Prima di
incontrarsi sul set del loro primo film, Dio perdona…io no!, i due
attraversano momenti della loro vita differenti, anche , se vogliamo, da un
punto di vista professionale.
Mario Girotti, in arte Terence Hill, è un attore a tutto campo. Inizia a
recitare già ai tempi di Vacanze con il gangster di Dino Risi, film datato nel
1951 e lo vede apparire dodicenne sullo schermo. Il giovane Mario, per pagarsi
gli studi continua a recitare facendo molti film, fotoromanzi, conquistandosi
una notevole fetta di pubblico e notorietà. Quella fama gli servirà per farsi
notare da un certo Luchino Visconti, che, nel Gattopardo di Tomasi Lampedusa,
film del 63, gli farà vestire i panni del beffardo conte Cavriaghi. Insieme ad
un cast d’eccezione composto da Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon
il film avrà un discreto successo.
Il suo fisico agile ed asciutto, le sue esperienze di ginnasta, gli consentono
di recitare delle parti diverse: in Germania era nata la moda dei cosidetti
Crauti western, in pratica dei film western di matrice tedesca che avevano
avuto fortuna con i romanzi di Karl May. Continuando su questa strada,
l’attore veneziano lavorò per un biennio in Germania, di cui aveva peraltro le
origini( sua madre era tedesca), facendo sei film La dove scende il sole,
Giorni di fuoco, Sparate a vista su killer Kid, Operazione terzce o uomo, il
magnifico emigrante, Sigfrido e l’ira di Crimilde, il penultimo da
protagonista.
A ventotto anni ritorna in Italia. Affascinato dai Western italici, pensò di
aver perso un occasione, e invece, sempre in quegli anni, Girotti ottiene la
parte di Django, sulfureo spaghetti western del 66 girato da Sergio Corbucci,
con Franco Nero protagonista. L’attore veneziano sfoggia un nome nuovo di
zecca: amante del poeta latino Terenzio e per Lori Hill, sua insegnante di
Inglese, che poi diverrà sua moglie, ne deriva il nome d’arte, ecco spiegato
il dilemma. Truccato e vestito come la controfigura di Franco Nero, Hill ne
ripercorre tutti i cliché. I riferimenti al film di Corbucci sono via via più
evidenti, fino a lambire la citazione nell’epilogo, un duello tra le croci di
un camposanto in cui fa la sua apparizione la famigerata mitragliatrice
nascosta nella bara. L’adesione fisica del protagonista è forzata e Hill
rimane intrappolato nel ruolo del truce nerovestito. Ha comunque modo di
dimostrare le sue indubbie qualità atletiche e l’intensità dei suoi occhi
azzurri, ripresi con dovizia di primi piani da un certo Enzo Barboni che di là
a qualche anno farà la fortuna sua e del bel Terence. Per Hill si stavano
schiudendo le porte del successo.
Le vicende personali di Carlo Pedersoli sono totalmente diverse ma nondimeno
affascinanti: tutto ciò che riguarda il suo fisico rozzo e il suo vocione
partenopeo non sembrano rispecchiare l’uomo colto e spiritoso, l’atleta che è
stato, il viaggiatore curioso.
Carlo è stato un grande nuotatore. Già a otto anni era membro d’un piccolo
club, dove inizia a vincere i primi trofei. Poi dalla sua città natale,
Napoli, i genitori si trasferiscono a Roma. Carlo veniva da un famiglia di
umili origini e a causa dei disastri della guerra viaggiarono molto alla
ricerca d’un occupazione stabile. Tuttavia la passione per la piscina rimase
nei geni del colosso napoletano, che vinse il campionato di nuoto a rana e
l’anno successivo, nei 100 metri stile libero, dove fu il primo a scendere
sotto il minuto.
Siamo negli anni cinquanta, intanto Carlo dopo esser stato in Argentina per
due anni, comincia ad apparire nelle comparse di film come Quo vadis, siluri
umani, è l’anno dei kolossal alla Steve Reeves, dei pepla.
Il 55, per Carlo, è una data importante perché segna la sua prima vera
autentica prova d’attore, nel piccolo ruolo di Fernando in un eroe dei nostri
tempi, commedia di costume interpretata da Alberto Sordi e Franca Valeri
diretta da Mario Monicelli. Pedersoli sbarca negli States, non prima di aver
segnato fuggevolmente, con la sua presenza, Addio alle armi e Cocco di Mamma.
