I Dopo lo
Spaghetti o Fagioli westerner, come sottolineava Menarini, lo Spencer-Hill
movie si innamora d’un nuovo genere: quello avventuroso, che caratterizzerà
molti loro film, come (Il corsaro nero del ‘71 diVincent Thomas , Più forte
ragazzi! del veterano oramai famoso Giuseppe Colizzi ‘72, Porgi l’altra
guancia ‘74 di Franco Rossi, infine Io sto con gli ippopotami ,di Italo
Zingarelli ‘79, che chiude dignitosamente il loro cammino con il loro cinema
d’avventura d’azione.
Ci sono da segnalare inoltre, altri due film che i due hanno fatto
separatamente e che appartengono al genere appena citato: “La bandera – marcia
o muori del ‘77 e Il soldato di ventura ‘75 di Festa Campanale, ambedue con
una impronta storica/avventurosa, ed infine Banana Joe dell’ ‘81.
Nel primo, Hill viene coinvolto in una grande produzione con cast
internazionale ( Max Von Sydow, Gene Hackman, Catherine Deneuve, Ian
Holm)diretta da Dick Richards e ambientata nel microcosmo della legione
straniera: La bandera– marcia o muori.
Poco dopo la fine della prima guerra mondiale, il ladro di gioielli Marco
Segrain (Hill) si arruola nelle file dei legionari francesi al comando
dell’inflessibile maggiore Foster (Gene Hackman). Presso il forte marocchino,
in cui Marco risiede, soggiorna anche un’ equipe di archelogi guidata dal
professor Marneau (Max Von Sydow), alla ricerca di un antico tesoro, ma la
spedizione è osteggiata dal fiero capo arabo El Krim (Ian Holm). Marco si
innamora di Madame Picard, interpretata dalla bella Catherine Deneuve, al
seguito della missione archeologica. Ma la donna, pur ricambiandone i
sentimenti, tenta di dissuaderlo in tutti i modi: finge così di tradirlo con
il maggiore, mentre compra la sua libertà concedendosi ad un meschino
commerciante locale. Durante un sanguinoso scontro con le tribù del deserto,
il maggiore perde la vita e Marco decide di restare a combattere nella
legione.
In questo film abbiamo la mescolanza di più generi o falsi generi come avevamo
detto precedentemente. Anche qui il film d’avventura risulta un ibrido con il
mèlo e il genere storico creando una sorta di convenzioni stilistche narrative
che alla fine non si risolvono. La pellicola di Richards, in pratica, risente
della mancata risoluzione fra il mèlo–storico e il film d’avventura.
Appartiene palesemente al primo registro l’idea del difficile triangolo
composto dal biondo protagonista, dalla affascinante attrice francese e
dall’ufficiale americano, così come l’evocazione del retorico contrasto tra
l’onore militare - simboleggiato proprio dal terzo personaggio – e le esigenze
politiche di una classe borghese, incarnata dall’altero archeologo, alla quale
il conflitto mondiale sembra non aver insegnato alcunché.
Del secondo registro fa parte il lungo segmento del durissimo addestramento
dei legionari costretti a marce forzate nel deserto – fedeli al motto “marcia
o muori!”che da il titolo al film - , inficiato da un ricorso esasperato ai
luoghi comuni del sacrificio e della solidarietà, e l’epica sequenza della
battaglia finale.
A dispetto di una regia patinata, La Bandera si impone per la godibile
fruizione, lo sfarzo produttivo e la presenza di alcuni attori di spicco:
Hackman, Holm e la Deneuve si distinguono per le loro interpretazioni
convenzionali ma dignitose.
Hill, al culmine del proprio fascino atletico, dimostra un notevole sforzo
recitativo in paragone ai ruoli più consoni.
L’altro film , Il soldato di ventura, si impone come uno degli episodi in
assoluto più felici dell’intera filmografia degli anni settanta di Bud
Spencer.
