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#Cinema & Teatro

Bud spencer e Terence Hill: il film poliziesco, i superpiedi, un commissario giramondo;

È Marcello Fondato insieme a Francesco Scardamaglia, a dirigere L’epocale …Altrimenti ci arrabbiamo ‘73. Siamo a Madrid: Ben(Spencer), meccanico e pilota di Rally, culla il sogno di aggiudicarsi una fiammante Dune Buggy rossa primo premio d’un imminente rally cross. La gara, combattuta e ricca di paurosi ed incruenti scontri, viene si vinta da Ben, ma ex aequo con Kid (Hill), sua vecchia e girovaga conoscenza, giunto da poco in città. Il problema adesso è come dividersi il rombante trofeo: mentre i due danno vita ad un’autentica sfida bucolica a birre e salsicce, gli sgherri d’un potente boss del luogo fanno irruzione nel locale, minacciano i gestori e gli avventori del limitrofo luna park e, non paghi, finiscono bruciando la Dune Buggy di Ben e Kid. A questo punto prende avvio un tortuoso e ludico cammino per far si che il capo (un John Sharp bleso ed infantile), spalleggiato da un bizzarro dottore psicologo impersonato da Donald Pleaseance, ricompri loro l’amata autovettura.

Nati e poi via via affinatisi come una versione fisica e buonista di celebri coppie comiche americane come quella formata da Laurel and Hardy e da Bob Hope e Bing Crosby, con più un aggiunta di surrealismo alla three stooges, Bud Spencer e Terence Hill, sotto la competente seppur sbrigativa regia di Fondato, adeguano al presente storico gli oliatissimi meccanismi della loro spartana comicità.

Adesso, come abbiamo nel poliziesco di Clint Eastwood, è la metropoli Urbana il teatro preferito dell’eroe. Il prologo, replicato altrove con molteplici variazioni , è sibillino quanto emblematico: non è dato sapere il motivo dell’astio che Ben nutre verso Kid, ne le circostanze del passato in cui i due protagonisti si sono incontrati.

In maniera schematica ma funzionale il regista offre al pubblico due simboli-totem immolandoli sull’altare dei più classici cliché somatici. Il profilo caratteriale di Ben / Spencer si identifica quindi sempre di più con quello di un individuo irascibile e taciturno, ispido e poco incline al sorriso, ieratico nella sua scontrosa imperturbabilità, mentre quello di Kid/Hill ne è simbolico contraltare: atletico, provocatore, con un sorriso angelico ma beffardo a incorniciarne i lineamenti glabbri.

Più che un semplice film Altrimenti ci arrabbiamo! rappresenta l’ennesima applicazione di un noto teorema cinematografico, che ha conosciuto, e conoscerà per gli anni avvenire, svariate dimostrazioni. Gli Indizi sono eloquenti: L’azione si svolge in un luogo paradigmatico – nella fattispecie la sciatta periferia di una città spagnola – privo di connotazioni geografiche precise, e gli antefatti sono azzerati perché ininfluenti. È importante notare come nelle ultime stanche applicazioni, di detto teorema, la determinazione di luogo diventerà al contrario un tratto essenziale, dal forte sapore oleografico, per colmare per colmare le falle d’una sceneggiatura sempre più asmatica. Ma torniamo alla pellicola di Fondato: ciò che qui conta realmente è la vistosa contrapposizione tra due personaggi irresistibilmente attratti dalle reciproche diversità. Per paradossale che possa sembrare il confronto, il rapporto Spencer-Hill appare come la versione virile e comica del Truffauttiano Ne con te senza te, poiché, per quanti sforzi Bud faccia, la sua vita è incompleta e forse vana senza l’invadente presenza di Hill. Intorno ai due protagonisti, il regista cuce una fitta trama di memorabili gag, dalla scazzottata in palestra – dove Hill e Spencer mandano a vuoto i tentativi di corpo a corpo portati da Attila (Deogratias Huerta), il capo dei balordi, accompagnandoli con ripetuti “Ancora no!”, alla scontro con una banda di centauri nerovestiti il cui epilogo fa il verso a Il buono, il brutto e il cattivo. Il climax, tuttavia, si raggiunge nella lunga articolata sequenza delle prove del coro dei pompieri, in cui Spencer deve tenere a bada contemporaneamente gli ammicchi di una corista, l’irruzione sulla scena di Hill, e quella ben più pericolosa di Paganini (Manuel De Blas nereggiante spaventapasseri dell’esilarante mimica ingessata).

Il crescendo in “la”sottolinea i goffi tentativi del killer di portare a termine il contratto, mentre un sempre più distratto Spencer manda su tutte le furie il povero direttore d’orchestra! L’epilogo è affidato all’inevitabile resa dei conti, che si consuma durante una festa privata organizzata nel ristorante covo dei malviventi: all’irruzione in Ford Escort versione Rally fa seguito una gigantesca rissa con le guardie del corpo del boss, affogata in un mare di palloncini colorati la cui fluttuante superficie lascia sovente solo intuire la rumorosa progressione di ceffoni e cazzotti dispensati di gran lena. Tuttavia, è opinione condivisa che questa sequenza sia penalizzata proprio dalla presenza dei palloncini, la cui variopinta ingerenza riduce l’efficacia clownesca degli stunt.