Interpreta così, durante le riprese italiane del melodramma di Charles Vidor,
accanto alle star Rock Hudson e Jennifer Jones. Da segnalare il film Annibale
del 59, dove appare come comparsa, non tanto per il ruolo assunto nel film,
che peraltro è un passo indietro, ma per l’incontro con Terence Hill che
invece interpretava il ruolo di Quintiliano.
Gli anni sessanta per il buon Carlo, sono anni speciali, in particolare uno il
60. Carlo infatti si sposa con Maria Amato dalla quale avrà sei figli e
sebbene il suocero sia un rinomato produttore cinematografico, Pedersoli farà
delle colonne sonore per la rai, tirando fuori anche un'altra passione: la
musica.
Tuttavia, arriva una chiamata inaspettata. Giuseppe Colizzi, amico
dell’artista partenopeo, durante una telefonata, chiese alla moglie se suo
marito aveva conservato le doti fisiche del suo recente passato di nuotatore.
Colizzi girava a quei tempi un western, e Carlo era l’uomo che cercava. Così
nel 67 avviene l’incontro fatidico con Terence dove i due si rincontrarono e
diedero vita alla coppia delle meraviglie, la coppia dei record…
Anche Carlo scelse uno pseudonimo, Bud Spencer. La sigla derivava deriva dalla
celebra marca di birra “Bud” e l’attore Spencer Tracy. Dio perdona…io no! è
opera di Giuseppe Colizzi, regista romano di indubbio talento. Si dice che il
ruolo di Bud doveva esser affidato a Peter Martell, ma un inopinato infortunio
mise ko l’attore ripiegando su Spencer. Ancora lontani dal flavour introdotto
tre anni più tardi dall’ex direttore della fotografia Enzo Barboni, in arte E.
B. Clucher, Terence Hill e Bud Spencer sviluppano, sotto l’attenta regia di
Colizzi un compiuto percorso evolutivo che, partendo dai canoni dello
spaghetti western codificati da Sergio Leone, approda ad una visione
complementare di quel genere cinematografico. Nella prima parte di quella che
possiamo considerare a tutti gli effetti una trilogia apripista dei “fagioli
western”, citati da Menarini nel suo libro sulla parodia, la figura di Spencer
appare ancora relegata in una posizione secondaria, offuscata dalla stella
allora più fulgida di Terence Hill e addirittura anche quella del loro
antagonista Peter Wolff. In Dio perdona…io no!
Colizzi si allontana dalla messa in scena poveristica dei western “ciociari”,
perché a basso budget, per offrire una frizzante rilettura del mito leoniano:
sorprendente cura dei dettagli, personaggi ben delineati, sapiente dosaggio il
di tempi dilatati a azione, solida sceneggiatura.
E ora un accenno di trama: un treno della Mkt, con a bordo un carico di
trecentomila dollari in oro, è stato assalito dai banditi: il tesoro depredato
e i passeggeri trucidati. Dalle confidenze dell’unico sopravvissuto, Hutch
(Spencer) viene a sapere che il responsabile di tale carneficina potrebbe
essere Bill Sant’Antonio (Frank Wolff), dato per defunto un anno prima.
Il suo presunto carnefice, “doc”Stevens (Hill), si mette subito sulle traccie
del morto. Ritrovatolo, ingaggia con lui un duello sul filo dell’astuzia più
sottile, determinato a soffiargli il carico prezioso e a regolare i conti una
volta per tutte. Anche ricorrendo all’aiuto di Hutch, ricomparso
all’improvviso.
Colizzi, autore come in seguito di soggetto e sceneggiatura, dimostra il
proprio talento fin dalla sequenza iniziale, in cui l’arrivo di un treno in
una stazione parata a festa, enfatizzato dalla musica
repentina tragedia allorché il convoglio rivela il suo macabro contenuto.
L’architettura narrativa del film poggia su due flashback, il più articolato
dei quali assolve alla funzione di illustrare esaustivamente, più che
l’artefatto propriamente detto, l’excursus emotivo di Hill/Stevens fino al
momento dell’inaspettata rivelazione :Sant’Antonio è ancora vivo!.