Nel 1503 I francesi assediano gli spagnoli rinchiusi nella città di Barletta ,
costringendo gli abitanti all’indigenza. Provocate dalle offese e dalle
sbruffonate dei cavalieri di Francia, Ettore Fieramosca (Bud) e i suoi soldati
di ventura reagiscono con beffe e inganni. Quando il comportamento sleale dei
francesi raggiunge livelli esagerati, il condottiero partenopeo decide di
riunire dodici uomini per una sfida in campo contro altrettanti campioni
avversari. Ma i personaggi non sono facili da convincere , e Fieramosca vi
riuscirà solo aguzzando l’ingegno.
Dopo l’incoronazione dei cavalieri, a opera del nobile barone spagnolo di
maggior lignaggio(Mario Scaccia), il 13 settembre ha luogo lo scontro: La
battaglia è impari a causa della maestria dei nemici, ma la storia ha già
scritto il vincitore.
La pellicola – una coproduzione franco-italiana ispirata al celebre episodio
della disfida di Barletta – ripercorre gli eventi storici( genere storico) con
spirito goliardico, evitando il rischio di semplificare tutto con la parodia e
rinunciando a soffermarsi sulla ricostruzione scrupolosa degli avvenimenti per
privilegiare l’analisi della “commedie humaine”, con atteggiamento non diverso
o simile dai due Brancaleone di Monicelli e dai “decameronici” più memorabili:
analoghi appaiono infatti l’atmosfera popolaresca, il piglio scanzonato, la
rappresentazione boccaccesca dell’epoca, la caratterizzazione sopra le righe
dei personaggi, l’utilizzo del dialetto al solo scopo di far ridere.
La regia attenta e briosa d’un valido artigiano come Festa Campanile, offre
momenti migliori nella curata sequenza iniziale dell’assedio alla città e nel
lungo combattimento finale all’arma bianca. Ma il pregio maggiore del film è
custodito nell’impeccabile equilibrio tra commedia e avventura, nonché nella
capacità di elaborare con astuzia e simpatia i luoghi comuni francesi e
sull’orgogliosa cialtroneria italica. Spencer offre una performance azzeccata
, deviando ancora una volta la strada che porta verso la parodia ; ricordando,
che i suoi film risultano essere un genere autonomo da affiancare ad altri
generi, e semmai, sembra strizzare l’occhio a quel Don Chisciotte genettiano,
come un naif alla deriva consapevole. Brillano anche le interpretazioni
offerte da alcuni celebrità della scena teatrale e cinematografica come: Renzo
Palmer, Mariano Rigillo, Oreste Lionello, Eros Pagni, Philippe Le Roy, Marc
Porel ed Enzo Cannavale irresistibile nella nel ruolo del cantore delle gesta
di Fieramosca ,costretto infine, a confessare il proprio analfabetismo.
Il corsaro nero è un film anomalo per i due attori , scelta che li spinge a
solcare nuovi orizzonti, abbandonare gli spazi del western, oramai, genere
alla deriva, che aveva raggiunto una sovrapproduzione di pellicole e che era
destinato al tramonto.
Un film diretto da Vincent Thomas (Lorenzo Giacca Palli, già sceneggiatore di
Il vero e falso e di La strada per fort Alamo, riesce a tramutare i due
fuorilegge in due perfetti bucanieri. Questa la trama: nella Spagna del 17
secolo, il capitano Blackie (Terence Hill),un famoso pirata, vede
assottigliarsi il volume d’affari a causa del rafforzamento militare della
vicina Guayaquìl. Conquistata ad un asta di schiave la graziosa Isabella
(Silvia Monti), moglie del crudele viceré (Edmund Purdom), la seduce e la
restituisce al nobile consorte, non dopo aver chiesto un cospicuo riscatto.
Don Pedro (George Martin), un preteso gentiluomo, lo aiuta nell’impresa,
mentre l’avido Skull ( Bud Spencer) e gli altri corsari, sentendosi presi in
giro, lo osteggiano.