Al successo del film non sono certo estranei il contagioso tema musicale degli Oliver Onions (alias Guido e Maurizio De Angelis) “Dune Buggy”, e la colorita caratterizzazione del medico teutonico, opera di un gigionesco Donald Pleaseance: Memorabili i suoi strabuzzamenti improvvisi che prorompono nell’ irosa esclamazione: “Nein-Nein-Nein!”, ripetuta più volte nell’arco del film .

Il film di Fondato non è certo esente da pecche, riassumibili nella pretestuosità dell’intreccio sentimentale fra Kid e l’avvenente equilibrista, imbastito in apertura, dimenticato nei successivi due terzi della pellicola e infine riesumato, in maniera posticcia, in chiusura, quasi a voler completare il cerchio dei luoghi comuni, che vedono Hill impegnato, anche se nelle vesti en passant di delicato rubacuori.

La figura del Boss rientra nel Gangster movie , con i villain di turno che eseguono gli ordini. Nei loro film il Boss non solo non riesce ad imporsi a tutto campo, ma viene messo alla berlina da parte del regista, quasi frequentemente, delineando un carattere poco duro e spesso paragonabile ad un bimbo che fa i capricci mentre aspetta la pappa.

Qualche anno dopo, intervallati spesso con il genere d’avventura che li caratterizza , la loro forma smagliante è in gran parte confermata dal seguente I due superpiedi quasi piatti (siamo nel 1977)e i due attraversano anche una fase prolifica di esperienze individuali: Terence gira Mr.Miliardo sempre nel medesimo anno, mentre Bud risulta più prolifico rispetto al compagno: Gira nel 71 “4 mosche di velluto grigio” thriller di Dario Argento, “Torino Nera” del 72 di Carlo Tizzani , il Gangster movie “anche gli angeli mangiano fagioli”del 1973 con un inedito Giuliano Gemma che non fa rimpiangere il biondo Terence.

Infine Bud, con l’invenzione di Piedone, ne esce un’altra volta campione di incassi: Il film targato Steno (Stefano Vanzina), esalterà le doti del colosso napoletano strizzando l’occhio alla detective story chandlerina e eastwoddiana(Callagan)assumendo a tratti quel naif celebrato da Nico Giraldi(Tomas Millian), in Monnezza . Infine Charleston nel 78, rappresenterà un esperimento che non perterà eccessivi meriti.

Terence comunque, vanta numerosi western rispetto al compagnio d’avventure, la spy story si propagherà in film come: “Pari e dispari”78“Nati con la camicia” di E.B.Clucher (83),l’anno successivo, “Non c’è due senza quattro”sempre dell’omonimo regista, Miami super cop 85 di Bruno Corbucci.

I due super piedi quasi piatti è un invenzione ancora una volta di Enzo Barboni in arte E.B. Clucher che per primo aveva intuito la loro natura intrinsecamente comica riscuotendo successo con i due Trinità.

Barboni dichiara “Per me questi due ragazzi quando fanno film in coppia con un uniforme addosso – qualunque essa sia, da pompieri, da preti, da soldati – stanno bene. Quindi nel film “I due Superpiedi quasi piatti”, li misi in motocicletta, perché per me la moto significava il cavallo, l’uomo libero, che sta dalla parte della legge”.

“Sono arrivato a farne dei poliziotti motociclisti partendo da questa analisi: chi può esser uomo moderno, giustiziere, con la pistola al fianco o con qualcosa al posto del cavallo? Naturalmente Hill e Spencer fanno i poliziotti a modo loro, i cattivi li acciuffano per caso, con il solito mix di avventura, ironia azione.”

Clucher aggiunge:”Si può farne due personaggi che il pubblico medio, quello ancora incantato dal fascino della libertà, si sogna. Basta infilarli in un costume che tanti vorrebbero avere. Infatti è andata bene, il film ha fatto i suoi sei milirdi di incasso!”. Il film narra le disavventure di Matt Kirby(Hill)e Wilbur Walsh(Spencer) conosciutisi casualmente dopo che entrambi hanno conciato per le feste un gruppetto di mafiosi al soldo di Fred(Luciano Catenacci), che controlla il porto di Miami. Decisi a rapinare una banca per rimediare alla precaria situazione economica, i due finiscono per arruolarsi nella polizia locale, agli ordini dello scorbutico capitano Mcbride (David Huddlestone),che non tarda a manifestare le sue simpatie all’astuto Matt. I due poco entusiasti piedipiatti fanno la conoscenza di un’ affascinante immigrata cinese (Laura Gemser), la cui famiglia è vittima di un’ intricata rete criminale. Scoperto il collegamento con la banda del porto, impegnata in un traffico internazionale di stupefacienti, Matt e Wilbur sistemano la faccenda con il loro personalissimo metodo…

