|
Cari amici,
non è semplice trovare le parole per descrivere il mio, il nostro stato d'animo
in questo momento.
Ci troviamo qui ad Onna per celebrare la Festa della Liberazione, una festa che
è insieme, un onore ed un impegno.
Un onore: di commemorare una terribile strage perpetrata proprio qui nel giugno
del 1944 quando, i nazisti massacrarono per rappresaglia 17 cittadini di Onna, e
poi fecero saltare con l'esplosivo la casa nella quale si trovavano i corpi di
quelle vittime innocenti.
Un impegno: che ci deve animare è quello di non dimenticare ciò che è accaduto
qui e di ricordare gli orrori dei totalitarismi e della soppressione della
"libertà".
Proprio qui, proprio in Abruzzo, è nata ed ha operato la leggendaria Brigata
Maiella, che è stata decorata con la Medaglia d'Oro al Valor Militare.
Nel dicembre del ’43, 15 giovani fondarono quella che sarebbe diventata appunto
la Brigata Maiella che arrivò ad essere forte di 1.500 uomini.
E non casuale che in questa giornata speciale, i militari del Picchetto d'Onore
schierati davanti a noi appartengano al 33.mo Reggimento di artiglieria, il
reparto degli abruzzesi che nel 1943 a Cefalonia ebbe il coraggio di opporsi ai
nazisti e di sacrificarsi - combattendo - per l'onore del nostro Paese.
A quei patrioti che si sono battuti per il riscatto e la rinascita dell'Italia
va, deve andare sempre la nostra ammirazione, la nostra gratitudine, la nostra
riconoscenza.
La gran parte degli italiani di oggi, non ha provato cosa significa la
privazione della libertà. Solo i più anziani hanno un ricordo diretto del
totalitarismo, dell’occupazione straniera, della guerra per la liberazione della
nostra Patria.
Per molti di noi è un ricordo legato alle nostre famiglie, ai nostri genitori,
ai nostri nonni, molti dei quali furono protagonisti o anche vittime di quei
giorni drammatici.
Per me è il ricordo di anni di lontananza da mio padre, costretto ad espatriare
per non essere arrestato, è il ricordo dei sacrifici di mia madre, che da sola
dovette mantenere una famiglia numerosa in quegli anni difficili. E’ il ricordo
del suo coraggio, di lei che come tanti altri da un paesino della provincia di
Como doveva recarsi ogni giorno in treno a Milano per lavorare, e che un giorno,
su uno di quei treni, rischiò la vita, ma riuscì a sottrarre a un soldato
nazista una donna ebrea destinata ai campi di sterminio.
Questi sono i ricordi, sono gli esempi con i quali siamo cresciuti. Quelli di
una generazione di italiani che non esitò a scegliere la libertà. Anche a
rischio della propria sicurezza, anche a rischio della propria vita.
Il nostro Paese ha un debito inestinguibile verso quei tanti giovani che
sacrificarono la vita, negli anni più belli, per riscattare l’onore della
patria, per fedeltà a un giuramento, ma soprattutto per quel grande, splendido,
indispensabile valore che è la libertà.
Lo stesso debito di gratitudine lo abbiamo verso tutti quegli altri ragazzi,
americani, inglesi, francesi, polacchi, dei tanti paesi alleati, che versarono
il loro sangue nella campagna d’Italia. Senza di loro, il sacrificio dei nostri
partigiani avrebbe rischiato di essere vano.
E con rispetto dobbiamo ricordare oggi tutti i caduti, anche quelli che hanno
combattuto dalla parte sbagliata sacrificando in buona fede la propria vita ai
propri ideali e ad una causa già perduta.
Questo non significa naturalmente neutralità o indifferenza. Noi siamo - tutti
gli italiani liberi lo sono - dalla parte di chi ha combattuto per la nostra
libertà, per la nostra dignità e per l’onore della nostra Patria.
In questi anni la storia della Resistenza è stata approfondita e discussa. E’ un
bene che sia successo. La Resistenza è - con il Risorgimento - uno dei valori
fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà. E la
libertà è un diritto che viene prima delle leggi e dello Stato, perché è un
diritto naturale che ci appartiene in quanto esseri umani.