L’obbiettivo di Blackie è però quello di impadronirsi di un carico d’oro di
mesteriosa destinazione, ma la vendicativa Isabella lo cattura con uno
stratagemma. Liberato dai suoi uomini, Blackie beffa i filibustieri e uccide
infine il viceré, destinando il prezioso bottino al suo committente, il re
d’Inghilterra.
Il corsaro nero risulta essere un film inconsueto nella filmografia di Hill e
Spencer: anzitutto perché la struttura dell’intreccio non consente ai due di
recitare secondo il consueto canovaccio, e secondariamente perché la pellicola
si configura più come una produzione solista del primo, nella quale il
massiccio compagno compare tutt’al più come ospite illustre, ridotto ad un
ruolo sostanzialmente marginale. L’importanza di Bud è limitata a tal punto
che le celebri scazzottate vedono protagonista un caratterista barbuto, dalle
sembianze simili a quelle del buon Carlo Pedersoli.
Skull è avido come è avido Sancio Panza in Don Chisciotte. È quello che
Giordano Meacci definisce un secondo per necessità. Secondo Meacci, Sancio è
abbagliato dalla promessa di Don Chisciotte, ossia, di diventare padrone d’un
regno. Sancio durante il racconto, prosegue Meacci, in alcuni momenti viene
fuori dal suo ruolo di secondo ma poi ritorna a vestire i panni di sempre .
Skull alla stessa maniera vuole imporsi nell’asta, tenterà di corrompere
Blackie sulla nave, lo attaccherà con la sua nave in un secondo momento, ma si
dovrà accontentare , come Sancio, del ruolo di secondo. Lo stravolgimento dei
ruoli, dovuto forse ad una sfiducia produttiva nelle potenzialità del duo, è
aggravato dall’assenza di quel sense of humor che contraddistingueva i due
trinità e tornerà nelle prove successive. Il film per il resto ripercorre con
estro i luoghi comuni d’un genere datato come quello di cappa e spada: duelli,
risse, arrembaggi, bevute e l’immancabile “tortuga refugium” di ogni buon
pirata. A dispetto della scarsa originalità narrativa, la pellicola è
realizzata con sfarzo produttivo, e si fa ancora apprezzare per l’azzeccata
rappresentazione della Spagna del seicento, il sapiente dosaggio di toni
farzeschi e avventurosi, nonché per l’interpretazione di Terence Hill, più che
mai convincente nel ruolo del bel tenebroso.
Anche le sequenze d’azione sono risapute ma orchestrate con garbo e senso del
ritmo.
Notevole la simpatia di Sal Borgese, nel ruolo del braccio destro di Blackie,
e del sottovalutato George Martin, tral’altro, anche soggettista . Purdom è
decisamente sotto tono.
Inoltre, c’è d’aggiungere, che il denaro è una componente
fondamentale, che troviamo spesso nell’intreccio dei loro film , dove Hill, si
divertirà più volte, a stuzzicare l’omone partenopeo.
Hill e Spencer proseguono la loro avventura cinematografica ottenendo positivi
riscontri di pubblico e incassi al botteghino. A paritire da …Più forte
ragazzi! del ‘72, l’idea vincente è quella di attualizzare i caratteri
proposti nei due Trinità, trasferendoli in un contesto contemporaneo e
datandone le peculiarità all’interno di un genere in grado di coniugare
sapientemente comicità ed azione.
Nella pellicola di Giuseppe Colizzi , che li lanciò pochi anni prima come eroi
di uno spaghetti western ancora lontano dalla parodia, Plata (Hill)e Salud
(Spencer) sono due simpatici avventurieri che sbarcono il lunario pilotando
velivoli male in arnese sui cieli colombiani. Accettato l’incarico di
distruggere un bimotore per intascare soldi dell’assicurazione, precipitano
per un guasto in un luogo isolato. Ritornati faticosamente alla civiltà,
abbracciano il commercio aereo a dispetto della temibile concorrenza di
Mr.Ears(Reinhards Kolldehoff) e fanno la conoscenza del Matto(Cyril Cusak)
anziano cercatore d’oro che vagheggia di un favoloso giacimento aureo su una
vicina montagna.