L’incipit della pellicola è al fulmicotone: a una serie di spettacolari riprese aeree dei grattacieli di Miami segue un breve ma intenso scontro solitario di Spencer con i villain di turno(tipici del western e trapiantati nella realtà urbana),al solito rappresentati con tratti caricaturali. Dagli affascinanti tramonti e lussureggianti vegetazioni latino americane allo skyline e alle spiagge assolate della Florida il passo è breve, e invariato il desiderio di avventura. Hill e Spencer ripropongono i personaggi che li hanno resi famosi, assottigliandone ulteriormente i tratti psicologici in favore di un più forte impatto iconografico.

Le sempre numerose gag si basano, oltre che sul carattere fisico e caratteriale che ben conosciamo, enfatizzato dal diverso atteggiamento (entusiasta l’uno, burbero l’altro, sbruffone il primo, silenzioso il secondo), e sui consueti e innocui scontri verbali, anche sul meccanismo comico della reiterazione (i veicoli dei malviventi eternamente distrutti). La riproposta dei valori positivi si esplicita qui con il passaggio da una maldestra carriera criminale all’entrata nelle file della legge, dove i protagonisti, data l’indole buona e generosa che li contraddistingue, trovano una più idonea collocazione. L’intento didascalico è sempre alleggerito dal loro atteggiamento ammiccante e filtrato dai toni da commedia brillante; l’umorismo garbato, frizzante, mai greve garantisce una visione per il pubblico di tutte le età; l’allegria contagiosa trasmessa dalla fusione tra le assolate location e la scoppiettante colonna sonora dei fidi De Angelis risulta ancora una volta irresistibile. Restano memorabili l’arruolamento alla polizia (in cui i due scoprono le vicenda turbolente del loro rispettivo passato), la maldestra seduzione di due bellone al soldo dei cattivi e il consueto exploit di “botte da orbi”: tre scene d’azione , collocate nel segmento iniziale, centrale e finale del film, connotano i due superpiedi con il loro inimitabile dinamismo, la spettacolarità dei loro stunt e la simpatia dei caratteristi che le animano tra i quali ricordiamo almeno Riccardo Pizzuti presenza fissa dai tempi di Dio perdona…io no!

L’anno successivo esce Pari e Dispari, diretto dall’esperto Sergio Corbucci. Johnny Firpo (Hill), tenente della marina americana, deve sgominare una banda di allibratori clandestini con base operativa in Florida. A Tale scopo chiede aiuto a Charlie (Spencer ), un tempo famoso giocatore d’azzardo e ora camionista , nonché suo fratello per parte di padre. Per vincer la riluttanza del corpulento parente Johnny ricorre ad ogni mezzo: prima lo riduce sul lastrico facendogli sparire il Tir completo di carico,quindi convince il padre Mike(Jerry Lester)a spacciarsi addirittura per cieco e bisognoso di mezzo milione di dollari per poter riacquistare la vista.

Tra litigi e sutterfugi, i due fratelli Firpo riusciranno a far trionfare la giustizia.

Scritto dalla premiata ditta Corbucci&Amendola, il film diverte ad intermittenza, ma questo basta a confermare Hill e Spencer re dei botteghini: merito, qui più che altrove, di una sceneggiatura funzionale alle esibizioni manesche, a una discreta ricostruzione ambientale e ad alcune felici caratterizzazioni, prima fratutte quella offerta da Sal Borgese nei panni di Nynfus, braccio destro del “greco” (Luciano catenacci). Come anticipato, l’elemento originale del film di Corbucci risiede nella scrittura, piuttosto che nel canonico accumulo di gag, e ciò si esplicita nella lenta e avvolgente strategia cui Johnny ricorre per irretire e coinvolgere nel suo piano il fratello, sempre più irascibile e ignaro. Dal momento che la vicenda ruota attorno al mondo del gioco d’azzardo e quello delle scommesse , i due protagonisti vi si trovano spesso immersi fino ad improvvisarsi , di volta in volta, pilota da corsa, fantino e addirittura improbabile giocatore di pelota, in un gioco di mimesi che si arricchisce di elementi mutuati dai personaggi dei cartoon.

Come nelle più celebri strip comiche, la furia umana è rappresentata con tale iperbole (Spencer distrugge un intero locale) da disinnescarsi da sola, effetto ancora più incontenibile nella misura in cui Charlie si sforza di apparire conciliante agli occhi col mondo. Per finire, irresistibile è la scena in cui Spencer viene travestito da neonato in culla, con biberon, pigiamino, e… barba , e quando atterra col paracadute sulla nave bisca del Greco, dando poi il “la” all’immancabile scazzottata finale.

Curiosa la presenza di una sconosciuta Maurisa Laurito nei panni di Suor Susanna .