Una nazione libera tuttavia non ha bisogno di miti. Come per il Risorgimento,
occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle
quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto
delle colpe.
È un esercizio di verità, è un esercizio di onestà, un esercizio che rende
ancora più gloriosa la storia di coloro che invece hanno combattuto dalla parte
giusta con abnegazione e con coraggio.
È la storia dei tanti che hanno combattuto nell’esercito del Sud, che da
Cefalonia in poi hanno riscattato con il sangue l’onore della divisa.
È la storia dei martiri come Salvo D’Acquisto che non esitò a sacrificare la sua
vita in cambio di altre vite innocenti.
È la storia dei nostri militari internati in Germania, che scelsero il campo di
concentramento piuttosto che collaborare con i nazisti.
È la storia dei tanti che nascosero concittadini ebrei ricercati, salvandoli
dalla deportazione.
È la storia soprattutto dei tanti, tantissimi eroi sconosciuti che con piccoli o
grandi gesti di coraggio quotidiano collaborarono alla causa della libertà.
Anche la Chiesa, voglio ricordarlo, fece la sua parte con vero coraggio, per
evitare che concetti odiosi, come la razza o la differenza di religione,
diventassero per molti motivo di persecuzione e di morte.
Allo stesso modo bisogna ricordare i giovani ebrei della Brigata ebraica,
arrivati dai ghetti di tutta Europa, che imbracciarono le armi e lottarono per
la libertà.
In quel momento tanti italiani di fedi diverse, di diverse culture, di diverse
estrazioni si unirono per seguire lo stesso grande sogno, quello della libertà.
Vi erano fra loro persone e gruppi molto diversi. Vi era chi pensava soltanto
alla libertà, chi sognava di instaurare un ordine sociale e politico diverso,
chi si considerava legato da un giuramento di fedeltà alla monarchia.
Ma tutti seppero accantonare le differenze, anche le più profonde, per
combattere insieme. I comunisti e i cattolici, i socialisti e i liberali, gli
azionisti e i monarchici, di fronte a un dramma comune, scrissero, ciascuno per
la loro parte, una grande pagina della nostra storia. Una pagina sulla quale si
fonda la nostra Costituzione, sulla quale si fonda la nostra libertà.
Fu nella stesura della Costituzione che la saggezza dei leader politici di
allora, De Gasperi e Togliatti, Ruini e Terracini, Nenni, Pacciardi e Parri,
riuscì ad incanalare verso un unico obiettivo le profonde divaricazioni di
partenza.
Benché frutto evidente di compromessi, la Costituzione repubblicana riuscì a
conseguire due obiettivi nobili e fondamentali: garantire la libertà e creare le
condizioni per uno sviluppo democratico del Paese. Non fu poco. Anzi, fu il
miglior compromesso allora possibile.
Fu però mancato l’obiettivo di creare una coscienza morale “comune” della
nazione, un obiettivo forse prematuro per quei tempi, tanto che il valore
prevalente fu per tutti l’antifascismo, ma non per tutti l’antitotalitarismo. Fu
il portato della storia, un compromesso utile a scongiurare che la Guerra fredda
che divideva verticalmente l'Italia non sfociasse in una guerra civile dagli
esiti imprevedibili. Ma l'assunzione di responsabilità e il senso dello Stato
che animarono tutti i leader politici di allora restano una grande lezione che
sarebbe imperdonabile dimenticare. Oggi, 64 anni dopo il 25 aprile 1945 e a
vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, il nostro compito, il compito di
tutti, è quello di costruire finalmente un sentimento nazionale unitario.
Dobbiamo farlo tutti insieme, tutti insieme, quale che sia l’appartenenza
politica, tutti insieme, per un nuovo inizio della nostra democrazia
repubblicana, dove tutte le parti politiche si riconoscano nel valore più
grande, la libertà, e nel suo nome si confrontino per il bene e nell’interesse
di tutti.