Vendicatisi a modo loro di alcuni torti subiti dal piccolo tiranno locale e
visto passare il Matto a miglior vita, ne ereditano inaspettatamente l’immensa
fortuna. Imprigionati infine per ordine di Mr Ears, i due evadono e
improvvisano una rocambolesca fuga nel deserto…
Oramai si è scoperta la formula vincente per il pubblico di tutte le età, pur
mirando soprattutto all’ingresso nell’immaginario dei teen-ager: il senso
dell’avventura unito ad una sottile vena di saudade (le location sono sud
americane), la freschezza e la giovinezza che traspaiono dagli sguardi dei
protagonisti, l’ambientazione esotica , tipico del romanzo e degli scenari
avventurosi già prima citati, saranno destinati a diventare autentici topoi
della loro filmografia. Allo stesso modo le tipologie narrative inaugurate con
i due trinità, unitamente alle tematiche più rappresentative (la difesa dei
deboli, il valore dell’amicizia, la sete di giustizia) costituiranno con pochi
ritocchi la morfologia dell’intera produzione della coppia. In… Più forte
ragazzi! Che è centrale nella loro carriera, che le psicologie dei personaggi
sono oramai tracciate: Hill incarna il rubacuori ribaldo e Bud il burbero
benefico; entrambi combattono per istinto le ingiustizie anche a dispetto del
proprio tornaconto. Lungo il loro cammino, infatti, i due scavezzacolli
sacrificano sovente il desiderio d’agiatezza sull’altare dell’altruismo,
rinnegando non di rado l’apparente avidità con un singolo gesto umanitario: un
moralismo forse manicheo ma mai didascalico, che si impone naturalmente con la
sola forza della simpatia.
Dei due ingredienti fondamentali – comicità e azione - , il primo scaturisce
per lo più dall’anomalia del comportamento reciproco(imperturbabilità dell’uno
verso il coinvolgimento dell’altro) o di quello comune rispetto ad una
determinata situazione(ad esempio la nonchalance con la quale abbattono
legioni di nemici a mani nude) e dal dialogo frizzante ma mai volgare.
Le scene d’azione – le oramai celebri “scazzottate” - realizzate con gli
stessi stuntman, visti nei film con Clucher, scandiscono i tempi della
pellicola a mo di metronomo, grazie alla plasticità dei movimenti, al ritmo
sostenuto, al montaggio vivace, trasformandosi in un occasione di universale
intrattenimento mediante l’utilizzo innocuo e cartoonistico della violenza:
esclusa la presenza di armi da taglio o da fuoco, le sequenze si risolvono in
un corpo a corpo godibile e immaginifico.
In…Più forte ragazzi!, per eccezione, alla scazzottata collettiva fa da
contraltare la divertente contesa fino all’ultimo schiaffo tra i due
protagonisti in dirittura finale.
Sappiamo già del loro passato d’atleti, Carlo grande nuotatore della nazionale
e di pallanuoto, Terence ex ginnasta, e del fatto che recitavano senza
controfigure, la passione per il volo, spinse Bud ha prendere il brevetto di
pilota, arriverà ad accumulare più di seimila ore di volo! Anche in una
recente intervista ha dichiarato come…Più forte ragazzi! Gli sia rimasto nel
cuore per due motivi: in primo luogo la collaborazione con Colizzi , che
l’aveva lanciato insieme al biondo Terence in Trinità, (sarà l’ultimo lavoro
con il bravo regista romano, perché poi si ammalerà gravemente), e dulcis in
fundo il brevetto affermando: “quando volo per la prima volta mi sento
leggero!”.