In Nati con la camicia, ancora con Clucher dietro la mdp e la colonna sonora dell’ottimo Micalizzi, Rosco(Hill), un giramondo ventriloquo, e Doug (Spencer) un camionista ex detenuto, si incrociano casualmente in una stazione di servizio. Inseguiti per errore dalla polizia, vengono quindi scambiati per agenti della Cia e incaricati di affrontare il folle K1 e la sua bislacca organizzazione in vena di conquistare il mondo…

Indeciso fra commedia, spy movie e poliziesco rosa, Nati con la camicia è la prima di una serie di pellicole sostanzialmente svogliate dal punto di vista narrativo e realizzativo: i meccanismi della reiterazione, dello scambio di persona e della casualità degli avvenimenti si fanno risaputi, mentre le celebri schermaglie verbali denunciano l’affievolirsi di quel frizzante umorismo che costellava i film precedenti.

I personaggi finiscono per subire la forzata ripetitività dei plot; persino gli scenari naturali, che costituivano una delle ragioni del fascino del duo, appaiono sacrificati in favore d’un anonima ambientazione metropolitana. L’innata simpatia dei protagonisti, purtroppo circondata da grigi personaggi di contorno(sia K1 che i suoi sue assistenti risultano ridicoli e del tutto fuori dal contesto), e qualche momento divertente(l’arrivo a Miami nei finti panni di due Cowboy arricchiti) faticano a sollevare la quotazione di una pellicola distratta. Battuta cult: “Certo che noi siamo nati con la camicia!” esclama il biondo ottimista , “ma tu dovevi nascere con quella di forza!” risponde il partner. Siamo oramai giunti all’84 e il sodalizio cinematografico comincia a mostrare le prime crepe dopo anni d’onorato servizio.

Sempre diretto dal fido Clucher e sceneggiato dal fratello Marco, Non c’è due senza quattro non dimostra particolari ambizioni.

Rapidi accenni di trama: I cugini Sebastiano e Antonio Coimbra (interpretati da Bud Spencer e Terence Hill) sono due ricchi uomini d’affari brasiliani. Alla vigilia della firma d’un importante contratto commerciale, sono fatti oggetto di telefonate minatorie e di attentati; per porvi rimedio si rivolgono ad un’agenzia internazionale specializzata nel fornire sosia disposti a mettere a repentaglio la propria vita in luogo di quella dei facoltosi clienti.

Quelli dei cugini Coimbra vengono individuati nelle persone di Greg Wonder (Spencer),sassofonista in libertà vigilata, e di Elliot Vance (Hill), cascatore , che in cambio di un milione di dollari per ciascuno accettano la rischiosa recita.

Dopo la consueta girandola di cazzotti e sganassoni, Wonder e Vance riusciranno anche a smascherare l’insospettabile mandante degli attentati.

A dispetto della suggestiva panoramica aerea di Rio de Janeiro, il film non riesce a spiccare il volo. L’elemento esotico-oleografico prende qui nettamente il sopravvento su quello comico, e non bastano le proverbiali scazzottate a nascondere la ripetitività della pellicola. Il pretesto sul quale il film si regge è rappresentato dalla contrapposizione simbolica tra la coppia raffinata e colta costituita dagli effeminati cugini Coimbra e quella rozza , istintiva e gaudente di Wonder e Vance, recto e verso di ogni natura umana. Ma le situazioni comiche che prendono spunto dalla diversità di censo e di bon ton coinvolgono poco lo spettatore. I due indulgono nei consueti atteggiamenti istrionici, ma nulla possono di fronte ad una sceneggiatura priva di idee.

Il pezzo forte del film Clucher lo riserva per il “gran finale”, allorché il simpatico duo deve affrontare addirittura un commando di mercenari, ammorbidendolo alla sua classica maniera : ma anche in questo caso gli stunt sono meno complessi e inventivi del solito. Menzione d’obbligo va per il glorioso Nello Pazzafini, i cui bronzei lineamenti danno vita al personaggio di Tango, sicario sciagurato.

Sotto l’egida di Bruno Corbucci, già mentore delle smargiassate trucide del celebre Monezza/Giraldi (Tomas Milian), Spencer e Hill girano nel 85 Miami Supercops, poliziotti dell’ottva strada. Doug Bennet (Hill), agente FBI del bureau di New York, e Steve Forrest (Bud), suo ex collega ora istruttore ed elicotterista a Tampa in Florida, tornano ancora una volta insieme per salvare in extremis la carriera del loro superiore, il capitano Tanney(C.B. Seay) sbrogliando una matassa che si complica ogni giorno di più. Un certo Garret (Richard Liberty); dopo otto anni di Sing Sing, ha fatto capolino nella città di Miami per venire quasi pugnalato sulla schiena, su un molo del porto.

L’uomo, anni addietro, era stato protagonista con due complici di una miliardaria rapina a una banca a Detroit, che aveva fruttato un bottino di ben venti milioni di dollari., mai trovati: un suo sibillino indizio porterà i due supercops sulle tracce giuste per smascherare un insospettabile criminale e salvare la carriera dell’ufficiale.