L'anniversario della riconquista della libertà è dunque l'occasione per
riflettere sul passato, ma anche per riflettere sul presente e sull'avvenire
dell’Italia. Se da oggi riusciremo a farlo insieme, avremo reso un grande
servizio non a una parte politica o all'altra, ma al popolo italiano e,
soprattutto, ai nostri figli che hanno il diritto di vivere in una democrazia
finalmente pacificata.
Noi abbiamo sempre respinto la tesi che il nostro avversario fosse il nostro
nemico. Ce lo imponeva e ce lo impone la nostra religione della libertà. Con lo
stesso spirito sono convinto che siano maturi i tempi perché la festa della
Liberazione possa diventare la festa della Libertà, e possa togliere a questa
ricorrenza il carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha
dato e che ancora “divide” piuttosto che “unire”.
Lo dico con grande serenità, senza alcuna intenzione polemica.
Il 25 aprile fu all’origine di una nuova stagione di democrazia e in democrazia
il voto del popolo merita l’assoluto rispetto da parte di tutti.
Il popolo, dopo il 25 aprile, votò pacificamente per la Repubblica, e la
monarchia accettò il giudizio popolare.
Poco dopo, il 18 aprile 1948, la scelta popolare fu di nuovo decisiva per il
nostro Paese: con la vittoria di De Gasperi, il popolo italiano si riconobbe
nella tradizione cristiana e liberale della sua storia. E gli anni Cinquanta,
sempre con il sostegno del voto popolare, modellarono un’Italia come realtà
democratica, economica e sociale. L’Italia divenne parte dell’Europa e
dell’Occidente, fu tra i promotori dell’unità atlantica e dell’unità europea,
diventò da Paese reietto un Paese rispettato.
Oggi i nostri giovani hanno davanti a loro altre sfide: difendere la libertà
conquistata dai loro padri e ampliarla sempre di più, consapevoli come sono che
senza libertà non vi può essere né pace, né giustizia, né benessere.
Alcune di queste sfide sono planetarie e ci vedono impegnati a fianco dei Paesi
liberi: la lotta contro il terrorismo, la lotta contro l’integralismo fanatico e
liberticida, la lotta contro il razzismo, perché la libertà, la dignità e la
pace sono un diritto di ogni essere umano, “ovunque” nel mondo.
Ecco perché voglio qui ricordare i soldati italiani impegnati nelle missioni di
pace all’estero, e in particolare tutti quelli che sono caduti nell’espletare
questa nobile missione. C’è una continuità ideale fra loro e tutti gli eroi,
italiani e alleati, che sacrificarono la loro vita più di 60 anni fa per ridarci
la libertà nella sicurezza e nella pace.
Oggi quell’insegnamento dei nostri padri assume un valore particolare: questo 25
aprile cade all’indomani della grande tragedia che ha colpito questa terra
d’Abruzzo. Ancora una volta, di fronte all’emergenza e alla tragedia, gli
italiani hanno saputo unirsi, hanno saputo superare le divergenze, sono riusciti
a dimostrare di essere un grande popolo coeso nella generosità, nella
solidarietà e nel coraggio.
Guardando ai tanti italiani che si sono impegnati qui nell’opera di soccorso e
di ricostruzione mi sento orgoglioso, ancora una volta, ancora di più, di essere
italiano e di guidare questo meraviglioso Paese.
Oggi Onna è per noi il simbolo della nostra Italia.
Il terremoto che l’ha distrutta ci ricorda i giorni in cui fu l’invasore a
distruggerla. Riedificarla vorrà dire ripetere il gesto della sua rinascita dopo
la violenza nazista.
Ed è proprio nei confronti degli eroi di allora e di oggi che noi tutti abbiamo
una grande responsabilità: quella di mettere da parte ogni polemica, di guardare
all’interesse della nazione, di tutelare il grande patrimonio di libertà che
abbiamo ereditato dai nostri padri.
Abbiamo, tutti insieme, la responsabilità e il dovere di costruire per tutti un
futuro di prosperità, di sicurezza, di pace, e di libertà.
Viva l’Italia! Viva la Repubblica!
Viva il 25 aprile, la festa di tutti gli italiani, che amano la libertà e
vogliono restare liberi!
Viva il 25 aprile la festa della riconquistata libertà!
Torna
Indietro
|