parola discredito va intesa come punto di arrivo
di un giudizio storico che, come tale, non deriva da presupposti
diversi dalla analisi della natura dei due fenomeni in
questioni. Come mai vi è questa obiettiva diversità di
trattamento? Che origine ha? Da che cosa dipende? Se il
"discredito" è giustamente assodato per i fascismi, deve o no
comprendere anche il comunismo? Insomma c'è bisogno di analisi
storica dell'esperienza comunista, analisi storica che per vari
motivi è stata sino a questi ultimi anni carente.
Lo stesso Furet, in quella lettera, dà una traccia di risposta
affermando che la spiegazione va trovata innanzitutto nei
caratteri diversi dei due tipi di ideologia. E' perciò più che
mai evidente la necessità di una storia delle ideologie nel 900
e in particolare dell'ideologia comunista che è quella che è
durata più a lungo e che ha coinvolto un numero enorme di
persone su tutto il pianeta, oltre che aver costituito il
fondamento del potere in numerosi stati.
Il 900 è il secolo delle ideologie; più precisamente è il secolo
in cui le ideologie si fanno storia e fanno la storia, e in
questo senso interessano lo storico. E' vero che non è solo il
secolo delle ideologie. E tuttavia la dimensione ideologica è
preponderante sino oltre i ¾ di esso perché è ciò che muove la
politica e le masse. E' perciò giustificata l'affermazione di
Augusto del Noce secondo la quale "il carattere radicalmente
nuovo della storia contemporanea è di essere storia filosofica".
L'elaborazione filosofica del secolo precedente, o meglio,
l'elaborazione della filosofia della prassi trova nel 900 gli
uomini e le circostanze per incarnarsi della storia.
E' per questa ragione che un libro sulla storia dell'idea
comunista non è un libro sul marxismo teorico e le sue
differenziazioni interne, e nemmeno una storia degli Stati
comunisti. E' un libro su un sistema di pensiero, ma è più
giusto dire una fede, che ha fatto della storia il suo termine
ultimo di azione e di verifica e che nella storia ha posto il
suo fine e ha trovato la sua fine.
2. L'ingresso dell'illusione nella storia
L'idea comunista, che aveva nella storia il suo unico banco di
prova, si è rivelata una illusione. La sentenza non concede
appelli, perché è lo stesso imputato a non riconoscere una
istanza ulteriore. Non si deve però concepire una simile
affermazione come la fine di un discorso; sarebbe semplicistico
e ingiusto. La si deve piuttosto concepire come l'inizio di una
riflessione sulla capacità di attrazione di una ideologia che,
oltre a coinvolgere e mobilitare, masse e personalità, si è
dimostrata più resistente alle smentite che sin dall'inizio la
stessa storia non ha mancato di pronunciare, di quanto la
semplice parola "illusione" lasci normalmente immaginare.
Verrebbe da dire che, tra le illusioni, era quella che meno si
lasciava inserire nella categoria, o anche che era
quell'illusione che sembrava avere le chance migliori per non
essere tale. Ma quando è giunta al termine della sua parabola,
si è visto che la sua forza era esattamente la forza
dell'illusione. Osserva Furet che "l'illusione non accompagna la
storia comunista: ne è costitutiva" [PdU, p. 6]. Il perché della
forza d'attrazione di questa illusione è il vero tema dell'opera
ed anche la sua originalità. Bisogna subito dire, però, che
l'illusione non è un'esclusiva del comunismo. Essa è una
dimensione all'interno della quale si muova anche l'altra grande
ideologia del 900, il fascismo. Scrive Furet che "il fascismo,
prima di venir disonorato dai propri crimini, è stato una
speranza. Ha sedotto non solo milioni di uomini, ma anche molti
intellettuali" [PdU, p. 9]. L'illusione nel XX secolo fa il suo
ingresso nella storia e lo fa da protagonista assoluto e non da
comprimario. La sfera politica è quasi per intero occupata dalla
forza di mitologie politiche, diventando così totalizzante. Essa
non riconosce ambito sociale e individuale che sfugga alla sua
presa e perciò inserisce i metodi che ha maturato nell'età
moderna, e che Machiavelli ha magistralmente enucleato, in un
nuovo contesto che li potenzia e li trasfigura. L'attività
politica diventa cioè prassi soteriologica. Mi sembra -osservo
di sfuggita- che questo machiavellismo portato all'estremo
sfocia nella negazione della lezione del segretario fiorentino:
lo sganciamento della politica dalla morale, che a ragione
suscita perplessità e riserve, può anche in positivo essere
tradotta come indisponibilità all'assorbimento della morale da
parte della politica, in quanto a questa appartiene il tema del
potere non quello della salvezza. Che è proprio ciò che non
avviene nei sistemi totalitari, ove potere e salvezza, ossia
Stato e realizzazione dell'umano, sono in inestricabile
simbiosi.
Emergono allora due punti chiave: a) qual è il processo storico
- filosofico che porta le ideologie e perciò le illusioni al
rango di protagoniste del XX secolo?; b) perché l'idea comunista
ha avuto un fascino e un credito superiori e duraturi?
La risposta al primo quesito è reperita da Furet nella relazione
tra Rivoluzione francese e quella che egli definisce "passione
rivoluzionaria del 900". La risposta al secondo quesito si
sviluppa attorno a una categoria di primaria importanza, che io
intendo sfruttare come filo conduttore per riprendere
sinteticamente il discorso di Furet: è la categoria
dell'universale.
3. La rivoluzione: l'invenzione dell'uomo da parte di se stesso
L'origine dell'universo concettuale in cui si muove la storia
del Novecento, oltre che quella dell'Ottocento, è la Rivoluzione
francese. Il comunismo non fa eccezione; al contrario trae da
essa la legittimazione a porsi come guida della storia. Furet
parla di una devoluzione immaginaria per la quale la Francia
consegna il testimone di pilota del progresso umano, conquistato
dal 1789, alla Russia della rivoluzione d'ottobre. Ma allora che
cosa conferisce alla rivoluzione francese la patente di
archetipo, di matrice di ogni sviluppo storico da due secoli a
questa parte? Da cosa è data la sua intrascendibilità?
E' nota l'importanza degli studi e delle interpretazioni di
Furet sulla rivoluzione francese (cfr. Critica della Rivoluzione
francese, Laterza, 2^ ed. 1989). Da una parte egli riprende
l'analisi di Tocqueville, che legge la Rivoluzione in continuità
con il passato, essendone in fondo il compimento: il suo
risultato è il consolidamento e il compimento del processo di
accentramento del potere intrapreso dalla monarchia secondo i
modelli dell'assolutismo. La rivoluzione non è un'improvvisa
rottura, perché essa non fa che rendere ancora più forte il
predominio del potere amministrativo sulla società civile. Essa
se si risolve con l'assorbimento della società nello stato: è la
tradizione assolutista che rinasce a un altro livello nel
momento in cui viene, nelle intenzioni degli attori dell'evento
rivoluzionario, negata. Dall'altra parte Furet non intende
affatto negare il valore di cesura storica della rivoluzione;
anzi, intende determinarlo in tutta la sua ampiezza. Solo che
esso va reperito sul piano della prassi e della coscienza
storica. Egli cioè si chiede: perché il processo di continuità
tra l'Ancien regime e il nuovo -messo in luce, appunto, da
Tocqueville- ha preso la strada della rivoluzione? Perché nel
vuoto di potere, in cui si fanno strada forze nuove, viene a
galla il vero elemento di novità: l'ideologia, ossia un sistema
concettuale e valoriale che immagina una socialità radicalmente
nuova e che muove l'azione dei soggetti storici in vista della
sua realizzazione. L'ideologia affonda le sue radici in una
realtà politica che dai tempi di Luigi XIV ha visto interrotti i
tradizionali canali di comunicazione tra società e stato e che
perciò ha trovato nella dimensione intellettuale lo spazio della
libertà. E' però -e non può essere altrimenti- una libertà
astratta: vive in un mondo fondato sull'opinione. Gli
Illuministi producono opinione, non azione. Ma le circostanze
che preparano e conducono all'89, in particolare le lotte per
l'elezione dei deputati agli Stati Generali, saldano opinione a
azione, generando l'ideologia rivoluzionaria. Il termine
ideologia viene perciò ad indicare una profonda novità
nell'autocoscienza dei soggetti storici; esso infatti viene a
significare che "tutti i problemi individuali e tutte le
questioni morali o intellettuali sono divenute politiche e che
non c'è sventura umana che non possa avere una soluzione
politica"; e che "l'azione è tutt'uno con la dottrina e la
morale" [ibidem, p. 32]. La politica diventa la sfera del vero e
del falso, del bene e del male. Nasce l'illusione della
politica. L'opinione diventa potere e lo diventa in quanto è
unita al popolo, lo rappresenta o ne è l'istanza, la voce (a
seconda che prevalga il modello rappresentativo o il modello di
democrazia diretta). Infatti, l'idea centrale di questa opinione
tradotta in azione è l'uguaglianza, cui ben presto si accompagna
l'idea nazionale. Con l'illusione della politica, ci si trova in
un universo storico radicalmente nuovo. La politica assume una
dimensione totalizzante e perciò richiede tutte le energie a
disposizione; dalle fisiche alle intellettuali e alle
spirituali. Diviene ambito religioso laicizzato e come tale
intende riscrivere ex novo il contratto sociale e creare un uomo
nuovo. La rivoluzione francese ha inventato una concezione
messianica della politica. Così Furet spiega il carattere
essenziale di ogni rivoluzione e, nel contempo, il motivo per il
quale la rivoluzione francese è paradigma di ogni rivoluzione.