La formula produttiva sacrifica ormai la naturale esuberanza dei protagonisti: le battute e l’azione latitano, il divertimento langue.

La ripetizione di meccanismi comici ampiamente sfruttati in passato si rispecchia in un progressivo appannamento della coppia. Né salva il film, una storia, scritta dal regista con Luciano Vincenzoni, che sembra fare il verso a quelle del commisario Giraldi interpretato dall’istrionico “cubbano de Roma” Tomas Milian.

Ma se la colorita verve vernacolare del suo protagonista e i siparietti comici con Franco Lechner ,in arte Bombolo, riuscivano a rendere digeribile anche il boccone più indigesto, qui non altrettanto efficace si rivela la consueta contrapposizione caratteriale fra l'irascibile Bud e lo scaltro bellimbusto Hill. Oltretutto, forse per timore, di annoiare un pubblico sempre più smaliziato, Corbucci limita le zuffe in salsa slapstick e introduce addirittura una superfluea parentesi romantica.

Platonica, beninteso, priva di qualsivoglia allusione o ammiccamento, dal momento che il pubblico che ha eletto Spencer e Hill a propri beniamini predilige il divertimento asessuato, perdonando casomai al bel Terence qualche divagazione sentimentale circoscritta comunque a castigate effusioni.

Miami Supercops, come il suo predecessore , pare giustificare l’appellativo di “Postcard movie” così lo definisce Bertolino con Ridola nel loro libro, un film cartolina indulgendo sull’esotismo locale più stravagante. Non appare casuale che questa pellicola sancisca lo scioglimento fino al 94, anno del ritorno con Botte di Natale del felice sodalizio artistico, lasciando i suoi artefici liberi di proseguire definitivamente la corrente delle proprie carriere soliste.

A proposito di carriere soliste: I due girano negli anni ‘70 film polizieschi che intervallano con una collaborazione con film d’avventura scandendo così un metronomo perfetto di nuove collaborazioni e mettendosi in gioco anche con altri artisti. Bud ad esempio, con Anche gli angeli mangiano fagioli, si ritrova un giovane Giuliano Gemma ed inaugura con lui una ghiotta rivisitazione del b-movie Cormaniano. Anche qui il coniglio dal cilindro lo tira fuori il mago Clucher, che da bravo stregone , raccoglie un lusinghiero successo ai botteghini. In questa riuscita parodia dei gangster movie americani degli anni trenta-quaranta virata nelle consuete slapstick, Bud Spencer interpreta il ruolo di Charlie, un lottatore soprannominato “l’uomo del mistero” perché totalmente inguainato in una tuta nera che lo fa assomigliare a un Diabolik ipotirodeo. Gemma è invece Sonny, un piedidolci che sbarca il lunario facendo le pulizie nella scuola di arti marziali Naka-Kata.

Trovatisi improvvisamente disoccupati, i due decidono di darsi al crimine, ed entrano così come esattori nella banda di Angelo(Robert Middletone), detto sorriso per via di una paralisi facciale. Ma la vita del criminale si rivela presto inadatta ai due protagonisti, incapaci di infierire sugli inermi e gli indigenti. Anzi, il loro cuore tenero li spingerà a prendersi cura di una famiglia di emigranti italiani, angariati dagli scagnozzi di sorriso. Incalzati da una parte dai loro ora ex datori di lavoro e dalla polizia dall’altra, Sonny e Charlie sgominano la banda di Angelo nel consueto climax finale sullo sfondo del porto di New York.

Come inedita spalla di Spencer, Giuliano Gemma non fa rimpiangere Terence Hill , replicandone la vocazione atletica un po’ spaccona. Clucher sosteneva che per lui non fu facile togliersi i panni di pistolero, il celebre Ringo. Tuttavia Gemma risulta moderno, spiritoso e secondo Barboni molto umile tant’è che l’intesa con Carlo Pedersoli fu perfetta. Sullo sfondo di una New York anni trenta abilmente ricostruita a Cinecittà, si accavallano con avvenente disinvoltura le disavventure criminose dei due protagonisti, suggerite da una sceneggiatura prevedibile ma essenziale.

La fluidità della narrazione e il rigoroso rispetto dei tempi comici danno vita a momenti di convincente ilarità, a partire dal prologo in cui Gemma sogna di esser un invincibile samurai, buffo ammicco ai film d’arti marziali che proprio in quegli anni stavano invadendo gli schermi italiani, sfigurati sovente da un doppiaggio che , come in questa sequenza onirica enfatizzava un aspetto comico inesistente nella versione originale; Spencer, da par suo, da vita a gustosi siparietti proto-wrestling da valergli l’appellativo di Hulk Hogan degli anni settanta. Impagabili comparsate di Salvatore Baccaro, nei panni dell’assaggiatore analfabeta di Angelo, e di Mario Brega come armiere del Boss, mentre Riccardo Pizzuti (Cobra, il braccio destro di Angelo),si conferma maschera dagli appropriati connotati caricaturali.

