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Una mala abitudine, contro cui
occorre reagire, è quella presa da qualche tempo dai comunisti
autoritari di opporre il comunismo all'anarchia, come se le due
idee fossero necessariamente contraddittorie; l'abitudine di
usare questi due termini comunismo ed anarchia come se fossero
tra loro antagonistici, e l'uno avesse un significato opposto
all'altro.
In Italia, dove da più di
quarant'anni queste parole si adoperano come un binomio
inscindibile, di cui l'un termine completa l'altro, ed insieme
uniti sono l'espressione più esatta del programma anarchico,
questo tentativo di non tener conto d'un precedente storico di
tale importanza e di rovesciare addirittura il significato delle
parole, è ridicolo e non può che servire a generare confusione
nelle idee ed infiniti malintesi nella propaganda.
Non è male ricordare che fu proprio
un congresso delle Sezioni Italiane della prima Internazionale
dei lavoratori, tenuto clandestinamente nei dintorni di Firenze
nel 1876, che, su proposta motivata di Errico Malatesta, per il
primo affermò essere il comunismo la sistemazione economica che
meglio poteva render possibile una società senza governo; e
l'anarchia (cioè l'assenza d'ogni governo), come organizzazione
libera e volontaria dei rapporti sociali, essere il mezzo di
migliore attuazione del comunismo. L'una è la garanzia d'un
effettivo realizzarsi dell'altro, e viceversa. Di qui la
formulazione concreta, come ideale e come movimento di lotta,
del comunismo-anarchico.
Ricordavamo altrove 8 che nel 1877
l'" Airbeiter Zeitung " di Berna elaborava gli statuti di un "
Partito Anarchico Comunista di lingua tedesca "; e nel 1880 il
Congresso della Federazione Internazionalista del Giura a
Chaux-de-Fonds approvava una memoria presentata da Carlo Cafiero
su " Anarchia e Comunismo " sempre nello stesso senso. Gli
anarchici allora si chiamavano in Italia più comunemente
socialisti; ma quando volevano precisare (Vedi L. FABBRI,
Dittatura e Rivoluzione, pag. 140.) si chiamavano, come si son
chiamati sempre da quel tempo in poi fino ad oggi,
comunisti-anarchici.
Più tardi Pietro Gori Soleva
appunto dire che di una società, trasformata dalla rivoluzione
secondo le nostre idee, il socialismo (comunismo) costituirebbe
la base economica, mentre l'anarchia ne sarebbe il coronamento
politico.
Queste idee, come precisazione del
programma anarchico, hanno acquistato, come suol dirsi, diritto
di cittadinanza nel linguaggio politico sin dal tempo in cui la
Prima Internazionale dette gli ultimi segni d'attività in Italia
(1880-32). Tale definizione o formula dell'anarchismo il
Comunismo-anarchico - era accettata nel loro linguaggio anche
dagli altri scrittori socialisti, i quali quando volevano
specializzare il proprio programma di riorganizzazione sociale
dal punto di vista economico, parlavano non di comunismo ma di
collettivismo, e si dicevano infatti collettivisti.
Ciò fino al 1918; vale a dire
finché i bolscevi-chi russi, per differenziarsi dai
social-democratici patrioti o riformisti, non decisero di mutare
nome, riprendendo quello di " comunisti " che si richiama alla
tradizione storica del celebre Manifesto di Marx ed Engels del
1847, e che prima del 1880 era adoperato in senso autoritario e
socialdemocratico esclusivamente dai socialisti tedeschi. Poco
per volta quasi tutti i socialisti aderenti alla
III Internazionale di Mosca hanno
finito col dirsi comunisti, senza tenere alcun conto del
cambiato significato della parola, del mutato uso che se ne fa
da quarant'anni nel linguaggio popolare e proletario e delle
mutate situazioni nei partiti dal 1870 in poi - commettendo così
un vero e proprio anacronismo.
Ma questo riguarda i comunisti
autoritari e non noi; né da parte nostra vi sarebbe ragione
alcuna di discutere la cosa, se essi si fossero affrettati,
cambiando nome, a spiegare chiaramente quale cambiamento d'idee
corrisponda al cambiamento della parola. I socialisti
trasformatisi in comunisti hanno certo assai modificato il loro
programma da quello che era stato fissato al Congresso del
Partito dei Lavoratori a Genova, per l'Italia, nel 1892, ed a
Londra, per l'Internazionale socialista, al Congresso del 1896.
