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Le stagioni della vita si realizzano solo
vivendole? No, si possono anticipare sentimenti e risentimenti anche con
l’intuizione. Così facendo li si può evitare in anticipo.
L’adolescenza coi suoi deliri d’onnipotenza, l’età adulta col rinsavimento
tipico di chi poggia i piedi per terra e la vecchiaia, periodo in cui l’eterno
scontro tra prospettive e ricordi finisce sempre per far vincere questi ultimi,
schiacciando col peso della tristezza senile tutte le speranze covate in
gioventù.
Chiunque deve percorrere questo cammino e chiunque non può sottrarsi a questa
legge non scritta.
Forse non ce ne rendiamo conto ma la vita non è che un attimo. La verità è che
siamo avvolti nel mistero e che nemmeno una luce ci è stata data per penetrarlo,
a parte questa nostra mente perennemente atterrita dalla coscienza dello
scorrere inesorabile del tempo.
E le domande futili, quotidiane, spesso inutili, sovrastano anche le nostre
azioni più semplici, il nostro muoverci tra la gente, il nostro vivere la
società che ci onora colla sua presenza...
Godersi l’aroma del tabacco dopo un caffè o ragionare su quelle che saranno le
conseguenze di quest’azione in vecchiaia?
Non stancarsi per non affaticare il cuore o muoversi per mantenerlo allenato?
Inseguire una moglie che limiti la libertà o perdere con un “sì” sull’altare la
solitudine?
Osservare con calma il creato o affannarsi per cogliere ogni attimo?
Vivere per sempre o vivere pericolosamente?
Appellarsi ad un Dio anche quando non è necessaria la sua presenza o cercarne
sin da subito le prove, certi del fatto che prima o poi il timore di non trovare
il senso di questa vita ci attanaglierà?
Dio, Dio... Come si fa a vedere un disegno divino in questo ossessivo, monotono
alternarsi di nascite e di decessi, in questo brulicare di corpi in calore,
costretti da un piacere di pochi attimi a perpetuare la maledizione del dolore,
delle malattie, della vecchiaia, l'imperversare delle guerre, della fame e delle
epidemie.
E che dire dei preti? Rifiutando di unirsi con qualche femmina non dimostrano
altro che questo, vale a dire che la perfezione della vita consiste nel
rifiutare di perpetuarla, nel ribellarsi al meccanismo che ci spinge a
riprodurci prima di morire.
Il mio essere credente mi concede ugualmente la possibilità di ragionare, senza
tuttavia raggiungere effettivamente una soluzione soddisfacente. Ma il motivo è
chiaro, ovvio: non ho neanche io bene in mente la domanda a cui voglio dare una
risposta.
Sono grigi questi giorni, come torbida è attualmente la mia presenza qui. Come
se del puzzle dei miei compiti non riuscissi ad individuare non una, ma una
decina di tessere mancanti.
E’ solo questa la mia domanda: che ci faccio qui? Qui… Qui dove? Che senso hanno
queste lettere che si alternano una dopo l’altra… numeri, spazi, simboli,
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Non mi sento libero di avere un mio obiettivo se
non quello di lavorare per mettere da parte qualche soldo, fregare qualcun
altro, indossare qualche bell’abito per compiacere la mia mente bacata dalle
pubblicità, cercare qualche femmina utile come trofeo da mostrare agli amici e
poi tra queste scegliere quella che mi darà il poveraccio a cui dovrò dire
quanto è bello vivere. Capisco mio padre.
Perché è vero, vivere è bellissimo, sorridere alla sveglia, sorridere a chi ti
porge il caffè mattutino, sorridere al collega che ti riempie dei suoi problemi,
sorridere di sera in attesa del film serale… o di meglio, bersi un qualcosa con
una amico, una birra che ha sempre lo stesso sapore, delle parole che come dette
in una caverna riecheggiano ritornando nelle orecchie oramai abituate ad
ascoltarle, argomenti ritriti, battute vecchie già quando sono pensate, riti da
giustificare come l’aria che si respira, sempre uguale, usata poco prima da un
tizio a pochi metri da me, che neanche toccherei con un bastone. Lui magari è
lì, ad aspettare la ragazza che ora e ancora ancorata di fronte allo specchio,
dopo aver notato che la ricrescita nera fa capolino sulla tintura gialla. Lui è
lì, e intanto giocherella con la bottiglia che ha tra le mani, col mezzo sorriso
tipico di chi vuol dire alla gente: “Tranquilli, se sono qui da solo ci sarà
pure un motivo”. Sorridere, sorridere, senza mai fermarsi. Ho pensato molto a
quale è la peggior cosa da augurare ad una persona e, al contempo, quale sia
effettivamente la cosa che più mi spaventa. Subito mi viene in mente la morte.
Ma ragionando un poco concludo che essa è istantanea, finisce lì, nello stesso
momento in cui è iniziata. Allora penso ad una malattia. Sento di avvicinarmi
alla soluzione, seppur le malattie che creano dolore sono solitamente brevi e
quelle lunghe son causa spesso di bassa dolenza. Ebbene è la solitudine il male
dei mali, e l’essere “soli” la condizione a cui sfuggire. Ma quale è il
contrario del termine “soli”? In compagnia, vale a dire spalla a spalla con
qualcun altro, avere qualcuno con cui condividere la solitudine… CONDIVIDERE LA
SOLITUDINE… Questa è bella, come se due malati di cancro decidessero di vivere
insieme per stare meglio. La solitudine la si vince solo rivoltando il calzino
della propria esistenza, trovando effettivamente un perché a tutto questo. Non
può essere tutto qui, il binomio denaro-vizio con lo sfondo azzurro-religione.
Forse è una cosa momentanea, forse no. E se anche così fosse comunque non lo
direi.
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