4. Dalla rivoluzione alla rivoluzione
Come nell'atteggiamento religioso vi è una costante
consapevolezza del nemico, che è il male, che trova in Satana la
sua origine precisa e contemporaneamente misteriosa, così è
fondamentale per il nuovo immaginario politico la figura del
nemico, del traditore, dell'agente della controrivoluzione. Per
l'ideologia rivoluzionaria francese è il complotto
aristocratico. La figura del nemico produce l'energia
rivoluzionaria, ed è talmente necessaria che non può non
esserci. Altresì, l'atteggiamento religioso, per definizione,
richiede un Dio. Ora, trattandosi di una religione laicizzata e
pertanto in netta opposizione al cristianesimo (la rivoluzione
francese, nelle sue varie fasi, cerca di eliminare o di
sottomettere la Chiesa, quantomeno nella misura in cui questa
non era assimilabile agli ideali rivoluzionari), che Dio si
darà? Quale sarà questo Dio laico? Il culto dell'Ente supremo
non è certo una risposta duratura: non è in fondo coerente con
le premesse, è una giustapposizione, un retaggio del deismo
illuminista più che parte integrante dell'ideologia.
E' il XIX secolo a dare forma e figura al Dio della rivoluzione
e al suo nemico. Furet parla molto di più del secondo che del
primo, perché è sentito come più concreto; nondimeno possiamo a
ragione ritenere che il primo ha, sul piano filosofico, la
maggior importanza. Dio è la storia, il nemico è il borghese.
Furet non si sofferma sul modo in cui la storia prende il posto
di Dio. Si tratta comunque, evidentemente, del processo di
immanentizzazione operato dall'idealismo cui si aggiunge, mano a
mano che il secolo avanza, la morte di Dio. A questo punto,
volendo evitare gli esiti nichilistici profetizzati da Nietzsche
(e che il secolo successivo dimostrerà invece inevitabili), la
storia deve chiamare a raccolta anche l'altra sfera in cui
l'attività umana sembra dischiudersi alla prassi trasformatrice
e all'onnipotenza dell'umanità: la scienza. E' esattamente
l'operazione che il marxismo mette in atto ancor prima
dell'annuncio nietzschiano: innervare le promesse messianiche
contenute nell'ideologia rivoluzionaria della certezza e
dell'oggettività portate in dote dalla scienza. La storia è
l'unico spazio in cui si gioca il destino dell'uomo. In essa
l'uomo può con il suo volere e il suo agire sottrarsi al
passato, e insieme, essa non è il regno dell'accidentale, ma
segue una legge che ha forza di scientificità. In questo
difficile connubio tra volontà e scienza il marxismo trova la
sua enorme capacità di fascino e, ad un tempo, il suo punto
dolente, origine delle sue eresie interne. Non si può però
negare che, sgombrato il campo dal cristianesimo, nessun
propellente ideale più forte era a disposizione.
Il XIX secolo -si diceva- dà piena vita anche al nemico di cui
la rivoluzione, ogni rivoluzione, ha bisogno. Il nemico di un
evento universale deve essere un nemico universale.
Dialetticamente, deve sempre accompagnare la rivoluzione avendo
caratteristiche antitetiche, proprio come il male si oppone al
bene, consentendogli tuttavia di trionfare. Un compito troppo
grande per l'aristocrazia. Un nemico di questo genere può
scaturire solo da un evento di assoluta portata storica.
L'evento epocale della rivoluzione industriale ha in sé il
soggetto storico che può rivestire quel ruolo. E' la
trasformazione più radicale e universale della storia ed è
perciò chiaro che la classe sociale che ne è protagonista, la
borghesia, è l'unica in grado di creare un mondo "a sua immagine
e somiglianza". E lo fa mediante lo sfruttamento del
proletariato, cioè dell'unico altro soggetto storico universale
nato dalla economia capitalista. E' perciò ancora una volta il
marxismo a dare sviluppo all'idea di rivoluzione, individuando
con nettezza il nemico. Ma -secondo Furet- che il vero nemico
fosse il borghese era già stato in qualche modo anticipato
-estremo paradosso- dalla rivoluzione "borghese". Egli scrive:
"I giacobini francesi del 1793, ritenuti gli iniziatori del
regno della borghesia, offrono il primo massiccio esempio di
borghesi che detestano i borghesi in nome di principi borghesi"
[PdU, p.25]. La figura del borghese soffre infatti di una forma
di schizofrenia: da un lato, tende all'eguaglianza, dall'altro è
determinato dall'individualismo. La lotta contro la borghesia
nasce sempre all'interno della borghesia e non rimane
prerogativa del marxismo. Ogni tentativo di costruzione di una
socialità totalmente nuova non potrà non vedere nell'egoismo
borghese l'ostacolo fondamentale a che una somma di individui
diventi corpo, organismo. In questo non differiscono fascismo e
comunismo.
Ma nell'800 manca la circostanza storica che possa dare sfogo a
questa passione rivoluzionaria. Al contrario, gli esiti
deludenti delle rivoluzioni ottocentesche e, per converso, i
progressi che i sistemi borghesi, pur tra innumerevoli
contraddizioni, realizzano e che cominciano con fatica ad avere
qualche positivo rimbalzo sulle classi inferiori, raffreddano
l'impeto rivoluzionario e aprono la strada a ipotesi gradualiste
e riformiste. La rivoluzione è sempre all'ordine del giorno;
eppure appare più lontana dal reale. La storia effettiva sembra
riprendersi una sorta di rivincita sulla forma mentis
rivoluzionaria, la quale è più attiva che mai, ma tende ad
assomigliare al cane che più abbaia meno riesce a mordere. Dei
due grandi ideali consacrati dalla rivoluzione francese,
l'uguaglianza e la nazione, spesso in dialettica tra loro, gli
Stati dell'800 fanno proprio il secondo, ma non secondo le
modalità rivoluzionarie, bensì usandolo in senso
controrivoluzionario. Esso diventa nazionalismo, cioè negazione
dell'universale in nome del particolare: nazione e rivoluzione
si separano. Ma quegli stessi Stati non capiscono che, proprio
attraverso il nazionalismo, l'universale e perciò la rivoluzione
sono destinati a prendersi la rivincita. Il nazionalismo,
infatti, contribuisce in modo essenziale, a determinare
quell'evento, la Grande guerra, che riporta sulla scena della
storia la rivoluzione.