Il meccanismo comico raggiunge un sincronismo ideale nella lunga sequenza finale, dove Gemma e Spencer hanno modo di dimostrare la vis comico-ginnastica degli stunt-man coinvolti. Adeguato il commento sonoro dei sempre inappuntabili fratelli De Angelis, con la canzone “Angels and Beans”, degno successore dell’hit “Dune Buggy”, mentre Clucher si dimostra regista sempre più abile nel ripassare coordinate comiche sapientemente tracciate sì da richiedere un modesto contributo creativo – qui d’altronde superiore alla media futura – per garantire alla pellicola un sicuro successo commerciale.

La serie Piedone nasce proprio nell’anno 1973 insieme ad anche gli angeli mangiano fagioli, inaugurando una serie fortunata di polizieschi firmati da Steno e interpretati da Carlo Pedersoli nel ruolo a lui congeniale del commissario Rizzo.

Nel primo film Piedone lo sbirro, il protagonista, detto Piedone, è un funzionario della polizia napoletana in lotta contro i criminali da una parte e i superiori arroganti dall’altra: In particolare il nuovo commissario capo (Adalberto Maria Merli) mette i bastoni fra le ruote al corpulento difensore della legge, che tuttavia utilizza imperterrito personalissimi metodi persuasivi, scarsamente rispettosi del codice ma estremamente efficaci nei risultati.

Quando Rizzo scopre che Ferdinando o’Barone (Angelo Infanti), un piccolo camorrista, sta espandendo il suo giro di stupefacenti e di prostituzione, non esita ad impartirgli una lezione. Sospeso dal servizio per il suo comportamento, il commissario scopre che o’Barone è in combutta con una banda di marsigliesi che importa droga in territorio napoletano, e arriva a chiedere la collaborazione dei vecchi camorristi per sbaragliare la nuova rete criminale.

Piedone lo sbirro presenta tutti i topoi ricorrenti nella florida produzione dei “poliziotteschi d’epoca”: L’indagine realistica del tessuto urbano, la vivace descrizione degli ambienti popolari, la figura del poliziotto integerrimo in eterno contrasto con l’autorità, gli inseguimenti spettacolari.

Tuttavia gli elementi farzeschi non sono portati alle estreme conseguenze come avviene, per esempio, nel ciclo dei delitti e degli assassini interpretati da Millian-Monnezza. Spencer riveste i panni di un poliziotto dal cuore generoso e dal pugno proibito, tanto deciso nella repressione dell’autentica malavita quanto tollerante nei confronti della microcriminalità: il piccolo contrabbando, le bancarelle di materiale contraffatto, ladruncoli e prostitute sono trascurabili scotti che ogni società moderna deve pagare; è sufficiente instaurarvi un rapporto di comprensione , come Rizzo, per ottenere risultati migliori rispetto ad un’applicazione cieca e sprovveduta della legge alla lettera .

La peculiarità dei personaggi alla Spencer – che qui, per la prima volta, non utilizza il doppiaggio ma la sua vera voce - si coniugano felicemente con le coordinate del filone , e le consuete scazzottate convivono accanto ai delitti di camorra e agli inseguimenti in automobile. Enzo Cannavale è il brigadiere Caputo, incaricato fra l’altro di razionare le sigarette del commisario: tra i due non mancano alcuni gustosi siparietti.

Da ricordare anche Mario Pilar nel ruolo del camorrista Manomozza e Jho Jenkins in quello di un nero americano cui Rizzo salva la pelle. Nel seguente Piedone ad Honk Kong ’75, il commissario Rizzo, in servizio presso la sezione narcotici partenopea , è incaricato di sorvegliare l’italoamericano Frank Barella(Al Lettieri), che intende far passare in città un ingente carico di droga. Sospettato, per una serie di equivoci, di complicità nel traffico di stupefacenti, Rizzo decide di estirpare il male alla radice: le tracce lo conducono così vicino a Bangkok, a Honk Kong, Macao, dove non esita a farsi largo a suon di cazzotti, prendendosi cura anche del piccolo Yoko.

Arrestato e rispedito a Napoli, riesce ad evadere a smascherare infine il vero colpevole , l’agente americano Sam Accardo (Robert Webber). Qualcuno all’epoca asserì che un film di Bud Spencer può esser il rimedio più utile per mettere in guardia la popolazione contro la diffusione della droga.

Per quanto semplicistica, la tesi è prova inconfutabile dell’affetto del pubblico per il bravo Pedersoli, nonché dell’ascendenza di queste pellicole su platee di ogni età.

Spencer – che col protagonista condivide anche l’origine partenopea – riveste i panni del tutore della legge indulgente nei confronti della pratica quotidiana dell’arte di arrangiarsi ma fermo nella lotta contro l’attività criminale, nella fattispecie il contrabbando di stupefacenti.