L’interpretazione degli attori è ancora legata ai canoni dello spaghetti
western serio – sguardi torvi, risate beffarde, sadismo latente – ma già si
intravede nel personaggio di Bud Spencer un connotato per così dire
destabilizzante: non a caso la prima battuta che pronuncia: “Dov’è possibile
sfamarsi qui intorno?” annuncia la sua futura ossessione prediletta, il cibo.
Il personaggio di Frank Wolff, per contro, è certo memore del Volonté di per
un pugno di dollari in più, pervaso da una irrefrenabile vena di sarcastica
follia. La contrapposizione Hill/Wolff è infatti il motore del film,
quantunque Colizzi liberi qualche scintilla del potenziale carismatico della
coppia Girotti-Pedersoli. I ruoli all’interno della coppia, inoltre, sono già
chiaramente delineati: Hill sarà ingegno e spietata determinazione, Spencer
forza bruta – qui si porta sulle spalle un enorme cassa d’oro – e ruvida
impulsività.
Ancora echi di Leone nella descrizione delle ondivaghe fortune dei
protagonisti, sequestrati e torturati, come Eastwood e Van Cleef, ma infine
capaci, al pari dei loro illustri predecessori, di ribaltare la situazione
sfruttando l’avidità dell’essere umano.
Il successo del primo film spinge Colizzi a metterne subito in cantiere il
seguito: nasce così i quattro dell’ave maria (68). Cat Stevens (Hill) e Hutch
Bessy (Spencer) scoprono il doppio gioco del banchiere Harold (Steffen
Zacharias) e per non svelare i suoi intrallazzi si fanno consegnare una forte
somma di denaro, in oro.
Il disonesto direttore cerca di recuperarla rivolgendosi a una sua vecchia
conoscenza, Cacopoulos ( Eli Wallach), un ex socio che Harold ha incastrato e
fatto condannare a morte, e al quale ora offre in baratto la libertà.
L’uomo, tradito quindici anni prima dallo stesso insospettabile funzionario
con altri due complici dopo una rapina in banca, finge di accettare. Appena
uscito di cella liquida Harold, sorprende con uno strano stratagemma Cat e
Hutch alleggerendoli di alcune bisaccie colme d’oro, e parte alla ricerca
degli altri due traditori.
Giuseppe Colizzi alterna epicità e lepidezze, eccessi e divagazioni
picaresche, tratteggiando con gusto un quadro di insieme composito, curato
sotto il profilo scenografico: le vivide sequenze della festa messicana a
Tula, sottolineate da un montaggio serrato dall’effetto “ubriacante”,
“fotografato di un realismo pasoliniano dicono Bertolino-Ridola, (i reiterati
primi piani sui volti dei peones illuminati da lampi di ottusità, simili a
mascheroni grotteschi e ripugnanti)”.
I rispettivi ruoli sono ancora in divenire, quindi nitidamente divisi, privi
di una compiuta complementarità: Spencer, irascibile e viscerale, è artefice
dei sporadici siparietti ludici a mani nude mentre Hill, silenzioso ed
impassibile, incarna il west non ancora contaminato dai futuri parossismi,
tutto compreso nella sua arcigna gravità, fra i due a giganteggiare è però Eli
Wallach, che riprende, arricchendola con tocchi beffardi di saggezza popolare,
il personaggio di Tuco di il buono, il brutto e il cattivo.
Il personaggio di Cacopoulos finisce inevitabilmente per offuscare quelli, più
votati all’ archetipo, di Cat e Hutch, sudicio e ribaldo, in apparenza privo
di scrupoli e coscienza civile, sebbene il suo cammino di fuga sia lastricato
di opere pie, l’ex galeotto Cacopoulos è l’anima del film: dispensa massime
filosofiche di famiglia, raggira più volte i due protagonisti e li induce in
maniera inappellabile a sostenerlo fino alla vendetta finale, consumata al
culmine di una sequenza suggestiva in una casa da gioco, scandita dalla corsa
incessante di una pallina da roulette, con una cornice di testimoni atterriti
e sdraiati sul pavimento della sala.
Una resa dei conti gravida di epica attesa, nella quale Colizzi sintetizza,
senza riproporla scolasticamente, la lezione della “trilogia del dollaro”.