Si capisce allora perché, anche per Furet, che pure non lo
afferma esplicitamente, il Novecento -almeno in un certo senso-
comincia con la Prima guerra mondiale. E' una guerra combattuta
in nome del particolarismo ma riguarda e coinvolge tutti. Egli
ne parla come della "prima guerra democratica della storia", in
quanto colpisce l'universalità dei cittadini. E continua:
"Arruolando sotto le sue bandiere tutti gli uomini validi,
esigendo da tutti il sacrificio supremo, la guerra del 1914 ha
reso ognuno di questo uomini, anche il più umile, giudice del
contratto sociale" [PdU, p72]. La guerra produce a suo modo una
coscienza democratica, un senso di uguaglianza, di appartenenza
a un comune destino. Ha annullato le differenze, ha strappato
tutti alla loro identità e li ha gettati nel grande meccanismo
dello Stato, cui dare la vita. Chi torna a casa non potrà e non
vorrà più tornare indietro; vorrà continuare a sentirsi parte e
insieme protagonista collettivo. Il suo luogo è la massa. Che la
Rivoluzione d'Ottobre scoppi grazie a questa guerra e in questo
contesto, fa sì che l'idea di rivoluzione torni prepotentemente
alla ribalta: l'Ottobre assume l'eredità della Rivoluzione
francese e aggiungendo ad essa nuovi tratti distintivi che la
renderanno nientemeno che "momento mitologico per eccellenza
della storia".
5. Il mito dell'Ottobre
E' solo la rivoluzione d'Ottobre che pone fine alla rivoluzione
francese. Già nella prima parte della Critica della rivoluzione
francese, significativamente intitolata «La rivoluzione francese
è finita», Furet annotava che per la storiografia marxista è
solo il bolscevismo ad avere piena dignità di erede, e non la
Terza repubblica. Nella seconda parte osservava poi che il 1917
consacra la rivoluzione francese come madre di un evento reale
definitivamente liberatore. Queste riflessioni sono sviluppate e
approfondite ne Il passato di un'illusione. Mi sembra che il
filo conduttore che le collega sia -come sopra dicevo- la
categoria dell'universale, che infatti contiene tutto il
bagaglio ideale che la rivoluzione francese consegna all'Europa.
Possiamo allora cominciare a sintetizzare quanto dice Furet allo
scopo di individuare una risposta al secondo quesito posto. Il
fascino del bolscevismo vittorioso è vivo e potente da subito
non tanto per una effettiva conoscenza di ciò che esso è, bensì
per il fatto che esso, nell'immaginario degli intellettuali e
delle masse di sinistra, compie la promessa di universale
rigenerazione dell'umanità contenuta nell'evento rivoluzione dal
1789 in poi.
Ma non si limita a questo. La sua universalità è -per così dire-
incrementata e portata a un livello superiore dalla sua rivolta
contro la guerra, oltreché dal suo presentarsi unta di tutti i
crismi della scientificità. Scienza e pace danno all'Ottobre la
promozione a faro e speranza del genere umano. La prima è la sua
radice ottocentesca, la seconda è il suo frutto novecentesco.
Scienza e pace sono ciò che la rivoluzione francese non
possedeva. Si capisce allora lo strano paradosso per cui la
Russia -paese definito più di ogni altro come "arretrato"-
compie improvvisamente il gran balzo da retroguardia ad
avanguardia dell'umanità. Ed anche l'altro paradosso, per cui
l'idea leninista, proprio nel momento in cui porta allo
scioglimento della Costituente e instaura il potere del partito
unico, acquista una certa credibilità anche in chi non è
comunista (una "credibilità borghese") e diventa un simbolo.
Essa infatti viene letta e si fa leggere come un giacobinismo
compiuto e perciò come una dottrina e una prassi che hanno piena
cittadinanza nella tradizione democratica europea.
Ha inizio in questo modo quello strano dualismo, che durerà,
poco o tanto, sino alla fine della parabola degli Stati
comunisti, per il quale parlare della Russia sovietica non era
mai in fondo parlare di uomini e fatti reali, ma sempre di ciò
che quegli uomini dicevano di sé o di ciò che l'ideologia
permetteva di dire di quei fatti. E' forse il maggior merito
dell'opera di Furet l'aver dato una spiegazione globale e
fondata di questa enorme distanza tra sovietismo reale e
sovietismo immaginario che ha caratterizzato la cultura storica
a politica occidentale. La Russia di Lenin è da subito un
simbolo, il quale più si mostra come evento di liberazione reale
e storica, più risulta intoccabile dalla realtà e dalla storia.
Gode di una sorta di impunità storica: vi è e vi sarà sempre una
giustificazione ai suoi atti, anche ai più inconfessabili.
L'alone di universalismo che la circonda è una garanzia a priori
sulla bontà della sua storia futura, una garanzia talmente forte
da renderla degna di un credito illimitato. Per questo Furet può
scrivere che la rivoluzione russa è meno universale, ma più
universalizzabile della rivoluzione francese; e che essere
comunista ormai non significa tanto essere marxista, quanto
credere nel marxismo rappresentato dall'URSS.
6. Il nuovo rapporto dell'idea comunista con l'universale:
Stalin
La prova inconfutabile di questa intoccabilità dell'idea
comunista diventata storia è ciò che è stato Stalin nella mente
degli ammiratori dell'URSS; è nel modo in cui è stato percepito
e vissuto il suo potere sino al rapporto segreto di Kruscev.
Il ruolo di guida nel processo di liberazione dell'umanità,
consegnato al bolscevismo non dalla storia reale ma dalla storia
che si è fatta Dio nel mondo dell'ideologia, ruolo universale
per eccellenza, non viene meno quando Stalin proclama il
"socialismo in un solo paese". Anzi, da tale programma
l'universalismo viene ulteriormente accresciuto. E' sufficiente
escogitare le opportune ipotesi ad hoc, che non nascono però dal
nulla, ma si possono formulare attingendo allo sconfinato
universo concettuale della rivoluzione francese. Basta -osserva
Furet- ritornare allo schema mentale giacobino del paese eletto
dalla storia, novello Israele laico. Così un primo elemento che
va ad accrescere il significato universale del comunismo reale è
proprio ciò che a prima vista sembra negarlo: la sua limitazione
alla Russia, che strizza l'occhio al secolare panslavismo.
Davvero stupefacente appare questa capacità dell'idea comunista
di accogliere nel suo seno e trasfigurare tutto; portentosa è la
"virtù" dell'ideologia che sa collocare nel suo contesto quelle
che prima erano crude esigenze di potere e mera ragion di Stato.
Lenin, al più, ammetteva qualche ritirata strategica; Stalin,
nemmeno quella.
Ad universalismo fatto di pace e scienza, Stalin aggiunge l'idea
di nazione eletta, compiendo un miracolo logico-storico:
potenziare di fatto il particolare per rafforzare
ideologicamente l'universale. Il partito è ormai una teocrazia
atea e i partiti in Occidente sono solo la sua longa manus. Ma
non si limita a questo. Dal repertorio giacobino emerge anche il
culto della volontà onnipotente, capace di trasformare l'uomo e
il mondo. In ciò la collettivizzazione delle campagne e i piani
quinquennali trovano il loro fondamento ideale, che li rende
operazioni degne di ossequiosa ammirazione. Certo -si sentirà
dire poi spesso- hanno i loro costi umani, ma quale grande opera
rinnovatrice della volontà umana non li ha? Anzi, tali costi
rientrano nella razionalità del tribunale della storia, perché
la storia non può che far piazza pulita di chi si oppone alle
sue conquiste. E il nemico della storia -figura, come sappiamo,
essenziale per l'ideologia- è lì, ben identificabile: Trotzsky
prima, i kulaki poi; o meglio, il trotskysmo e i kulaki alleati
in un unica cospirazione in attesa che Hitler diventi parte
della compagnia, che naturalmente ha un nome collettivo:
capitalismo.
Ne scaturisce una miscela fatta di pace, scienza, nazione,
volontà e odio del nemico. Una miscela inebriante, resa ancor
più forte dalla depressione dovuta al big crash di Wall street.
Un formidabile cocktail, che fa perdere lucidità ai cervelli,
che li anestetizza rendendoli incapaci di giudizio.
I terribili anni trenta, gli anni del Terrore staliniano, si
apprestano a diventare anni formidabili per l'idea comunista.
