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Premessa
doverosa : non è mia intenzione fornire possibili soluzioni alle innumerevoli
problematiche programmatiche. Quello che farò nelle righe che seguono è
descrivere un quadro il più veritiero possibile dell'Italia che verrà.
Inizio
sottolineando quanto il centrosinistra di Prodi già ora ha un'autosufficienza
infima al senato. Spiego il perché.
Il
regolamento di Palazzo Madama prevede che le eventuali astensioni si sommino ai
voti contrari. L'Unione ha nel complesso ha 158 senatori e la Casa delle Libertà
156. Un senatore eletto all'estero si è definito indipendente. Oltre i
parlamentari regolarmente eletti nell'ultime elezioni politiche vi sono i 7
senatori a vita (Ciampi compreso).
Pensate
all'eventualità in cui il senatore indipendente si schieri con l'opposizione:
158 a 157 sempre a favore delle sinistre.
Pensate
all'eventualità in cui la novantasettenne Rita Levi di Montalcini non si
presenti ad una votazione (possibilità invero probabile data la precarissima
situazione di salute del Premio Nobel per la Medicina): 157 a 157.
E'
PAREGGIO.
Non è mai
successo in tutta la storia della democrazia italiana che tutti i senatori siano
sempre stati presenti ad ogni votazione: nulla lascia pensare che in questa
legislatura gli eletti si comporteranno differentemente rispetto che in passato.
Sarebbe tuttavia stupido pensare che le eventuali assenze colpiranno solo le
file della maggioranza, ma certo questo rappresenta un ulteriore punto
interrogativo sul futuro della coalizione di governo. Comunque è lecito
immaginare che i sei senatori dell'Unione eletti all'estero ogni tanto andranno
a trovare le famiglie nei rispettivi stati di origine. Cinque anni son lunghi e
logoranti a priori, cinque anni spesi sempre sul filo di lana rischierebbero di
diventare un infinito incubo per Prodi.
Ma il
pericolo maggiore per il governo che oggi okkupa il parlamento del Belpaese è il
numero legale: durante la passata legislatura l'opposizione di sinistra spesso
si assentava volutamente dall'aula talvolta riuscendo addirittura a far saltare
le votazioni facendo mancare il numero legale ammesso per convalidarle. E oggi?
Certo il problema attualissimo: assentarsi è fin troppo semplice, chiamare ogni
giorno a raccolta tutti gli eletti è a dir poco utopico.
Prodi
deve augurarsi che i senatori a vita (anche quelli ottuagenari) godano di una
salute di ferro e si presentino puntuali tutte le mattine (anche questo non è
riscontrabile nel passato). Per il resto può limitarsi ad incrociare le dita.
PRODI
ILLUSO BEN PRESTO DELUSO.
Aldilà
dell'introduzione "numerica" che ho appena fatto, il più grande problema della
coalizione antiberlusconiana rimane quello concernente i contenuti: tutto ed il
contrario di tutto. Quando Prodi mostra sicurezza (almeno a suo modo) di fronte
ai microfoni con sparate del tipo "Dureremo 5 anni" sembra quasi mostrare
superficialità. Quando sbotta e sottolinea che "Anche Blair in passato ha
resistito per l'intera legislatura con una maggioranza di un paio di
parlamentari!" invece prende in giro le frange grezze dell'elettorato, il quale
non coglie la principale differenza tra Inghilterra ed Italia: mente oltre la
Manica vige un bipolarismo costituito e secolare, a Roma le due coalizioni sono
solo due contenitori all'interno dei quali galleggia il parlamentarismo succube
del partitismo dilagante. Per intenderci, Mastella con una manciata di voti (e
tre senatori) ha il potere di far cadere il castello di carte del romagnolo in
bicicletta.
Ma Prodi
questo lo sa e non lo dice. Forse scaramanzia, forse illusione. Mentre il
Presidente del Consiglio osserva verso l'alto i movimenti delle mani del
burattinaio di turno, intorno a sé dietro le frasi di circostanza c'è già chi
prepara i bagagli.
LE
FORBICI DEL PROFESSORE E I NUOVI TRASFORMISMI.
Vi
ricorderete sicuramente quello che successe al termine del primo Governo Prodi e
come venne a determinarsi la maggioranza parlamentare che permise a D'Alema di
formare una nuova maggioranza.
In breve,
Rifondazione Comunista si auto-escluse dalla maggioranza, avvenne una scissione
al suo interno da cui nacque il Partito dei Comunisti Italiani (che continuava
ad appoggiare quel centrosinistra). D'Alema non aveva ancora i numeri per far
nascere un nuovo esecutivo, ecco che dunque da destra non tardò ad arrivare il
supporto di un gruppetto nutrito di parlamentari (che fondarono l'U.D.R.).
In
conclusione un taglio a sinistra e un "regalo" da destra.
Oggi la
situazione appare identica e tosto la spegherò. Sono tre i partiti che al loro
interno hanno malumori di diversa origine la cui linea politica traballa
vistosamente: Rifondazione Comunista, la Lega di Bossi e l'U.D.C.
Cominciamo da sinistra. Il partito che fu di Bertinotti sta subendo un vero e
proprio terremoto interno.