Ultima parte della trilogia Colizziana: la collina degli stivali(69), Cat
Stevens, braccato e ferito, trova rifugio presso il circo di Simon Boccanegra,
diretto dal burbero Mami(Lionel Stander) con l’aiuto del rude trappezzista
Thomas(Woody Strode). Una sera, duranteuno spettacolo, un pistolero
(impersonato dal bravo cascatore Romano Puppo), uccide del tutto gratuitamente
un giovane artista: Thomas, deciso a vendicarlo, cattura Cat per poi
sfruttare l’abilità con la Colt.
Quest’ultimo, ristabilitosi, coinvolge l’amico Hutch(Spencer), ritiratosi a
vita indolente con l’aiutante sordomuto Baby Doll( interpretato da Luigi
Montenori, non ancora diventato George Eastman, sulla pellicola si nota un
errore nei titoli di coda dove riportano un altro nome: Luca Montefiori!), e
gli confessa il movente del suo ferimento: il possesso di un documento
relativo ad una concessione mineraria in una non lontana cittadina.
Qui vige l’iniqua legge di Fischer (Victor Buono), signorotto che spadroneggia
sulla comunità di minatori spalleggiato dalla comunità del pistolero
Finch(Glauco Onorato).
Cat e Hutch, con l’aiuto di Thomas e Baby Doll, decidono allora di intervenire
in difesa di un cercatore, loro amico. Il loro arrivo coincide con quello del
giudice di contea per il rinnovo delle concessioni minerarie…Colizzi realizza
un film incompiuto, nel tentativo sfortunato di ibridare i topoi truci del
genere con quelle digressioni che solo l’anno successivo faranno la fortuna
dell’ex direttore della fotografia Clucher.
Esemplare al riguardo la lunga sequenza della scazzottata finale, virata in
toni farseschi, che mal si concilia con l’atmosfera diffusamente drammatica
della scena precedente. Il film non manca tuttavia, di buoni momenti e vanta
al suo attivo almeno un’intuizione interessante, rappresentata dall’inconsueta
atmosfera circense, che gli conferisce una patina di grottesca bizzarria.
Il didascalismo di alcune scelte formali – il frequente ricorso al montaggio
alternato e a indugiati primi piani che esaltano ora l’azzurro degli occhi di
Hill ora fronte e gote luccicanti di sudore – viene riscattato da una
contagiosa atmosfera di guitta allegria, mentre i silenzi carichi di
trepidante incertezza sotto il tendone del circo si sovrappongono
simbolicamente a quelli, altrettanto gravidi di tensione, che precedono le
immancabili sparatorie.
Ed è sul senso di imminenza e di angosciosa attesa che accomuna i protagonisti
del circo a quelli della Colt che Colizzi costruisce la parte più convincente
del film, nella quale mostra un efficace dosaggio di silenzi e tempi dilatati,
quasi a voler identificare – non si sa quanto coscientemente - il pittoresco e
sguaiato mondo circense, con i suoi lazzi e i suoi coloriti eccessi, con
quello, altrettanto eccessivo nel suo sfoggio di gratuita violenza del
“selvaggio” west.
Ma com’è anticipato, è Enzo Barboni, E.B.Clucher, ad avere per primo
l’intuizione delle potenzialità comiche di Hill e Spencer: accentuando il lato
giocoso e scanzonato dei personaggi interpretati nelle pellicole di Colizzi,
abbassando il tasso di violenza e pigiando l’acceleratore sull’umorismo, il
regista fissa definitivamente l’iconografia della coppia sul grande schermo
con il celeberrimo Lo chiamavano Trinità (1970) e il suo fortunato sequel
continuavano a chiamarlo trinità(1971).
Nel primo film, Trinità (Hill), svelto con la pistola e con la lingua, il
fratello Bambino(Spencer), un ricercato che ha ferito uno sceriffo e si è
appuntato la stella sul petto in attesa dell’arrivo dei suoi uomini. Il
paesino sotto la sua giurisdizione è funestato dalla tirannia del maggior
Hariman( Farley Granger), deciso a scacciare una colonia di pacifici
agricoltori della vicina valle per insediarvi il proprio bestiame. Anche la
banda del messicano Mezcal (Remo Capitani)compie sovente scorribande in quei
luoghi.