7. L'ultimo ingrediente: l'antifascismo
Se l'attrattiva del comunismo è ovviamente massima e invincibile
per il militante, e se i suoi ingredienti fanno colpo anche
sugli intellettuali che coltivano una qualche forma di
socialismo umanista, essa non è però ancora in grado di ottenere
una sua piena "credibilità borghese". Non che -lo sappiamo- ne
sia totalmente privo (non le è stato forse consegnato dalla
cultura di sinistra il testimone della rivoluzione francese?),
ma manca ancora un appiglio nella concretezza della storia che
costituisca prova inconfutabile. Deve accadere un altro miracolo
ideologico che permetta al nemico giurato del capitalismo e di
quella sovrastruttura del capitalismo che è la democrazia
(borghese, beninteso), di essere riconosciuto come alleato e
persino difensore del capitalismo e della democrazia. E' un
miracolo troppo grande e al di fuori della portata di qualsiasi
acrobazia ideologica; per realizzarsi ha bisogno della storia,
quella vera, e delle due massime divinità terrene della storia:
Stalin e Hitler. In altre parole, il comunismo riceve dal
fascismo (ed è chiaro che per il momento non si distingue tra
fascismo e nazismo) una nuova dimensione culturale e politica,
che ne consacra definitivamente l'universalità. Tra i molti
delitti del fascismo -ci suggerisce Furet- c'è anche quello di
aver dato la patente di difensore della libertà ad un regime che
nulla gli doveva invidiare in termini di illibertà.
E' a questo punto dell'analisi che Furet si inserisce in quel
fondamentale filone storiografico che si potrebbe definire
"comparativista", in quanto intende leggere in parallelo gli
aspetti ideologici e gli sviluppi storici dei grandi sistemi
illiberali della prima metà del Novecento. E' un approccio che
ha una storia di decenni nella cultura non italiana, ma che da
noi appare sostanzialmente nuovo e fondamentalmente sconosciuto.
Un recente articolo del Corriere della Sera ricordava il ritardo
nella traduzione o addirittura la non pubblicazione di alcune
fondamentali opere di questo filone, oltreché l'ostilità con cui
vennero accolte. La censura del concetto chiave di totalitarismo
o la sua manipolazione (tutt'al più si poteva parlare nel
dopoguerra, dopo che l'antifascismo non comunista era stato
largamente emarginato, di totalitarismo fascista e totalitarismo
democristiano) è segno eloquente della distorsione culturale che
è all'origine di molti studi storici ed anche di molti manuali,
e da cui non siamo ancora immuni. Lo stesso articolo commentava
con un'affermazione che sarebbe persino ovvia se non riassumesse
quello che per molti anni è stato un vero e proprio scandalo per
i chierici dell'ideologia: "Lo studio comparato dei regimi
totalitari -e dei loro apparati di terrore- è indispensabile
alla comprensione del 900".
E' questo un punto chiave anche in termini didattici ed è perciò
un altro elemento che rende estremamente interessante il volume
di Furet per l'insegnante di storia.
Anche Furet considera irrinunciabile il concetto di
totalitarismo e dimostra che esso è già impiegato tra le due
guerre per indicare un tipo di regime mai visto prima, anche se
non ha la precisione che le darà la Arendt e gli altri sulla sua
scia. Vi è già insomma la percezione che con fascismo e
comunismo ci si trova di fronte a qualcosa di radicalmente
nuovo, inspiegabile con le tradizionali categorie
storiografiche. Non è più solo il potere di un despota, ma il
potere di uno Stato che controlla ogni aspetto della vita
individuale e associata. Ma qual è il metodo da seguire per
effettuare questa analisi comparata e quindi determinare con
precisione questa novità che accomuna i due sistemi
contrapposti? Furet ritiene che "l'approccio genealogico sia più
interessante della comparazione strutturale", perché rimane più
legato alle circostanze in cui i regimi in questione si sono
sviluppati, consentendo così di mettere in luce le relazione tra
la loro natura e tali circostanze. Pone perciò molta attenzione
al dato cronologico, senza però che esso si trasformi in dato
causale. Questo è ciò che differenzia in modo piuttosto netto il
comparativismo di Furet da quello di Nolte.
Conseguentemente a tale impostazione, Furet individua
un'origine, una madre di questi fratelli o fratellastri che sono
i totalitarismi. E' la Grande guerra: "bolscevismo e fascismo
nascono dallo stesso terreno, la guerra. Trasferiscono nella
politica l'insegnamento avuto in trincea: l'abitudine alla
violenza, la semplicità delle passioni profonde, la
sottomissione dell'individuo al collettivo, infine l'amarezza
dei sacrifici inutili e traditi" [PdU, p. 192]. Da qui è
possibile proseguire nel confronto prendendo in esame due
coppie: Lenin e Mussolini prima, Stalin e Hitler poi.
Mussolini e Lenin sono entrambi radicati nel socialismo
rivoluzionario; la rivoluzione è il loro credo e lo è nella sua
forma più radicale, al punto da poter parlare di neoblanquismo
del primo Mussolini niente affatto lontano dal bolscevismo.
Furet non legge poi il repentino passaggio dello stesso
Mussolini dal pacifismo all'interventismo come un rinnegamento
della idea rivoluzionaria; al contrario, lo vede come il
tentativo del futuro duce di immettersi nel solco della corrente
rivoluzionaria del Risorgimento, volendo così coniugare
rivoluzione e idea nazionale. Questo connubio, calato nella
guerra e da essa forgiato genera il fascismo. E' quindi chiaro
che Furet si colloca a pieno titolo in quella posizione
storiografica, il cui principale esponente è Renzo De Felice,
che considera il fascismo non come un fenomeno reazionario,
bensì rivoluzionario. Anche il nemico del fascismo sono il
parlamentarismo, le democrazie plutocratiche, la borghesia;
anche per il fascismo la storia è fatta di conflitti, da
rapporti di forza tra soggetti collettivi e lo stato di diritto
è una copertura del potere. La guerra ha insegnato al fascismo a
interpretare la politica come lotta senza quartiere contro il
nemico e a coltivare il culto della violenza. Ciò che esso vuole
realizzare non è affatto un qualche ritorno al passato, ma -come
il bolscevismo- l'uomo nuovo: è tutto proiettato al futuro.
Scrive Furet: "Le passioni suscitate dal militante fascista non
sono le stesse che invoca il bolscevismo, ma sono della stessa
natura. Al posto dell'uguaglianza sociale c'è la patria
reinventata come un'utopia comunitaria... Quanto ai mezzi,
quelli consigliati o adoperati dal movimento fascista sono già
presenti nell'arsenale bolscevico: se servono alla causa, sono
tutti buoni" [PdU, p. 203]. Il fascismo, in altre parole, vuole
mettere la rivoluzione al servizio non dell'universale, ma del
particolare, la nazione; porta in dono alla destra la
rivoluzione. Questa creazione di una destra rivoluzionaria è ciò
che spiega l'unicità del fascismo e insieme ciò che lo connette
al leninismo: la loro comune fede è la trasformazione del mondo
per mezzo dell'azione. Di più: il fascismo, almeno nella lettura
gentiliana, si pone come una rivoluzione ulteriore a quella
marxista; rivoluzione più completa, in quanto più in grado di
realizzare la coincidenza tra teoria e prassi, pensiero e
azione. Che poi il regime si sia imposto grazie ai partiti
"borghesi" e non sia riuscito a attuare un totalitarismo
compiuto, ricercando alleanze e compromessi, ciò è spiegabile
con la specificità della situazione italiana. Per ciò che
riguarda il nostro discorso rimane quella fede nella efficacia
"redentrice" della rivoluzione.
Ma quello che Lenin e Mussolini preannunciano è portato a
compimento da Stalin e da Hitler. Un certo antifascismo non sa
spiegare perché questi due uomini, e solo questi due uomini,
abbiano creato un tale sistema repressivo da causare la morte di
milioni di persone. Non che il fatto sia pienamente spiegabile;
rimane pur sempre una manifestazione sconcertante del mistero
del male. Sa solo soffermarsi su quanto riguarda Hitler,
rimanendo più o meno nettamente in imbarazzo di fronte a Stalin.