Ma la modificazione del programma verte tutta ed esclusivamente
sui metodi di lotta (adozione della violenza, svalutazione del
parlamentarismo, dittatura invece che democrazia, ecc.); e non
riguarda l'ideale di ricostruzione sociale, cui unicamente le
parole comunismo e collettivismo possono riferirsi.
Per quel che riguarda il programma
di riorganizzazione sociale, di assetto economico della società
futura, i socialisti-comunisti non l'hanno modificato in nulla;
non se ne sono affatto occupati. In realtà, sotto il nome di
comunismo è sempre il vecchio programma collettivista
autoritario che sussiste - con, in un sfondo lontano, molto
lontano, la previsione della scomparsa dello Stato che si addita
alle folle nelle occasioni solenni, per stornare la loro
attenzione dalla realtà di una nuova dominazione, che i
dittatori comunisti vorrebbero loro mettere sul collo in un
avvenire più prossimo.
Tutto ciò è fonte di equivoci e di
confusione tra i lavoratori, ai quali viene detta una cosa con
parole che ad essi ne fan credere un'altra.
La parola comunismo fin dai più
antichi tempi significa non un metodo di lotta, e ancor meno
tino speciale modo di ragionare, ma un sistema di completa e
radicale riorganizzazione sociale sulla base della comunione dei
beni, del godimento in comune dei frutti del comune lavoro da
parte dei componenti di una società umana, senza che alcuno
possa appropriarsi del capitale sociale per suo esclusivo
interesse con esclusione o danno di altri. È un ideale di
riorganizzazione economica della società, comune a parecchie
scuole del socialismo (compresa l'anarchia); né furono punto i
marxisti a formularlo pei primi. Marx ed Engels scrissero bensì
un programma per il partito comunista tedesco nel 1847,
tracciandone le direttive teoriche e tattiche; ma il partito
comunista c'era già prima di loro, e la concezione del comunismo
essi l'accettarono dagli altri, e non furono affatto loro a
crearla.
La concezione comunista, in quel
magnifico laboratorio d'idee che fu la Prima Internazionale, si
venne sempre più precisando; ed acquistò quel suo particolare
significato, in confronto del collettivismo, che verso il 1880
concordemente accettarono nel Linguaggio politico-sociale tanto
gli anarchici che i socialisti: da Carlo Marx a Carlo Cafiero,
da Benedetto Malon a Gnocchi Viani. Da allora per comunismo si è
sempre inteso un sistema di produzione e distribuzione della
ricchezza nella società socialista, il cui indirizzo pratico era
sintetizzato nella formulala: da ciascuno secondo le sue forze e
capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni t Il comunismo degli
anarchici, integrato sul terreno politico dalla negazione dello
Stato, era ed e inteso in questo senso, per significare con
precisione un sistema pratico di attuazione socialista dopo la
rivoluzione, che corrisponde tanto al significato etimologico
quanto alla tradizione storica.
I neo-comunisti invece per "
comunismo " intendono soltanto o prevalentemente l'insieme di
alcuni metodi di lotta e dei criteri teorici da essi adottati
nella discussione e nella propaganda. Alcuni si riferiscono al
metodo della violenza o terrorismo statale, che dovrebbe imporre
per forza il regime socialista; altri volino significare con la
parola " comunismo " il complesso di teorie che vanno sotto il
nome di marxismo (lotta di classe, materialismo storico,
conquista del potere, dittatura proletaria, ecc.);
La formula, dei collettivisti ora
invece (a ciascuno il frutto del suo lavoro oppure e. ciascuno a
seconda del sito lavoro . Inutile il dire che queste formule
vanno intese in un senso approssimativo, come indirizzo
generale, e non in modo assoluto e con carattere dogmatico, come
pure per un ceno tempo vennero adoperate.altri ancora un puro e
semplice metodo di ragionamento filosofico, come il metodo
dialettico. Alcuni lo chiamano, perciò, - accoppiando insieme
parole che non hanno fra loro alcun nesso logico - comunismo
critico, ed altri comunismo scientifico.