Trinità e bambino decidono di proteggere il gruppo di mormoni guidati dal pio
Tobia (Dan Sturkie) per poter sottrarre i capi della mandria del maggiore,
sgominando così pistoleri e sgherri al soldo di quest’ultimo, che non esita ad
allearsi con Mezcal. A questo punto i due fratelli – con l’aiuto degli uomini
di Bambino, Faina (Ezio Marano) e Timido (Luciano Rossi) – si prefiggono di
addestrare i mormoni al combattimento.
Nella pellicola seguente i due pistoleri dal cuore tenero, riconciliatisi
forzatamente davanti alla madre (Jessica Dublin), nei loro vagabondaggi
vengono scambiati per agenti federali da Parker (Emilio Delle Piane), un
trafficante di armi arricchitosi corrompendo anche uomini politici.
Approfittando dell’equivoco, i due prima accettano il denaro del losco
personaggio, poi tentano un colpo ancora più grosso.
Si recano così presso dei frati, il cui convento è divenuto l’insospettabile
base di intermediazione per i commerci di Parker e, continuando a spacciarsi
per i tutori della legge, riescono a farsi consegnare dai religiosi un ingente
somma sborsata dai rivoluzionari messicani per un carico di armi.
Quando sopraggiunge le banda del trafficante, Trinità e Bambino decidono di
risolvere la questione una volta per tutte, non senza il valido aiuto degli
uomini di Dio. Con i due Trinità Clucher porta alle estreme conseguenze gli
intenti parodistici e l’atmosfera picaresca del genere: ma laddove la serie
comica dei Django e dei Sartana risultava povera dal punto di vista narrativo,
sbrigativa nella realizzazione, spesso carente di attori dalla spiccata
personalità, Clucher “cambia profondamente il western all’italiana
sganciandola da ogni riferimento al western classico e avvicinandolo alla
farsa”(dizionario dei film 1998, a cura di Paolo Mereghetti), grazie ad una
scrittura solida, ad una regia puntigliosa e a due azzeccatissimi
protagonisti. Trinità e Bambino diventano ben presto le figure più amate del
nostro cinema popolare: fortemente connotati dal punto di vista
iconografico(forte, snello, aitante l’uno bruno massiccio e dal pugno proibito
l’altro), i due personaggi rafforzano la propria immagine sul grande schermo
mediante un misurato scontro di caratteri – tanto Hill è irridente e sicuro di
sé quanto Spencer è burbero e schivo - , che ispira numerose gag costruite su
misura, con un linguaggio acceso ma non triviale, un umorismo semplice ma non
rozzo, di ampia fruibilità.
Altrettanto codificata appare, in ambedue i film, la struttura narrativa
tripartita, che ritroveremo nelle produzioni successive: tesi (gli eroi si
trovano in una situazione che li costringe ad intervenire); antitesi (il Male
sembra avere il sopravvento al punto che l’uno sembra abbandonare l’altro ma
infine torna a salvarlo); sintesi (nuovamente alleati, i due risolvono i
conflitti sconfiggendo definitivamente gli oppositori).
Ulteriore peculiarità della pellicola, che si ripeterà in seguito con infinite
variazioni, sono i combattimenti a mani nude: gli epici e godibilissimi
scontri corpo a corpo realizzati con inventiva, dinamismo e magistrale uso
dello stunt. Sorta di balletti in cui la violenza è utilizzata come pura fonte
di movimento, diventeranno il marchio di fabbrica di tutti gli Spencer-Hill
movies.
Indimenticabile l’incipit di lo chiamavano trinità, in cui la personalità del
protagonista ci viene progressivamente rilevata attraverso i suoi oggetti
simbolo: (Il cavallo, la branda) e l’ambiguità del suo
atteggiamento(l’apparente innocenza che nasconde straordinarie abilità), così
come i bounty killer nerovestiti e le deliziose biondine (Gisela Hann e Elena
Pedemonte) che “convertono”Trinità.