Due anni dopo, esce Porgi l’altra guancia ‘74, diretto da Franco Rossi, già
autore di una celebre odissea televisiva, si svolge invece – avverte la
didascalia iniziale – “nell’anno del signore 1890”, e vede i nostri due
compari nei panni inconsueti di missionari, Padre Pedro de Leon ( Spencer) e
Padre G. (Hill), a capo di una piccola missione nelle Antille. Recatisi a
Maracaibo per rivendere le merci prodotte nella loro comunità, scatenano un
autentica rivolta tra la popolazione vessata dal perfido governatore Gonzaga
(Roberto Loggia) e dai suoi sgherri, che per vendetta bruciano la barca con
tutta la mercanzia dei sacerdoti. I due però, con l’aiuto di San Giuseppe, ma
soprattutto con un colpo di mano di padre G., il cui passato risulta sempre
più nebuloso – vincono una grossa somma – al casinò per rimediare al danno
subito. Costretti in seguito , a causa del loro donchisciottesco
comportamento, a un forzato ritiro spirituale presso la missione del
governatore, non tardano a fuggirne dopo aver salvato alcuni condannati a
morte. In quest’occasione padre G confessa di non esser s un ergastolano evaso
dalla cayenna travestito da sacerdote, scatenando le ire del suo confratello
che lo scaccia. Poco dopo Padre Pedro, destituito infine dalla Santa Sede su
iniziativa di un potente monsignore (Jean Pierre Aumont),lascia la tonaca e si
ricongiunge all’amico.
Non diversamente dalle due pellicole precedenti, i personaggi di Hill e
Spencer sono quelli, a loro perfettamente congeniali, di ribelli amabili e
scanzonati, impegnati in questo caso a contrastare le ingiustizie perpetrate
da Santa Romana Chiesa nel Nuovo Continente. I ruoli ricoperti possiedono
ormai peculiarità tali da poter esser definiti “tipi”, se non addirittura
delle maschere, le gag basandosi infatti sulla ripetitività dei comportamenti
e delle espressioni. La struttura del film alterna, secondo uno schema oramai
collaudato, toni di autentica commedia con momenti di pura azione: tre tipiche
scazzottate scandiscono la successione degli avvenimenti, sfoggiando
quell’esercizio della violenza inoffensivo e plateale che già conosciamo.
Immersi in un incantevole scenario naturale, i due difendono gli ideali
umanitari lasciando un ingenuo ma efficace messaggio egualitario e pacifista:
il cristianesimo si realizza sì nel soccorso spirituale e materiale offerto ai
poveri della terra ma anche nel rispetto degli usi e costumi.
I temi dell’ antirazzismo e della giustizia si incarnano nell’utopia
realizzata dai protagonisti: una comunità che è un piccolo paradiso in terra,
senza prevaricazioni, senza differenze sociali, senza alcuna differenza di
pelle. E se dei missionari come quelli del film, con il loro sogno di
ribaltamento delle nefaste conseguenze della conquista spagnola, risultano
assai improbabili nell’America di fine 800, la presenza dei due eroi, dell’
“action comedy” all’italiana è sufficiente a farci accettare ogni
incongruenza. Resta da ricordare, il dialogo di Spencer con un ufficiale
inglese: “Dio salvi la regina!”, “perché sta male?” - chiede Padre Pedro, “No,
sta benissimo…”, “Che bisogno c’è allora di scomodare il Padreterno?” - è la
risposta del sacerdote.
Per non parlare del tormentone dell’attore napoletano: “ San Tommaso San
Tommaso se mi vien la mosca al naso, San Clemente San Clemente fa che sia
molto paziente – Che se perdo la pazienza devo far la penitenza!”
Gli anni settanta si chiudono con il godibile Io sto con gli ippopotami per la
regia di Italo Zingarelli, che torna a dirigere il colosso Bud dieci anni dopo
la parentesi Un esercito di cinque uomini. Tom (Spencer) vive in un villaggio
del Sud Africa e sbarca il lunario accompagnando turisti facoltosi a caccia –
nel senso letterale del termine - di emozioni forti nel cuore della savana. La
sua attività, tuttavia, è seriamente compromessa dal ritorno del cugino Slim
(Hill), squattrinato avventuriero che nutre profonda avversione per i safari.
