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Questa
settimana ParlaPerTE gode della
pubblicazione integrale, senza modifiche, censure o migliorie dell' esame di
economia da me svolto nel maggio di quest'anno presso la facoltà di scienze
politiche all'università della Tuscia di Viterbo. Vengono affrontati temi
macro-economici che ancor'oggi son di stretta attualità. Buona lettura.
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Come gli eventi di stretta
attualità tendono a sottolinearci quotidianamente,
economicamente parlando l’Italia e l’Europa non stanno certo
passando un periodo semplice per le ragioni che tosto
esplicherò.
Prima di ogni cosa devo evidenziare
la massiva differenza tra l’impianto economico statunitense
rispetto a quello nostrano: il primo, travolto da una crisi
finanziaria trasferitasi poi all’economia reale, ha subito
(subisce e subirà) forti ripercussioni per colpa di una crisi
che ha tagliato le gambe ha chi ha pensato “bene” di poter far
soldi da altri soldi, fomentando illusioni di ricchezza e
ispirando fittizie bolle finanziarie. L’Europa inevitabilmente
sta subendo i contraccolpi del principale partner economico, in
quanto un’America finanziariamente fiacca non consente al
Vecchio Continente la possibilità d’avere scambi commerciali dai
volumi paragonabili a quelli dei periodi anteriori a quello
attuale.
Ma è la fiducia ad avere subito una
forte scossa, la stessa fiducia che tarpa le ali a chi vuole
investire, la fiducia che non consente alle banche (anche da noi
solo parzialmente colpite dai fenomeni americani) di poter dare
benzina ad un mercato in folle, stantio, asfittico.
Il debito pubblico dei paesi
europei è considerevole rispetto a quello di altri paesi, ed
ecco quindi una delle principali ragioni per cui una ipotetica
politica keynseniana è frenata dalla necessità di tenere sotto
controllo bilanci commerciali in cui i vari welfare gravano
pesantemente.
Appare dunque opportuno,
soprattutto nel caso italiano (3° debito pubblico al mondo con i
suoi 1670 miliardi di euro) seguire una politica economica
finalizzata alla riaccensione della fiducia degli investitori e
della gente. Una politica non ad ampio respiro non consentirebbe
di costruire, mediante ricerca e sviluppo, le basi della
creazione le basi di un impianto solido alternativo a quello
attuale, seppur nucleare ed altri aspetti lascino ben sperare su
quel che verrà.
Il debito pubblico deve per forza
di cose non lievitare ulteriormente per una duplice ragione:
eventuali acquirenti di titoli di Stato verrebbero scoraggiati
dall’eccessivo indebitamento e la drammatica conseguenza
dell’insolvenza determinerebbe la fine d’ogni cosa
(economicamente parlando, ovviamente), avendo ben chiaro nei
nostri ricordi ciò che è avvenuto in paesi che hanno subito
questa triste onta di sventura (come l’Argentina).
Per quanto concerne il discorso
dell’inflazione, l’attuale situazione è particolare in quanto
calando la domanda (poiché sono inferiori le risorse economiche
in mano ai papabili acquirenti ed è inferiore la fiducia) cala
proporzionalmente l’offerta, causando (come stiamo assistendo)
ad un costante calo dei prezzi. Il rischio deflattivo è
esistente ed il pericolo maggiore colpisce soprattutto una
situazione fragile e volubile come quella italiana. Nel nostro
Paese, dal 3,7% del periodo prenatalizio (sforando quindi il
limite impostici dall’ U.E.) oggi si è arrivati a poco più del’
1%. Quando calano i prezzi perchè non c’è domanda gli esiti ai
fini occupazionali non possono che essere nefasti (ne parlerò
nel paragrafo successivo). Ecco anche la ragione per cui
l’inflazione costante in una situazione economica normale non è
altro che una delle cartine tornasole d’una economia in salute.
La disoccupazione oggi è sul punto,
per la prima volta nei tempi recenti, di tornare a crescere. Sia
quella volontaria (poiché i potenziali lavoratori non accettano
i salari che il mercato del lavoro può dare) sia quella
involontaria (non essendoci spazi occupazionali effettivamente
liberi per nuove realtà imprenditoriali o in quelle già
presenti). Ecco che eventuali interventi pubblici
consentirebbero ad imprese di assumere personale (ricordando
tuttavia il problema del debito). In Italia i contratti definiti
“atipici”, seppur rappresentino la nettissima minoranza,
permettono a chi di dovere la libertà d’assumere senza
particolari vincoli, facendo sì che il tasso di disoccupazione
non aumenti vertiginosamente (oggi tra i 7 e gli 8 punti
percentuali, contro il 20% ad esempio della Spagna). Molte sono
le industrie europee che hanno annunciato ed hanno ricorso a
tagli del personale (per poter rientrare nei bilanci), tuttavia
questa è una situazione che appare introvertibile (almeno nel
brevissimo periodo che ci è avanti).
Oggi la concorrenza è uno degli
argomenti più discussi: nuove imprese (soprattutto dall’estremo
oriente) immettono nei nostri mercati prodotti a basso costo
(cala così la domanda dei prodotti dal prezzo maggiore proposti
dalle nostre imprese, costrette ancora una volta a contenere i
prezzi riducendo ulteriormente i profitti); oligopoli rafforzano
la loro presenza aumentando la profondità delle loro radici e
talvolta speculando sulla situazione non semplice;
neo-protezionismi riaccendono l’Europa politica (basti pensare a
quello che è avvenuto in Francia nel settore “auto” o in
Germania in quello bancario, dove lo Stato sono ad “inquinare”,
mediante aiuti o addirittura partecipazioni, un mondo che fino a
ieri mai si sarebbe potuto immaginare di subire gli schiaffi
morali come quelli che sta ripetutamente ricevendo).
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