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In democrazia è
ammesso uccidere un dittatore: così i Di Pietro e le Bindi hanno legittimato
l'attentato a Berlusconi. Ma d'ora in avanti chi definisce un "regime fascista"
questo governo se ne deve assumere le responsabilità.
Al di là della campagna d’odio e d’insulti contro Berlusconi che ha l’alibi di
essere reciproca, c’è un motivo preciso e unilaterale che basta da solo a
legittimare la violenza contro il premier: è l’accusa, rivolta da Di Pietro, un
pezzo di sinistra, varia stampa, tv e intellettuali, di essere un tiranno. D’ora
in poi dev’essere chiara una cosa: chiunque definisce tirannide o regime
fascista il governo di Berlusconi si assume la responsabilità politica e civile
di mandante morale delle aggressioni subìte da Berlusconi e di ogni altro
eventuale attentato.
Perché si sa che per abbattere il tiranno è ammesso anche il tirannicidio, lo
dice anche la giurisprudenza liberale e democratica. In difesa della libertà e
dei diritti umani si può anche uccidere il dittatore. Saddam docet. E se si
giudica tiranno Berlusconi, se lo si definisce pubblicamente in questo modo, si
legittima l’attentato contro di lui e si ritiene lecita ogni violenza pur di
eliminare il despota. Se Berlusconi eguale Mussolini, poi, è possibile anche
fare di Piazza Duomo un nuovo Piazzale Loreto perché è ammesso perfino il
massacro e lo scempio del dittatore, secondo i medesimi civilissimi,
democraticissimi e umanissimi signori. Ora torniamo al caso nostro, a
Berlusconi.
L’evidenza della realtà smentisce che siamo anche vagamente in una dittatura. In
una tirannide chi esprime queste accuse al tiranno viene infatti perseguitato,
incarcerato, eliminato; invece assistiamo da svariato tempo a libere denunce
televisive e giornalistiche di tirannide del governo Berlusconi senza alcun
effetto nei confronti di chi lo denuncia, sia esso politico, giornalista o
semplice cittadino. Persino i precedenti aggressori di Berlusconi non sono stati
neanche ventiquattr’ore in carcere e chi lo ha aggredito verbalmente in
tribunale ha ricevuto pure il plauso della magistratura perché la sua critica
aveva utilità sociale, con la lode aggiuntiva di averla pronunciata in
tribunale. La smentita più evidente che siamo in una tirannide è l’incolumità
assoluta di chi pronuncia questa dura accusa, il suo permanere indisturbato nel
pieno esercizio del suo ruolo di oppositore, giornalista e ospite televisivo.
Una tirannide, anche velata, non ammette il dissenso, soffoca le voci ostili,
sopprime i suoi avversari.
Da noi invece coloro che dicono di trovarsi in una dittatura si presentano
tranquillamente alle elezioni, aumentano perfino i loro consensi mentre perdura
la presunta dittatura; esternano quotidianamente e con grande risonanza
pubblica, camminano indisturbati per le strade, nessuna sopraffazione,
manipolazione o pressione impedisce il libero esercizio della loro denuncia.
Ora, dopo aver accusato il premier - oltre che mafioso, buffone, corrotto,
erotomane e altro - di essere tiranno e dittatore fascista, e perfino coinvolto
nelle stragi di mafia, sia ben chiaro a tutti che ogni atto violento troverà in
questa accusa così palesemente falsa e tendenziosa, atta a turbare l’ordine
pubblico, la sua origine e il suo mandante, politico, morale e culturale. Questo
sia ben chiaro in modo particolare alla sinistra radicale, alla stampa e alla tv
giacobina, ai delinquenti di facebook che inneggiano a quel criminale, ai
dipietristi che parlano di dittatura fascista, alle rosybindi e a tutti coloro
che usano simili espressioni per demonizzare e abbattere Berlusconi. Solo un
irresponsabile può parlare di dittatura.
Lo scrivevamo già prima che accadesse il fattaccio, denunciando la settimana
scorsa il clima; ma oggi c’è la dimostrazione evidente, le parole si sono fatte
sangue. Così come solo una bestia idiota e feroce può dire davanti alla maschera
di sangue di Berlusconi: non faccia la vittima. Bestia idiota perché nega
l’evidenza atroce e sanguinosa della realtà, bestia feroce perché riesce a non
provare neanche un filo di umana e cristiana pietà di fronte al viso tumefatto e
insanguinato di una vittima della violenza e dell’odio. Ho letto articoli decisi
nella condanna del gesto, in questi giorni, ma ho letto anche articoli ipocriti
che velavano l’odio e quasi il compiacimento per l’accaduto con un’untuosa e
affettata solidarietà; e ne ho letti perfino di spregevoli (per esempio quello
di Alberto Statera su la Repubblica). Ora vorremmo un ritorno alla serietà, un
ritorno al senso dello Stato, una presenza incisiva delle istituzioni e delle
forze dell’ordine. Vorremmo che il governo governasse, punto e basta.
In piena sovranità, in piena legittimità, con un pieno mandato popolare, senza
doversi perdere fra le trame e gli attentati giudiziari e stradali, parlamentari
e istituzionali, di questi ultimi mesi. Un periodo di operoso silenzio e di
tacito recupero della fiducia nell’azione del governo, delle istituzioni e delle
forze dell’ordine. Un atto di responsabilità generale che isoli la violenza e
non incoraggi la vendetta, con la certezza che entrambe sarebbero stroncate con
la dovuta energia. Mi sono rifiutato di partecipare al programma Annozero di
Santoro previsto sull’argomento. Da tempo rifuggo la tv rissosa e faziosa,
rifiuto di partecipare a programmi fatti apposta per scannarsi (e mi sottraggo
pure allo scemeggiare della tv fatua, che ogni tanto vuol darsi una tintura di
impegno civile e culturale).
Non sono il burattino o il mastino di nessuno, e perciò non vado a eccitare le
tifoserie o a farmi eccitare per inveire; e non amo nemmeno godermi in poltrona
altri burattini e mastini all’opera. Vorrei che finisse nel nostro Paese il
piacere della corrida tra umani, il gusto della rissa in video e in pubblico,
vorrei che fossero disertate da attori e spettatori queste immonde sceneggiate,
che cadessero in un nauseato silenzio. Vorrei tornare alla civiltà del pensare e
dell’agire, allo stile e all’educazione, al rispetto e alle idee; una comitiva
di profughi dall’Italia, senza permesso di soggiorno.
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