Lo schema , ovviamente, è quello codificato e immutabile, più virato verso la farsa, fatto di sberloni – anche a mollo sotto l’acqua! – in giro per il mondo, ma anche di tenerezza e buoni sentimenti( il rapporto col piccolo giapponese ). Da notare oltre ai divertenti siparietti con Cannavale, come il trionfo della verità e della giustizia non vada a premiare l’eroe. L’attenzione rivolta al folclore locale e la ricerca dell’esotismo accrescono la spettacolarità della vicenda.

In Piedone l’africano, film del ’78, il commissario assiste all’omicidio d’un ufficiale di polizia sudafricano che era a conoscenza di un traffico di stupefacenti con destinazione Napoli: nelle sue ultime parole chiede al collega di occuparsi del figlio Bodo, che vive in Sudafrica.

Recatosi a Johannesburg, Rizzo vi incontra prima l’amico Caputo(Cannavale), cameriere in un ristorante di proprietà del facoltoso Smollet(Joe Stewardson), e poi il ridicolo Bodo, che non esita a soprannominarlo Kiru(rinoceronte)e a seguirlo come un ombra. Il commissario inizia ad indagare sulla connessione tra la droga e la produzione di diamanti, e diventa bersaglio di numerosi attentati.

Scoperto che uno dei suoi attentatori è Spiros(Werner Pochath), che lavora in una ditta di produzione diamantifera, finge per smascherarlo di proporgli una rapina, in seguito alla quale si vede costretto a fuggire sia dalla polizia locale che dai criminali. La resa dei conti si svolge nella proprietà di Smollet, che risulta esser il capo dell’organizzazione: Rizzo, aiutato da due uomini dei servizi segreti, sgomina malviventi e rimpatria assieme all’amico Caputo e al piccolo zulu.

Atmosfere e personaggi amabilmente invariati, prevedibilmente intreccio poliziesco a tinte rosa , diversa – e ancora una volta esotica – l’ambientazione: stavolta il Piedone nazionale esporta i propri personalissimi metodi anti-crimine nel Continente nero, dove la vita di un indigeno vale assai meno di una partita di droga e infinitamente meno di un pugno di diamanti. Ma l’attenzione al colore locale(le danze folcloristiche, i safari, le bestie selvagge,) anziché donare linfa alla pur godibile pellicola, eccede talora in toni oleografici; ne giova a Piedone l’africano la patina sentimentale derivante, non diversamente dal precedente Piedone a Hong Kong, dalla presenza d’un bimbo – stavolta di colore – che instaura un rapporto affettuoso col robusto protagonista.

Non è la prima volta che Spencer ricorre a quest’ escamotage, e non sarà neanche l’ultima.

Da ricordare la presenza di Dagmar Lassander, in forma smagliante nei panni dell’amante svogliate di Smollett, alcune gag di Cannavale degne della commedia più “pecoreccia” e la simpatia del piccolo Bodo.

Nell’episodio conclusivo della saga Piedone, quello d’Egitto (1980), Bodo è oramai diventato partenopeo d’adozione e vive sotto la protezione di Caputo e del commissario Rizzo, alle prese stavolta con un caso di spionaggio internazionalecon epicentro nel Maghreb. Liberata Connie (Cinzia Monreale), nipote del petroliere americano Edward Barns (Robert loggia), il commissario si mette sulle tracce del professor Cerullo (Leopoldo Trieste), rapito in circostanze misteriose dopo la scoperta d'un metodo rivoluzionario per l’individuazione del petrolio.

Piedone parte così alla volta del Cairo, conducendo con sé Caputo e il piccolo Bodo, che li ha seguiti di nascosto. Sfuggito da diversi attentati, l’imponente detective rintraccia il professore, che viene però nuovamente rapito dall’architetto dell’intera

Operazione, il folle Zakar con il suo sogno d’onnipotenza.

Un plot più inconsistente, una sceneggiatura sfilacciata, il ripetersi delle situazioni sono difetti principali di una pellicola che è oramai un puro pretesto per lasciar spazio ai cazzotti del protagonista. Neppure gli affascinanti milieu (i mercati, le moschee, il deserto) sollevano le sorti di Piedone d’Egitto, anche se è divertente vedere il fisico massiccio di Bud troneggiare anche a confronto con le piramidi e la sfinge.

Per il resto, le Gag risultano minori in quantità e inferiori in qualità (quante scaramucce tra Rizzo e Caputo si sono viste nei quattro episodi?) e le sequenze d’azione non brillano per particolare verve o inventiva: Spencer, poco a suo agio nel difendersi dalle scimitarre arabe, regale il suo combattimento più kitsch in assoluto con un nano armato di coltello.

Divertente , anche se sopra le righe , la caratterizzazione dello scienziato dalle sembianze einsteniane offerta da Leopoldo Trieste, mentre Angelo Infanti risulta poco credibile nei panni di uno sceicco vendicativo ma generoso. Steno rimase particolarmente soddisfatto:”Bene o male Piedone lo sbirro era un film poliziesco, e credo se non avessi fatto prima – la polizia ringrazia – non me lo avrebbero fatto fare. Nel primo Piedone lo stesso Spencer e noi non avevamo la convinzione che sarebbe stato quel grande successo che poi è stato, perché era la prima volta che lui faceva un film non in veste western.