Eppure il primo dato da questo punto di vista, e cioè l'omicidio
di massa, è dato comune, come sono in buona parte comuni i mezzi
con i quali è stato perpetrato. Il 1984 di Orwell è realtà molti
decenni prima.
Entrambe le ideologie promettono la salvezza nella storia.
Hitler è -nella visione di Furet- "ideologo puro": dice e scrive
da subito quello che farà. Il fatto è che milioni di persone gli
danno il loro consenso, perché li sa rappresentare nelle loro
paure e nel loro bisogno di avere un nemico. Anch'egli, come
Mussolini, esalta il particolare; ma il suo nazionalismo ha
qualcosa in più, la razza, che diventa il chiavistello per
rendere il particolare universale. La distruzione
dell'onnipresente congiura ebraica e il predominio sulle razze
inferiori fondano, nella prospettiva nazionalsocialista, il
ruolo universale dell'uomo ariano. L'universalismo razzista
ripercorre gli schemi dell'universalismo di classe bolscevico
(bollandolo come creazione ebraica, tanto quanto il capitalismo
occidentale) e più si contrappone ad esso, più gli assomiglia.
Hanno uno stesso nemico: le democrazie occidentali e i loro
scopi ultimi sono determinati dall'ideologia. La nozione che più
si oppone all'universale, la razza, diventa via verso un
aberrante universale. Così nazismo e bolscevismo sono abilitati
ad esercitare quell'attrattiva che solo l'universale dà. Nel
contrapporsi, si alimentano. Ma ad uscirne vittoriosa sarà
l'idea comunista.
Si tratta ora di capire come. La crisi del capitalismo
determinata dal crollo di Wall street contemporanea
all'industrializzazione forzata dei piani quinquennali di
Stalin, aveva già dato un certo vantaggio al sistema comunista.
E' forse questo l'unico momento in cui si crede davvero che il
collettivismo sia superiore all'economia di mercato anche sul
piano strettamente economico. Ma il chiavistello che apre le
porte a Stalin nel mondo democratico è l'antifascismo. La
contrapposizione con Hitler è giocata infatti da lui, strumento
il Comintern, combinando abilmente due diverse interpretazioni
del nazismo e del fascismo. La prima è quella -diciamo-
ortodossa, che vede cioè il fascismo come una sovrastruttura
della borghesia, la forma attuale del dominio della borghesia in
alcuni paesi europei; la seconda, meno ortodossa ma assai più
utile, è quella che tende a distinguere, nell'universo non
comunista, soggettività politiche differenziate; in altre parole
a giudicare diversamente gli stati capitalistici democratici e
gli stati capitalistici fascisti. E' chiaro che quest'ultima
poneva problemi di ordine teorico tutt'altro che trascurabili.
Ma, essendo più corrispondente alla realtà, meglio si prestava
alla Realpolitik. E' perciò il passaggio a questa da quella a
costituire una svolta storica decisiva. E' un passaggio
determinato dalle esigenze internazionali dell'URSS. Stalin ha
capito meglio di chiunque altro Hitler, ha capito che il Mein
Kampf è una minaccia per l'Unione Sovietica. Ci si può difendere
indicandolo come bersaglio principale oppure accordandosi. Dal
1933 al 1939 prevale la prima linea. D'altra parte
l'antifascismo che distingue tra fascisti e non fascisti torna
utile a tutti i partiti dell'Internazionale poiché consente loro
di assumere anche il ruolo di difensori della patria, proprio
nel momento in cui sono più che mai organizzazioni al servizio
di uno Stato straniero. Non solo: tale visione dell'antifascismo
non esclude quella ortodossa, nel senso che, pur mettendola in
secondo piano, non la abolisce. Alla bisogna, la si potrà sempre
rispolverare. Ecco allora la svolta del VII Congresso mondiale
dell'Internazionale comunista dell'agosto 1935: nasce la
politica dei Fronti popolari. L'illusione si ammanta di nobiltà
proprio quando nella sua patria si scatena la falce epuratrice
della Grande Guida.
Solo il razzismo hitleriano poteva aggiungere qualcosa, per
contrasto, alla pretesa di universalismo democratico dell'idea
comunista. Si è aperta la strada che conduce a credere sinonimi
antifascismo e democrazia. Scrive Furet: "Grazie
all'antifascismo i comunisti hanno acquistato benemerenza
democratiche senza in fondo nulla abbandonare delle loro
convinzioni... La rivoluzione russa, grazie al nazismo, ha
ritrovato il modo per arricchire la propria universalità proprio
quando è più asiatica che mai" [PdU, pp. 258-259]. Due piccioni
con una fava: l'acquisizione di una credibilità democratica
("demonizzando il comunismo e designandolo come il nemico per
eccellenza, Hitler lo segnala all'amicizia dei democratici;
Hitler spinge l'URSS nel campo delle libertà: è una democrazia
rivoluzionaria" [PdU, p. 272]) e una sorta di copertura per i
suoi crimini: non è forse giustificata la lotta contro i nemici
della rivoluzione, contro l'hitlero-trotzskismo? Non l'ha forse
consacrata una volta per tutte Robespierre? La guerra di Spagna
dà sostanza a questa nuova dimensione dell'idea comunista; con
essa il "socialismo in un solo paese" è più che mai
internazionalista; il più grande sistema repressivo del mondo è
la più grande forza di liberazione; il più feroce nemico della
democrazia borghese capitalistica acquista in essa diritto di
cittadinanza.
Voglio sottolineare nuovamente la capacità di Furet di saper
spiegare, in modo credo inedito o comunque con una esaustività
rara, se non unica, questa straordinaria dote del comunismo di
saper presentarsi non per quello che è, bensì per quello che
dice di essere, e l'ancor più incredibile capacità di farsi
credere da milioni di persone. Riesce in questa stravagante
coincidentia oppositorum perché vive in due dimensioni: oltre
che nel mondo reale, vive nel mondo delle idee. E' reale, ma
vuole restare una utopia. Deve allora nascondere la sua realtà.
Il gioco riesce nel migliore dei modi, aiutato anche dal
combinarsi degli eventi storici. La natura ideologica della
storia contemporanea è più evidente che mai. La società che
deriva dalla filosofia della prassi è quella che ha più bisogno
di ogni altra della separazione tra teoria e pratica. Esponenti
di primo piano della cultura di sinistra francese hanno modo,
invitati, di compiere viaggi in URSS alla metà degli anni 30 e
tornano proclamando che la fiaccola del 1789 è stata presa da
quel grande paese. Il popolo condotto mirabilmente da Stalin è
l'avanguardia dell'umanità.
Di tutti gli ingredienti dell'universalismo bolscevico
l'antifascismo è ora quello preponderante. Consente di mantenere
e rafforzare l'identità comunista e, nello stesso tempo, di
fornirla di una sostanza democratica. Ciò rende la misura di
quanto esso sia stato messo in pericolo dall'accordo
Molotov-Ribbentrop del '39. In una sola volta rischiano di
scomparire due dei suoi elementi essenziali sopra elencati, la
pace e la stessa bandiera dell'antifascismo. Non che il rischio
non sia calcolato e nemmeno si tratta di una novità assoluta. La
lotta contro l'Europa di Versailles era parte del repertorio
stalinista anteriore al 1933 e Weimar era caduta per la lotta
contro la socialdemocrazia anche da parte dei comunisti. E' pur
sempre, tuttavia, un evento altamente traumatico per l'idea
comunista. Ed è molto più un problema per Stalin che per Hitler.
In questo momento la realtà dei rapporti di forza sembra
smascherare ogni sovrastruttura ideologica; il particolare (la
ragion di Stato) sembra subissare l'universale; anni di lotta
ricevono una smentita cocente. Ma non bisogna sottovalutare le
immense risorse della più grande fede atea mai comparsa sulla
faccia della terra. C'è sbandamento, disorientamento nei
comunisti occidentali; non resta loro che minimizzare il fatto.