Da ricordare oltre alla prestazione di Farley Granger, lontano dai ruoli
viscontiani ma capace di offrire una gustosa caratterizzazione nei panni del
villain elegante, l’apporto di caratteristi quali Steffen Zacharias nel ruolo
dell’aiutante Jonathan e Michele Cimarosa in quello del peone ubriaco. Grande
scambio di battute tra Bambino e Tobia: ”Salve, fratelli!” - saluta l’uomo di
chiesa. “Glel’hai detto tu che siamo fratelli?” così apostrofa Trinità,
Bambino. “È il Signore che vi manda” continua Tobia. “No, passavamo di qui per
caso” - è la risposta. Continuavano a chiamarlo Trinità – che non presenta
novità sostanziali, sviluppando intreccio, temi e stili del suo predecessore –
è ricco di scene d’azione di ottime fattura(le solite, mirabilanti
scazzottate, coreografato con innato senso del ritmo) e di alcune sequenze
memorabili: il divertente incipit, in cui i temibili fratelli, l’uno dopo
l’altro, derubano un gruppo di banditi dei cavalli…e del pranzo; la partita a
poker, tutta costruita sui particolari degli sguardi e delle mani dei
personaggi; l’esilarante pranzo nel ristorante di lusso, con i due attori
elegantissimi ma più che mai affamati e buzzurri.
Anche i personaggi rinforzano perlopiù i tratti del temperamento che ben
conosciamo: Hill più giovane e seduttore, Spencer più torvo e iroso che mai.
Si notano anche Pupo De Luca nei panni del padre superiore ed Enzo Tarascio in
quelli dello sceriffo corrotto. Il film appartiene ancor oggi al gruppo dei
dieci maggiori incassi di sempre del nostro cinema. In ambedue le pellicole,
il tema conduttore di Franco Micalizzi è eseguito da Guido e Maurizio De
Angelis, in arte Oliver Onions, autori di numerose colonne sonore per i film
della coppia.
Trinità rappresenta per la coppia: popolarità si, incassi pure, ma la
consapevolezza di aver creato un genere nuovo. Prima l’abbiamo definito
western-comedy, ma non è esattissimo.
Menarini lo definisce: genere eroico-comico seguendo la categoria genettiana,
ricordandoci, che il western all’italiana è manierista non parodico. La
secchia rapita del Tassoni (1615-17)oppure rape of the lock di Pope (1712-14),
non sono ne parodistiche ne burlesche, perché mantengono rudimentalmente un
lavoro epico nel testo e si caratterizzano per un ricorso alla volgarizzazione
del genere, ma non ad una sua distruzione comica, “opere consapevoli
dell’inadeguatezza di eroico, ma poco disposto a definire semplicemente
burlesco”. Genette aggiunge che nel sistema classico bisogna distinguere: la
parodia, che consisteva nell’applicare il più letteralmente possibile uno
specifico testo nobile ad una (reale)azione bassa, che fosse assai diversa
dall’azione di origine e che tuttavia presentasse analogie sufficienti da
permettere questa operazione; il travestimento comico burlesco, che consisteva
nel trascrivere in stile volgare un testo nobile conservandone l’azione e i
personaggi con i loro nomi e qualità originali. La
“disconvenienza” o “discordanza stilistica” veniva così ad instaurarsi fra
l’immutata nobiltà delle condizioni sociali( re, principi, eroi, ecc.)e la
volgarità del racconto, dei discorsi tenuti e dei particolari tematici
utilizzati nell’uno e negli altri; il poema eroico-comico, che consisteva nel
trattare in stile nobile un soggetto basso applicando inopportunamente lo
stile eroico generale, senza cioè uno specifico riferimento a questo o a quel
testo nobile.
Genette con questa classificazione ci fa capire la distinzione tra lavoro
commedico del western all’italiana e il processo di inversione e appropiazione
della parodia, così conclude Menarini, apostrofando il cinema eroico-comico di
Bud Spencer e Terence Hill, “ fagioli-western”.
Tuttavia il western comincia ad avere i suoi primi segni di cedimento, e il
manierismo appena citato, secondo Gianni volpi può esser visto secondo un
ottica negativa, anzi dispregiativa: ”Manieristi privi di radici(…)Sono
prodotti funzionali perché capaci di fare spettacolo puro, astratto quindi
violento, destinati a masse indifferenziate di qualsiasi parte del mondo”.
Così il western, come prima il peplum, sono generi che hanno raggiunto uno
stato di bulimia, di sovrapproduzione cinematografica, uccidendosi con le mani
loro, secondo delle regole prettamente commerciali.
Continuavano a chiamarlo Trinità risulta un film che rappresenta il tardo
western all’italiana, se così lo si può definire…
L’amore per il western da parte della coppia, è longevo tanto da lavorare
anche da single: nel capitolo successivo affronteremo i film western che
chiudono la loro parentesi ma che definiscono brillantemente i loro
personaggi.