Dopo
l'esperienza comune dentro la lega comunista rivoluzionaria, scissioni, passaggi
a Democrazia Proletaria, scioglimento di quest'ultima dentro il PRC, i
trotskisti sono tutti presenti sotto l'insegna di Bandiera Rossa. Non passa
molto dalla prima scissione: si forma Progetto Comunista, divisa da Bandiera
Rossa che poi diventerà Erre. nel 2002, al V congresso, il gruppo di Bellotti si
scinde (o viene allontanato) da quello di Ricci e Ferrando, formando un altro
gruppuscolo trotskista, che prenderà l'1,7% dei voti dentro il partito. Quindi,
ricapitoliamo: fino a questo momento sono presenti tre correnti dentro il PRC
che si richiamano al trotskismo, che litigano fra di loro su chi è il degno
erede di Trotsky: Bandiera Rossa, Falce e martello, Progetto Comunista . Ma non
finisce qui. Com'è risaputo, se i trotskisti non si scindono tra di loro, non
vivono in pace: mi scindo, quindi sono. I malumori, le prese di posizione
all'interno dell'associazione Progetto Comunista vengono tenute segrete fino al
mini congresso che deve decidere la leadership dell'associazione e quella del
futuro partito fuori da rifondazione. A contendersi la leadership sono Francesco
Ricci e dall'altra l'ormai famoso Marco Ferrando. Il congresso finisce con la
vittoria di Ferrando, non accettata dal suo sfidante, che apostroferà Ferrando
nella peggior maniera ("servo della CIA"...) e darà vita ad un partito, il già
citato Pc Rol. Intanto Ferrando dà vita al movimento costitutivo del partito
comunista dei lavoratori, benedetto dall'effimera quarta internazionale.
Detto
questo, come può Prodi minimamente immaginare di portare avanti una politica
estera ed interna incisiva con un fardello comunista come questo? Ecco che
dunque sarebbero giustificati i pensieri ampiamente condivisi tra i moderati
prodiani che vorrebbero un'esclusione dei rifondaroli dalla maggioranza.
prima di
distruggere qualcosa è bene tuttavia trovare le soluzioni (o, se più vi piace,
le toppe).
Già
pensate all'UDC: vi deludo.
Gli ex
democristiani guidati da un fedele Casini riescono sufficientemente bene a
quietare i rimbrotti dei vari Follini e Tabacci di turno, gli unici veri nomi
pronti a compiere il grande salto.
Destano
preoccupazioni invece le condizioni del movimento leghista.
Dopo la
sconfitta referendaria c'è chi come Borghezio e Ferrari hanno sottolineato
l'inutilità dell'alleanza con la Casa della Libertà.
Secondo
Ferrari "una parte consistente di senatori e
onorevoli del Carroccio sono già in parola per passare in Forza Italia. Il primo
è Calderoli, che da due anni è l'uomo di Berlusconi all'interno della
Lega. E' già inquadrato e finirà nel partito del Nord di Tremonti. Con lui anche
Castelli, Bricolo, Gibelli, Speroni,
Dario Galli e Stefano Stefani. Che sono a un passo da Forza Italia".E Maroni? "Una
fetta minoritaria ma importante di persone garantiranno il loro sostegno al
governo. Cosa che la Lega sta già facendo, perché Calderoli non è
diventato vicepresidente del Senato a caso. Il movimento sta già dando un aiuto
sottobanco al Senato all'Unione. Maroni aprirà un
tavolo di trattativa con la sinistra, lo vedo già molto attivo con Bassanini e
Bersani. Con lui non ci saranno nomi grossi, ma una serie di
amministratori locali e consiglieri regionali.
Giorgetti invece rimarrà fedele al mandato, non andrà né con Forza
Italia né con la sinistra. Un terzo gruppo resterà come partitino piccolo che
non conterà più nulla e che verrà a rompere le scatole a noi".
Probabilmente queste non sono altro che le conseguenti convulsioni nate dopo la
delusione del referendum, bisogna dunque attendere che le polveri si adagino
nuovamente al suolo per capire l'effettiva (se ce ne sono) consistenza dei
danni, sia interni al partito sia con i rapporti tra gli altri membri della
coalizione.
A mio
modo di vedere sarebbe stupido dividere proprio ora la Casa delle Libertà. Sono
dell'idea che basterebbe non far nulla per far cadere autonomamente il governo.
Semplicemente.
Nessuna
stampella, nessun aiuto esterno, nessun inciucio o rimescolamento.
Il
trasformismo, nel momento in cui dovesse realmente rpresentarsi, aiuterebbe
Prodi per un breve periodo, ma alla lunga sarebbe inutile.
Sarebbe
come usare un placebo per combattere un cancro. Prodi è cosciente del fatto che
la sua maggioranza è martoriata dalle differenze. Le differenze, quando si
devono compiere delle decisioni (ed il compito di chi governa è quello di
decidere) diventano divisioni.
Sapete
quale è il mio timore? Che pur di non scucire i propri corpi dalle poltrone del
governo Prodi e i suoi complici decideranno di non decidere: in questa maniera
non rischierebbero di dividersi.
Dall'alto
Dante osserva accanto a Beatrice la penisola italica e, son certo, ha già posto
il pacioso leader (?) unionista tra gli ignavi, vale a dire coloro i quali per
mancanza di coraggio rimangono neutrali.
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