Ci si prova anche perché non si sa ancora dell'esistenza del
protocollo segreto, vero e proprio patto di spartizione della
Polonia e dell'est. Finalmente arriva il verbo della Grande
Guida. Furet riprende qui documenti riguardanti i rapporti tra
il PCF e l'URSS pubblicati solo nel 1993. Stalin non fa che
riesumare l'interpretazione che abbiamo definito ortodossa del
fascismo: la guerra è una guerra tra paesi capitalisti e quindi
porta al loro indebolimento; pertanto oggettivamente Hitler
favorisce la rivoluzione sovietica. L'universalismo è
ristabilito, la fede è salva. Scrive Furet: "Eppure nulla dà
l'idea della straordinaria disciplina, davvero unica nella
storia dell'umanità, di un movimento politico così
multinazionale come il comunismo, meglio del modo in cui in
poche settimane le cose che Stalin aveva detto a Dimitrov il 7
settembre sono diventate il breviario universale del movimento.
Nell'adesione immediata di un così vasto esercito militante a
una politica opposta a quella di un tempo c'è qualcosa che
riempie l'immaginazione di un senso di grandezza e di terrore. I
partiti comunisti registrano in tutto il mondo la direttiva del
Comintern del 9 settembre contro la guerra imperialistica,
mettendola in atto" [PdU, p. 368]. Anche dopo la spartizione
dell'est, la fede è salva nei fedeli. Ma nei "simpatizzanti"
rimane scossa. La credibilità democratica conquistata a colpi di
antifascismo è perduta. L'apparato del comunismo internazionale
resiste, il movimento vacilla, l'opinione pubblica prima ben
disposta viene, anche se con qualche rammarico, meno.
Ora i due grandi totalitarismi sono simmetrici anche nel tempo e
nello spazio. Ne sa qualcosa la Polonia, dove i massacri nazisti
ad ovest sono contemporanei a quelli comunisti ad est. Per il
momento, si sostengono a vicenda nella distruzione dell'Europa
di Versailles. Stalin è comunque in una posizione ambigua e
difficile, perché sa che il Mein Kampf non è per Hitler
un'esercitazione di cattiva retorica e perché la resa della
Francia ha modificato gli equilibri. Ciononostante, come è noto,
l'operazione Barbarossa lo coglie talmente di sorpresa da
renderlo incapace di reagire psicologicamente, prima ancora che
militarmente, per diversi giorni. Ciò che, se coronato da
successo, avrebbe potuto decretare la morte dell'idea comunista
per la sconfitta del suo centro generatore, l'Unione Sovietica,
diventa ciò che le ridà un insperato vigore e una rinnovata
credibilità. Il 22 giugno 1941, l'inizio di una sconfinata
tragedia per il popolo russo, è, per tragica ironia della
storia, il giorno della risurrezione dell'idea. Quanto era
cominciato nell'agosto del '39 è ora solo una brutta parentesi
da dimenticare al più presto; e infatti presto sarà dimenticata
o fatta dimenticare. La fiacca universalità che era riuscita a
mantenere nei "duri e puri", si rinvigorisce, torna -diciamo- a
essere "vera". Tutto quello che le aveva portato in dote
l'antifascismo, e che sembrava irrimediabilmente perduto, è,
senza il minimo sforzo (dice Furet: "senza aver nemmeno bisogno
di volerlo") di nuovo a disposizione. "Ha pensato a tutto
Hitler" [PdU, p. 380]. La guerra nazionalsocialista assume una
dimensione universale; chi gli è contro, per scelta o per
necessità, deve mettersi allo stesso livello. Stalin, senza
accorgersene, si trova nuovamente dalla parte della democrazia,
dalla parte dei nemici e delle vittime, quando era stato fino al
giorno prima amico e carnefice.
Che, in fondo, la realtà sia più forte dell'ideologia, è
dimostrato dal fatto che la verginità ideologica, riacquistata
proprio grazie a quell'amante che l'aveva fatta così brutalmente
perdere, mostra di non avere via di scampo se non contaminandosi
con un sentimento che la può stravolgere perché parte del
vecchio repertorio prerivoluzionario: il nazionalismo. Il
particolare, nel famoso appello al paese di Stalin del 3 luglio,
va in soccorso dell'universale. Solo il profondo patriottismo
russo può dare le energie per salvare il paese; e l'ideologia è
salva solo se si salva la patria. Il "doppio canale" su cui si
muove l'idea comunista è ripristinato e i contrari possono
continuare a sussistere senza che soccomba quello che ha
esistenza solo teorica; anzi, il canale ideologico travasa in sé
tutto quello che può dal canale della realtà storica; e quello
che non può lo fa scomparire. Il fatto è che stavolta può
risucchiare molto di più di quanto non potesse fare prima. Il
sacrificio è enorme, Stalingrado è avvenimento di decisiva
importanza per le sorti della guerra, il contributo alla
sconfitta del nazismo è fondamentale.
Una guerra mondiale aveva creato le condizioni per la vittoria
del bolscevismo; un'altra guerra mondiale lo riporta alla
ribalta della storia. E' ora più forte che mai, ideologicamente
e politicamente. E' forte e si permette il lusso di
rappresentare la libertà, proprio ora che il potere di Stalin è
ancor più assoluto. Il popolo russo ha salvato se stesso e
l'Europa dal nazismo ma non dal comunismo. Al contrario, è
talmente aumentata la potenza dell'Unione sovietica da
consentirle di competere con gli USA. E se il confronto non può
reggere in termini materiali, è invece a vantaggio dell'URSS in
termini ideali. L'idealismo americano, che pure esiste, è
svantaggiato, perché è facilmente presentabile solo come
maschera dell'odiato capitalismo, come la sottile copertura
dell'imperialismo del denaro. Come può avanzare pretese di
universalità in un Europa in cui da decenni fascismo e comunismo
hanno diffuso a piene mani l'odio per "il complotto
plutocratico" variamente specificato?
Quello che ha di buono, e cioè l'antifascismo, non è già
rappresentato allo stato puro dall'idea comunista? Ritorna con
una forza di persuasione enormemente aumentata
l'identificazione, che non ha riscontro storico nelle vicende
belliche, vero antifascismo=comunismo, e cioè l'accostamento
vera democrazia-comunismo. Se per ben due volte nel giro di una
decina di anni uno dei più repressivi sistemi mai esistiti si è
guadagnato la patente di democratico, o quantomeno di non
contrario alla democrazia, e se ciò è avvenuto grazie
all'opposizione a un sistema con cui in fondo condivideva più di
quanto si pensasse, bisogna che, per l'idea comunista, il
fascismo continui in una qualche maniera ad esistere per poterne
vivere di rendita. Bisogna farne un pericolo permanente, un
nemico costante, quasi una essenza metafisica malvagia, la
quintessenza del male della storia, cui in fondo attribuire
anche i propri crimini, come se non bastassero i suoi. Quella
che per molti era stata una fede secolare, in modo del tutto
analogo alla fede nel comunismo, diventa tabù anche per la
trattazione storica: non c'è più niente da dire di diverso dalla
storiografia ufficiale, se non si vuole essere bollati di
criptofascismo. La storia è già scritta.
Ma il fatto è che la fine dei fascismo non è (purtroppo) la fine
delle fedi secolari. Ne è rimasta solo una, trionfante. La
storia, forse per la prima volta, sembra confermare l'ideologia
che già da un secolo ne conosceva il significato e la direzione.
Fino ad ora si era ostinata (la storia) a non obbedire alle sue
leggi. Ora finalmente appare convinta. Meglio tardi che mai. Il
fascino dell'idea, che è un pendolo che oscilla tra
l'affermazione della volontà e la necessità della scienza, volge
verso la necessità.
8. Il declino
Il viale del tramonto comincia prima del previsto per l'idea
trionfante. Ha saputo unire, vincendo il nazismo, nazione e
rivoluzione, particolare e universale, cioè -ribadisce Furet- le
due grandi passioni politiche della democrazia del XX secolo. Ma
proprio la vittoria porta con sé i germi di un nuovo e stridente
contrasto tra idea e realtà. Semplificando, si può dire che
l'idea, sempre più universale e attraente, si stabilisce
nell'Europa occidentale, mentre la realtà mostra il suo duro
volto nell'Europa orientale.