Secondo noi, tutti costoro sono in
errore; poiché le idee ed i metodi di cui sopra potranno essere
condivise ed adoperati anche dai comunisti, ed essere più o meno
conciliabili col comunismo, ma da soli non sono il comunismo né
bastano a caratterizzarlo, mentre potrebbero benissimo
conciliarsi con altri sistemi del tutto diversi e magari
contrari al comunismo. Se volessimo divertirci con dei bisticci,
potremmo affermare che nelle dottrine ne dei comunisti
dittatoriali v'è di tutto un po', ma quel che più vi manca è
precisamente il comunismo.
Noi non contestiamo affatto - ci
s'intenda bene - il diritto ai comunisti autoritari di chiamassi
come loro pare e piace e d'adottare un nome che è stato soltanto
nostro per quasi mezzo secolo e che non abbiamo intenzione
alcuna di rinnegare. Sarebbe da parte nostra una pretesa
ridicola. Ma quando i neo-comunisti discutono d'anarchia e con
gli anarchici, essi hanno l'obbligo morale di non fingere
d'ignorare il passato, hanno l'elementare dovere di non
appropriarsi del nome fino al punto di farsene un monopolio,
fino a creare fra i due termini - comunismo ed anarchia - una
incompatibilità artificiale quanto bugiarda.
Quando essi ciò fanno dimostrano di
mancare d'ogni criterio d'onestà polemica.
Tutti sanno come il nostro ideale,
sintetizzato nella parola anarchia, preso nel suo contenuto
programmatico di organizzazione libertaria del socialismo, si è
sempre chiamato comunismo anarchico. Quasi tutta la letteratura
anarchica è socialista in senso comunista fin dalla fine della
Prima Internazionale. Il collettivismo legalitario e statale da
un lato ed il comunismo anarchico e rivoluzionano dall'altro,
erano le due scuole in cui si divideva principalmente il
socialismo fino allo scoppio della Rivoluzione Russa nel 1917.
Quante polemiche, dal 1880 al 1918, non abbiamo sostenuto con i
socialisti marxisti, gli odierni neo-comunisti, in sostegno
dell'ideale comunista contro il loro collettivismo da caserma
germanica!
Orbene, il loro ideale di
riorganizzazione futura è rimasto il medesimo, ed anzi ha
accentuato il suo carattere autoritario. Fra il collettivismo
che era allora oggetto delle nostre critiche ed il comunismo
dittatoriale odierno, la differenza è solo nei metodi ed in
qualche motivazione teorica, non sul fine immediato da
raggiungere. Esso si riallaccia, e vero, al comunismo di Stato
dei socialisti tedeschi di prima del 1880, - il Wolkstaat, stato
popolare, - di cui Bakounine fece una critica così corrosiva; ed
anche al socialismo di governo di Luigi Blanc, confutato così
brillantemente da Proudhon. Ma vi si riallaccia solo dal punto
di vista secondario politico, del metodo rivoluzionario-statale,
non dal punto di vista economico suo proprio, - organizzazione
della produzione e distribuzione dei prodotti, - su cui Marx e
Blanc avevano vedute assai più larghe e geniali di questi
tardissimi loro eredi.
Il dissenso, il contrasto, non è
dunque tra anarchia e comunismo più o meno " scientifico ",
bensì tra il comunismo autoritario statale, spinto fino al
dispotismo dittatoriale, ed il comunismo anarchico o antistatale
con la sua concezione libertaria della rivoluzione.
Ché se d'una contraddizione in
termini si dovesse parlare, questa la si dovrebbe cercare non
tra il Comunismo e l'Anarchia, che si integrano al punito che
l'uno non è possibile senza l'altro, ma piuttosto tra Comunismo
e Stato. Finché v'è Stato o governo, non v e comunismo
possibile. Per lo meno la loro conciliazione è così difficile e
con subordinata al sacrificio d'ogni libertà e dignità umana, da
farla ritenere impossibile oggi che lo spirito di rivolta,
d'autonomia e di libera iniziativa e con diffuso tra le masse,
affamate non soltanto di pane, ma anche di libertà.
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