Superati gli inevitabili attriti tra i due decidono di mettersi in affari, in
società. Ma devono ben presto difendersi dalle prepotenze degli uomini di
Ormond (Joe Bugner) , signorotto locale che gestisce un fiorente traffico
d’avorio e di animali. Pungolati da una nobiltà d’animo che anche il rozzo e
venale Tom fatica a celare, i due cugini tengono in scacco il potente Ormond e
riescono perfino a mandare in fumo un suo lucroso affare, la vendita di una
partita d’animali a uno zoo canadese.
Complice la splendida e selvaggia cornice naturale africana, le avventure del
duo si ammantano di una sottile vena ambientalista. Zingarelli procede per
accumulo, di stereotipi e di zuffe in cadenza Slapstick tipiche del fumetto
americano(Marvel and Comics), contribuendo a connotare i due protagonisti in
maniera ancor più plateale: Bud indossa addirittura un ciuccio rosa come fosse
amuleto, è semianalfabeta e particolarmente torpido di mente, mentre Hill ,
per contrasto, è più irridente e opportunista del solito. Ritorna anche qui,
come in gran parte dei suoi film, la figura dell’eterno bambino, già vista in
Trinità. L’iconografia del ciuccio ne è un esempio, e il fatto che spesso è
circondato dai bimbi ci fa ritornare indietro ai film precedenti come
Altrimenti ci arrabbiamo! Le felici caratterizzazioni “lombrosiane” dei
personaggi di contorno, poi, contribuiscono ad accentuare l’aspetto
caricaturale delle sequenze più movimentate, mentre il simpatico motivetto che
Hill intona svariate volte all’armonica raggiunge forma compiuta nella canzone
“grau grau grau”, con Bud Spencer a vestire i panni inconsueti di cantante.
Degno antagonista si rivela l’ex pugile di origine ungherese Joe Bugner classe
1950: L’uomo che per ben due volte affrontò Mohammed Alì senza finire al
tappeto si conferma l’avversario cinematografico pìù credibile.
Zingarelli, tra una rissa e una critica al colonialismo occidentale, non manca
di mettere alla berlina la credulità dei turisti, ricchi quanto sciocchi. Io
sto con gli ippopotami rappresenta la punta più alta dell’affiliata coppia Bud
Spencer Terence Hill che con all’avvento degli anni ottanta troverà difficile
ripetersi a questi buoni livelli. Negli anni 80 i due inaugurano il decennio
con Chi trova un amico trova un tesoro dell ‘81, scritto da Mario Amendola con
la collaborazione del regista Sergio Corbucci, noto per titoli come “Django o
Vamos a matar companeros”! la trama è la seguente: lo squattrinato Alan(Hill),
in fuga da una banda di malviventi con i quali né indebitato, decide di
partire alla ricerca di un fantomatico tesoro su un’isola tropicale con la
mappa fornitagli dallo zio. Il burbero Charlie O’brien (Spencer), intanto è in
procinto di traversare l’oceano in un impresa solitaria…se non fosse per
l’inattesa presenza a bordo del clandestino Alan, il quale provvede anche a
sabotare la bussola per poter dirigere la barca verso la metà agognata.
Perduta fortunosamente l’imbarcazione, i due approdano sull’isola e si
imbattono ben presto nei suoi primitivi ma ospitali abitanti. Scoperto che il
tesoro potrebbe esser custodito in un fortino militare presieduto da un folle
giapponese convinto che la guerra non sia finita, Alain e Charlie affrontano
il nemico a bordo d’un vecchio carro armato. Ridotto l’anziano samurai a più
miti consigli, rintracciano effettivamente un’autentica fortuna in antica
valuta, che però si rivela falsa…o no? L’innefabile formula “cazzotti e
buonumore” comincia ad avere i primi segni di cedimento: le situazioni si
ripetono, i topoi cominciano a trasformarsi in luoghi comuni, persino le
machere dei protagonisti risultano meno avvincenti d’un tempo. Splendidi
paesaggi caraibici fanno stavolta da sfondo alle nuove avventure dei due
simpatici scavezzacolli, impegnati come di consueto nella difesa dei deboli:
qui, nella fattispecie, una tribù di improbabili indigeni – tra i quali si
riconosce il celebre caratterista Sal Borgese – vessati da una banda di
moderni pirati. Ma anche i noti temi moralistici(l’amicizia, la tolleranza)
risultano non molto convincenti, a stento sostenuti dalla scarsa persuasione
del racconto. Il film, contraddistinto da una forzata unità di luogo, è
segnato nella parte centrale e finale da due divertenti corpo a corpo, nei
quali Hill e Spencer sfoggiano i loro personalissimi stilemi atletici di
combattimento, coadiuvati da cascatori all’altezza della situazione. In questo
senso le poche inquadrature nelle quali, dopo un sonoro schioccare di ceffoni,
i malviventi vengono scaraventati nelle pareti di una capanna facendola
crollare, sono certamente da antologia.
