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#Caso Welbi: il Valore dell'Anima

Caso Welbi: il Valore dell'Anima

(ARTICOLO MEDITATO E SCRITTO 5 GIORNI PRIMA CHE L'ESISTENZA DI PIERGIORGIO WELBI VENISSE INTERROTTA PER MANO UMANA)

Il caso Welbi ha di recente riportato alla ribalta la questione dell'eutanasia.

La cosiddetta "dolce morte" contempla spine da staccare, sieri da iniettare, esistenze da spezzare. La vita è la stessa per tutti, per il credente come per il non credente. Non si deve compiere l'errore di scivolare nel dogma del proprio credo o, viceversa, opporvisi senza la necessaria cautela. La vita è una prova, è fortuna o sfortuna, discesa e salita, lacrima e sorriso. Non esistono solo il bianco o solo il nero, ma un'infinita scala di grigi, sfumature che ai nostri occhi appaiono come vittorie o sconfitte.

Tornando a parlare dello sfortunato Welbi, sono in molti (e tra questi lui stesso) a chiedere l'eutanasia. Ma la realtà è diversa da quella che sembra. Lui esprime concetti, comprende il mondo che lo circonda, vive sulla sua pelle la tempesta mediatica che la sua (semplice) richiesta ha scatenato.

La vita di un uomo non può essere messa allo stesso livello di quella di un televisore, da accendere o spegnere, da guardare o evitare, tutto ovviamente a piacimento di qualche compassionevole (o assetato di fama e danaro) dottore o membro della magistratura, questo poichè la libertà di vivere non è equiparabile alla libertà di morire. L'uomo non può opporsi alla vita con la stessa foga con cui si oppone alla morte. La morte.

E' inevitabile ed invincibile. L'uomo si batte per evitare che le malattie abbiano il sopravvento e conducano al vuoto dei sensi.

Ma vivere non è solo correre o saltare; non è solo uscire con gli amici o a fare shopping; non è solo movimenti e voluttà. Vivere è anche intuizione, respiro, ragione, idea.

Il dottore (o avvocato) che decidesse di "sopprimere" Welbi commetterebbe un omicidio poichè lo sventurato è vivo e coglie l'essenza di ciò che lo circonda.

C'è chi denuncia l'accanimento terapeutico di chi obbliga un malato terminale a perpetuare pratiche mediche fini a sé stesse, destinate solamente ad allungare l'oblio del tramonto. Alla stessa maniera c'è chi, facendo propri i valori cristiani, aprioristicamente si oppone a questa pratica.

Giovanni Paolo II più volte fu inviato presso ospedali ed ogni volta non faceva altro che rimandare (di poco) l'inevitabile. Lui stesso prese la suprema decisione di scrivere a suo piacimento l'ultima pagina del libro della sua vita opponendosi all'ennesimo trasferimento presso l'ospedale che avrebbe dovuto accoglierlo dopo una delle sue ultime crisi. Lui si oppose con coscienza (la sua) all'accanimento terapeutico. Lui pose fine a sè stesso.

La dissoluzione terminale coi moderni mezzi medici è semplicemente resa meno dolorosa, dai contorni più arrotondati e meno spigolosi, dai toni pastello.

Tutte le malattie hanno un inizio ed una fine. Le terapie hanno lo scopo di risolverle con un esito positivo. L'uomo con le unghie prova a rimanere aggrappato alla vita, ma non è certo in grado di cancellare la morte.

La morte non pensa debba esser vista come un incidente di percorso semplicemente perchè fa parte del percorso stesso. Non abbiamo la libertà di accettarla: è così, è nostra.

Concludo esternando apertamente il mio pensiero.

Non penso che l'uomo sia proprietario della morte poichè non lo è della Vita.

La vita è come un fiume. L'uomo può deviarne il corso ma non potrà mai invertirne la direzione del flusso delle acque. Vi sono periodi di piena ed altri in cui il letto è semisecco. Ma anche un rigagnolo è un potenziale fiume, ed un fiume non può essere fermato da nessuno.

 

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Data Creazione/Modifica: 20-01-09

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