L'Occidente inizia a riprendersi e si appresta a prosperare con
i soldi e la protezione americana; eppure una larga fetta del
mondo intellettuale non sposa il sogno americano, che pure ha
una sua capacità di attrazione e un suo universalismo. Non è
solo -come si è poco sopra notato- per il rifiuto del
capitalismo. Furet aggiunge un'altra ragione che vale la pena
sottolineare, e cioè il fatto che l'idealismo americano è,
nonostante tutto, troppo intriso di cristianesimo per essere
accettato dai figli di una rivoluzione, quale è quella francese,
che vuole sostituire la fede cristiana con la fede
"democratica". La democrazia statunitense ha un codice genetico
diverso, certo non radicalmente diverso, ma abbastanza per non
suscitare gli stessi entusiasmi "religiosi" che suscita invece
la politica così come è pensata e vissuta a partire dalla
rivoluzione francese. La politica, nell'orizzonte mentale e
psicologico statunitense, sta più, per così dire, al suo posto,
non è tutto, non ha compiti messianici. L'idea comunista ha
invece tutti i requisiti per essere depositaria dell'eredità
rivoluzionaria francese.
Il problema è che la sua universalità si concretizza nella
creazione di un impero. Per quale motivo è un problema? Perché
in un impero universale e nazionale non sono più conciliabili; o
meglio, lo sono per chi nell'impero non vive e può allora
continuare a volare nel cielo dell'idea; non lo possono però
essere per chi è sì comunista, ma nell'impero ci vive.
L'universalità ottenuta con le armi non combacia con
l'universalità dell'idea. In questo senso -secondo Furet- lo
strappo di Tito, forte dei risultati ottenuti sul terreno contro
il nazismo, ha un grande valore simbolico: l'idea non ha più una
sola patria. E' un evento capitale, perché segna l'inizio della
pressione della realtà sull'idea. Non bisogna tuttavia
dimenticare che lo scontro avviene in nome dell'idea: "Il
discorso antisovietico in lingua sovietica costituirà dopo Tito
un vero e proprio genere nel repertorio della passione
rivoluzionaria" [PdU, p. 456].
Se nell'impero l'idea comincia ad andare contro se stessa ed è
sempre più difficile conciliare l'inconciliabile, al di fuori
dell'impero essa, proprio perché non è applicata, vive anni di
splendore, confermando che dà il meglio di sé quanto più è
lontana dalla sua realizzazione. In Francia e in Italia ha
monopolizzato culturalmente il campo democratico: chi è ostile
al comunismo non può essere un sincero democratico e un sincero
antifascista. Di più: avversione al comunismo significa ostilità
nientemeno che al corso della storia; e come si può essere
indulgenti con chi si oppone alla Storia? Un fine così alto non
giustifica forse l'uso di ogni mezzo? Non lo rende anzi morale?
Così le violenze e le repressioni sono giustificate, anche
quelle che devono ancora essere commesse. La rivoluzione è buona
per essenza. Poco importa che chi ne sperimenta l'esistenza non
ne veda la bontà. La guerra fredda non intacca l'integrità
dell'idea. Anzi, in quel contesto la crociata maccartista la
rafforza, in quanto fa passare per strumentale ogni posizione
critica. Quella che ho chiamato "pressione della realtà
sull'idea" si fa sempre più pesante e registra una svolta
decisiva con la morte di Stalin. Furet mette subito in luce il
paradosso di un sistema che si presenta come scientificamente
fondato, e che perciò non può dipendere da un singolo, e che
tuttavia avverte di aver subito una menomazione irreparabile con
la perdita di un solo uomo. Esemplificativo è lo sgomento del
giovane Gorbacev il giorno della morte di Stalin confessato ad
Arrigo Levi nella recente trasmissione televisiva. Stalin non ha
predisposto la sua successione. Le lotte per ottenerla sono già
di per sé "un duro colpo alla mitologia sovietica". Ma come si
può raccogliere questa eredità rimanendo bolscevichi? Come si
può compiere un'azione termidoriana senza dar luogo a un
Termidoro? Questa sembra davvero la quadratura del cerchio. La
poliformità dell'idea non può sopportare tanto. E comincia a
scricchiolare. Il '53 diventa -ad avviso di Furet-
prefigurazione del crollo di trentasei anni dopo: la denuncia
degli errori indebolisce l'autorità dei partiti fratelli e il
potere su di essi di quello sovietico.
Ma è il rapporto segreto di Kruscev che sconvolge lo status
dell'idea. E' insieme però il tentativo estremo di salvarla. La
sconvolge, perché la denuncia proviene dal cuore del mondo
comunista e non dagli "imperialisti"; la salva (o tenta di
farlo) perché, agendo in contropiede, rende l'idea ancor più
universale in quanto le attribuisce persino il monopolio
critico: la critica dell'idea può essere solo autocritica.
Stalin, con il "culto della personalità", ha tradito Lenin; la
volontà ha soffocato la scienza. Il ritorno a Lenin, mantenendo
le strutture del regime staliniano, appare un'acrobazia
destinata a avere scarso successo. Il fatto grave, però, è che
gli ingredienti dell'idea, sinora miracolosamente integrati,
iniziano a mostrarsi incompatibili. Scrive Furet: "Stalin è
stato troppo al centro del movimento comunista perché sia
semplicemente possibile sbarazzarsene... I suoi eredi, compagni
o figli infedeli, non possono ucciderlo senza farsi del male" [PdU,
p. 506]. Colpire l'uomo senza colpire l'idea è una operazione
ultimamente impossibile. La distanza tra idea e realtà, che è la
chiave del successo del comunismo, è annullata nella denuncia di
Stalin; la categoria del "culto della personalità", oltre che
fragile, è incapace di accogliere tutto il negativo per il quale
è stata coniata. Può forse il popolo leader della Storia cadere
vittima di un qualsiasi tiranno?
L'idea comincia a dissolversi lentamente: non riesce più a
tenersi lontana dal reale. Cerca di riciclarsi con un nuovo
ingrediente, la destalinizzazione, ma ottiene l'effetto opposto:
dalla periferia dell'impero cominciano le ribellioni e le
insurrezioni. La sua universalità viene progressivamente meno:
Budapest dimostra che autocritica non è autoriforma. Il mondo
comunista, in nome dell'idea, si divide. Per quanto in Occidente
ci si ostini a crederla vitale è un come un dead man walking,
walking ancora per molti anni e in molte menti, ma pur sempre
dead.
Il rapporto Kruscev non sconvolge il sistema, ma l'idea; per
mantenere un sistema stalinista va contro lo stalinismo. Non vi
sono perciò profonde rotture nella politica sovietica. Non è
tollerata alcuna opposizione, ma il solo fatto di porre fine al
terrore di massa suscita il senso che una nuova stagione si stia
aprendo. Furet si spinge a dire che il potere sovietico è meno
totalitario, perché la destalinizzazione ha bisogno di uno
spiraglio di libertà per l'intellighenzia. Non significa certo
che vi sia libertà di parola -lo testimonia lo "scandalo
Pasternak"-, ma, se non altro, Pasternak è ancora vivo, e non è
un progresso insignificante. Inizia il movimento -tutt'altro che
unitario e compatto- dei dissidenti. Lo dice la parola stessa:
coloro che hanno idee diverse. Proprio ciò che l'Idea non può
sopportare. Così, non avendo più il diritto alla giustificazione
a priori di tutto ciò che viene compiuto in suo nome,
l'ideologia diventa la copertura al potere di una casta
(l'apparato); e più lo rafforza, meno è capace di essere ancora
convincente. Siamo all'età di Breznev. Conclude Furet: "Inizia
in Occidente il funerale dell'idea comunista, che durerà
trent'anni. Sarà seguito da una immensa folla in lacrime. Al
corteo parteciperanno persino le giovani generazioni, cercando
qui e là di farlo apparire come una rinascita" [PdU, p. 542].