Particolarmente riuscita anche la sequenza che mostra le diverse fortune dei
protagonisti all’approdo sull’isola: mentre il prestante Girotti è intento a
procacciarsi cibarie con estrema nonchalance, sdraiato sul dorso s’un albero,
ogni tentativo in tal senso da parte del povero Pedersoli viene frustrato
dalla fortuna. Infine, si conclude il ciclo d’avventura con Banana Joe, film
del 1981 diretto dall’eclettico Steno i toni fiabeschi si intersecano con
quelli farseschi: Il protagonista è un omone che vive nel piccolo villaggio
d’Amantida e trasporta banane su un barcone fino a Limas, dove le baratta con
generi di prima necessità per se e la sua numerosa famiglia.
La concorrenza di Torsilio (Gianfranco Barra),un boss mafioso, e del suo
tirapiedi Moreno(Enzo Garinei),decisi a colonizzare Amantida , è fatale per
Joe , che si vede costretto a rimediare almeno la licenza per non perdere il
suo innocuo commercio.
L’uomo si reca allora in città per farsi rilasciare i certificati necessari:
là conosce la bella cantante Dorianne (Marina Lagner) e non esita quindi ad
arruolarsi nell’esercito pur di ottenere il suo scopo, ma finisce in prigione
dopo aver appeso un ministro ad un attaccapanni(!).
Nel frattempo il villaggio è sul punto di diventare una meta turistica sotto
l’egida di Torsilio, ma Joe torna giusto in tempo per rimediare…
Spencer, senza l’amico Hill, recuperando personaggi e ambientazioni di Porgi
l’altra guancia, interpreta il ruolo “del buon selvaggio”, le cui peculiarità
sono il prodotto della primordiale innocenza che lo caratterizza: la totale
assenza di cultura (non sa leggere e scrivere), la fede in primitivi principi
economici (il libero scambio al posto del denaro), la difesa della propria
autarchia contro le leggi del progresso(la televisione, la burocrazia, il
monopolio commerciale). Lo scontro con la civiltà e l’incontro con l’altro
sesso modificano solo parzialmente la sua natura, ma la morale finale ci
mostra che la lezione è servita: solamente gli strumenti culturali consentono
un autentico confronto con il mondo circostante (Un uomo che non va a scuola
non è un uomo).
Nonostante la sceneggiatura esponga tali concetti talora in maniera
semplicistica, il risultato finale diverte e fa riflettere. Degne di nota sono
la sequenza della resa dei conti con gli uomini di Torsillio che quella al
ministero, dove una moltitudine di persone in coda agita con la mano i fogli
delle pratiche.
Da ricordare Giorgio Bracardi nei panni dell’esagitato sergente Martino – “il
terrore delle reclute” – e Nello Pazzafini in quelli di un agguerrito autista
di camion.
C’è da sottolineare infine, che i loro film d’avventura, l’action comedy,
saranno degli ottimi spunti per film come Crocodile Dundee di mister Paul
Hogan, il quale ne farà una trilogia . L’unica differenza sta nel personaggio,
una sorta di Indiana Jones trapiantato nelle paludi putride dell’Australia.
Tuttavia, rimane una copia del genere e in questo caso, l’allievo non supera
il maestro.