L'idea comunista avrebbe bisogno d'aria nuova, di svincolarsi
dal territorio russo, sua fortuna, ma ora suo cimitero. Cerca di
riciclarsi come idea universale attraverso il processo di
decolonizzazione, ma in situazioni così lontane e complesse
annacqua la sua identità; sembra ringiovanire con Mao, ma il
maoismo riesce al più a sedurre solo ristretti circoli
studenteschi (è un "calco antisovietico del sovietismo",
un'"illusione sull'illusione"[ PdU, p. 545]); si dà un volto
latino con Castro e il "Che", ma perde in purezza e austerità
per offrire utopie pauperistiche ai figli dei ricchi
occidentali. Niente di ciò riuscirà a resuscitarla. La
contestazione studentesca contiene tutte queste versioni
dell'idea, ma "la fantasia al potere" la rende solo strumento di
denuncia del modo di vita borghese; non può più essere modello
positivo.
I partiti comunisti cercano di salvare il salvabile: si apre la
fase dei distinguo, dei "è vero, ma", dei "comunque la Russia ha
fatto passi da gigante con le inevitabili distorsioni", dei
"bilancio globalmente positivo", ecc. Si vuole dare il messaggio
che il comunismo è riformabile, che può avere un volto umano. Il
livello dell'utopia si abbassa, in quanto si compromette con
principi "borghesi": si può emendare il comunismo. Ciò che
rimane inammissibile, per un vero democratico, è essere
anticomunista. Furet non ne parla, ma l'affermazione di Enrico
Berlinguer del 1981 che dichiarava "esaurita la spinta
propulsiva della rivoluzione d'ottobre" suona, da una parte,
come orazione funebre dell'idea, ma, dall'altra, come
riaffermazione del senso della storia, quale è stato comunque
indicato da quel fatto. E' questo che Furet vuole dire: le cose
sono andate come sono andate e la fiducia nella realizzabilità
dell'idea viene meno con la sclerosi della sua patria
d'elezione; ma non viene meno la certezza che il significato
della storia sia stato da essa, pur con tradimenti ed errori,
svelato. Chi non lo riconosce si pone nientemeno che contro la
Storia.
Si può dire che a questo punto conosce una nuova possibilità di
universalità, incarnata da molti eredi del '68; quella
costituita dal divieto di essere anticomunisti, in quanto il
comunismo -qualsiasi cosa ormai significhi- indica la direzione
del progresso. Questa condizione consente -ultimo (forse)
"miracolo" ideologico-storico- di essere dalla parte della
rivoluzione e nello stesso tempo perfettamente integrati nel
sistema. Scrive Furet: "L'eredità più consistente dei fatti
accaduti alla Sorbona, all'Università libera di Berlino, alla
Scuola normale superiore di Pisa o a Oxford, non è né il
maoismo, né il castro-guevarismo, effimeri astri di un giorno,
ma un nuovo progressismo borghese. Gli ex sessantottini hanno
fatto subito la pace col mercato, con la pubblicità, con la
società dei consumi in cui spesso nuotano come pesci nel mare,
come se ne avessero denunciato le tare per adattarsi meglio. Ma
pur nel loro inserimento sociale intendono conservare i benefici
intellettuali dell'idea di rivoluzione" [PdU, p. 550]. Ancora
una volte l'idea può diventare universale allontanandosi dal
reale. Ridotta a quell'unica prescrizione per poter continuare
indicare il senso della storia, a stento la si riconosce e si
trasforma, col tempo, in "progressismo". Ciò rende possibile,
nel frattempo, lo scaricamento morbido del mito sovietico e la
possibilità di nuove versioni della rivoluzione, non più
incompatibili con i diritti umani. E', quest'ultima, una
operazione alquanto difficile, perché si tratta di difendere
l'idea per mezzo di ciò che essa ha sempre bollato come menzogne
borghesi. Gorbacev è l'emblema di tale difficoltà, che si svela
ben presto come impossibilità. Il comunismo umano sembra
installarsi nella patria dell'Ottobre; Gorbacev non vuole
seppellire l'idea, ma darle nuova vita. Essa però, capace di
sopravvivere ed anche prosperare in un incredibile numero di
situazioni storiche, non può realmente convivere con la libertà.
Se prova a farlo, di essa non rimane "altro se non ciò che ha
distrutto" [PdU, p. 558]: il comunismo muore per decomposizione
interna. Dalla rivoluzione alla involuzione. E' una morte dolce,
se paragonata alla fine traumatica delle altre ideologie
totalitarie di questo secolo.
Conclude Furet: "E' come se stesse per chiudersi la più grande
strada mai aperta in fatto di felicità sociale all'immaginazione
dell'uomo moderno" [PdU, p. 559]. Ma aggiunge, subito dopo, che
questo fallimento non riguarda solo i fedeli o i simpatizzanti
dell'idea. Riguarda in qualche modo tutti perché pone in
discussione l'esistenza di un senso immanente della storia.
Qualcuno arriva persino a parlare di fine della storia. Il fatto
è che -come sopra notato- nel XIX secolo la storia aveva preso
il posto di Dio. Morto con le ideologie questo idolo, che cosa
rimane? Furet non ritiene che si possa sopportare a lungo questa
situazione. Fa parte della democrazia l'esigenza di una società
diversa. L'idea comunista potrebbe anche ritornare in forme
diverse. Rimane il fatto che in questa epoca post ideologica
l'unica ideologia dominante è il nichilismo.
SOTTOLINEATURE PER LA DIDATTICA E LA PROGRAMMAZIONE
· Se "nessuno può scrivere la storia del XX secolo allo stesso
modo in cui scriverebbe la storia di qualunque altra epoca",
allora nessuno può insegnare la storia del XX secolo allo stesso
modo in cui insegnerebbe la storia di qualunque altra epoca. Per
due motivi: 1) la vicinanza cronologica coinvolge personalmente:
questo, che può essere un pericolo (di distorsione ideologica),
può diventare una risorsa. Si può proficuamente far leva, per
suscitare interesse o introdurre un argomento, sulla memoria
(degli anziani, di chi ha avuto modo di vivere in prima persona
fatti recenti, ecc.), valorizzando in tal modo la dimensione
della testimonianza; si può impiegare materiale documentario di
natura diversa (i quotidiani, le riviste, le fotografie, i
filmati ... ); 2) la storia del nostro secolo ha una sua
unicità: non è leggibile se non per mezzo di una ermeneutica
nuova e profonda.
· Il necessario lavoro di analisi non deve esaurire
l'insegnamento; è altrettanto necessaria la sintesi. Lo studente
deve poter capire quali sono le linee portanti della storia del
XX secolo e i suoi nessi con i secoli precedenti.
· "Il carattere radicalmente nuovo della storia contemporanea è
di essere storia filosofica". Nell'insegnare la storia del
Novecento è indispensabile il riferimento alla filosofia. Da
Hegel in avanti la storia è più della storia: è il farsi
dell'Assoluto. Le ideologie totalitarie sono in qualche modo
debitrici dell'hegelismo. Ciò che è unico nella storia del XX
secolo non è il bisogno di salvezza dell'uomo, ma la prassi
basata sull'idea che la risposta ad esso sia la storia; in
particolare, il soggetto principe della storia: lo Stato.
· L'approccio comparato ai due (o tre) grandi sistemi totalitari
è storicamente fondato e più esauriente di altri approcci. La
categoria di totalitarismo è ormai irrinunciabile. La
comparazione può essere di tipo genetico e/o strutturale. Questo
approccio ha il vantaggio sia dell'analisi sia della sintesi.
· Anche la dialettica fra totalitarismo e democrazia va
focalizzata, per evitare sia l'indifferentismo (i due non hanno
infatti la stessa natura) sia lo "schematismo astorico" (anche
nel sistema democratico possono essere presenti i germi del
totalitarismo, magari in forme inedite; è perciò possibile -la
storia lo dimostra- il passaggio dalla democrazia al
totalitarismo). In questo modo lo studente diventa consapevole
del valore e dei rischi delle democrazia.
· La trattazione e la comprensione della storia dell'idea e dei
regimi comunisti è obiettivamente in ritardo. Senza colmarlo
l'insegnamento del Novecento è monco e deforme. L'idea comunista
ha condizionato in profondità anche la nostra cultura nazionale
e la nostra autocoscienza storica. |