Sempre Steno: “Bud aveva fatto Torino nera, in veste moderna, e non era andato molto bene. Era un po’ un esperimento, e a me quello che mi stimola sono sempre gli esperimenti. Lo scrivemmo io e De Caro, con dentro anche lì un’ ideologia, solo che era più avventuroso. La chiave del film era un poliziotto che non sparava, ed era osteggiato dalla polizia, per paura che creasse problemi per questo. Questa cosa contava molto, nel primo, ma negli altri si è un po’ persa, e la chiave è diventata quella del poliziotto napoletano

amico dei ladruncoli che rubano per sopravvivere e nemico di quelli che spacciano la droga.

Tema che peraltro condivido in pieno. Il primo, ambientato a Napoli, mi ha interessato anche come spaccato di una certa società, di una certa malavita napoletana che ha pure il suo fascino, perché è fatta di gente che cerca di sopravvivere . Ma dopo , negli altri, mi sono divertito a fare un tipo di film alla 007, che per un regista è molto piacevole: giri il mondo, fai cose avventurose in un genere completamente diverso dalla commedia. Sono film che prendono dalle sette alle nove settimane , perché c’è molta azione. Ma gli americani ci metterebbero cinque mesi, costerebbero milioni e milioni di dollari!”

Un tentativo non particolarmente indovinato di connotare diversamente il personaggio Spencer offerto dal successivo Charleston sempre nello stesso anno, nel quale Bud interpreta un truffatore internazionale – il cui nome dal titolo al film – alle prese con un armatore americano (James Coco)deciso a disfarsi di una nave per intascare il premio dell’assicurazione con la complicità del suo avvocato.

Charleston e i suoi complici fingono di cadere nella trappola tesa dall’armatore per incastrarlo. Il furto d’un dipinto di proprietà del commissario Watkins(Herbert Lom), conduce all’arresto di Charleston, cui viene chiesto di collaborare per ritrovare la preziosa tela.

L’uomo fa dunque credere a Watkins che l’armatore sia l’autore della gigantesca truffa nonché l’organizzatore di uno spettacolo teatrale allestito come copertura, e firma contratti separati con l’americano e il suo avvocato per riuscire infine ad aggiudicarsi l’ingente somma in palio.

Sorta di versione moderna della celebre Stangata( soprattutto per il tema del truffatore truffato), Charleston abbandona i risvolti moralistici e fiabeschi à la Spencer per raccontare una storia di truffe , imbrogli, travestimenti e scambi di persona , penalizzata da un plot un po’ arzigogolato e da toni di avanspettacolo non sempre azzeccati, amplificati da una colonna sonora ispirata alle musiche degli anni venti; ne l’inedita e affascinante ambientazione londinese è sufficiente a riscattare il tutto.

Anche il divertimento è modesto, se si eccettua la reiterazione delle Gag di James Coco, tutte costruite sulla sua difficoltà nel comunicare al telefono, che riescono a strappare qualche sorriso. Herbert Lom ricopre il ruolo di un irascibile ispettore di polizia, analogo a quello sostenuto nella serie della pantera rosa , mentre Jack La Cayenne è un baffuto scagnozzo del protagonista.

Il personaggio di Spencer, indubbiamente originale e inconsueto nell’arco della sua carriera, appare un po’ forzato – col suo abito gessato e il garofano rosso all’occhiello - , lontano come è dalle corde dell’attore: e il numero di canto e di danza con le ballerine in abiti dell’epoca del proibizionismo non resiste al confronto con le scoppiettanti, clamorose scazzottate assenti nella pellicola di Marcello Fondato.

Mario Girotti solo nel finire degli anni 70, e precisamente nel 77, si ritrova in mano una pellicola che segue il filone poliziesco del suo compagno d’avventure.

La pellicola è Mister Miliardo del 1977, una produzione “made in Usa” diretta da Jonathan Kaplan, non gode di una grande fortuna al botteghino: Guido Falcone(Hill), un giovane meccanico italiano, apprende di esser l’erede del cospicuo patrimonio di un suo lontano zio rimasto ucciso in un incidente :la somma è pari ad un miliardo di dollari.

L’unica clausola posta nel testamento del defunto parente riguarda il ritiro dell’eredità, il cui termine è posto entro venti giorni. Guido arriva a New York e, scoperto che John Cutler(Jackie Gleason), un dirigente della società dello zio, non è meno interessato di lui al generoso lascito, decide ugualmente di traversare il paese come un qualsiasi emigrante.

Ogni tentativo di trattenere il tutt’altro che sprovveduto Mister Miliardo è destinato all’insuccesso , fin quando il corrotto uomo d’affari non ritiene di aver trovato l’arma vincente nel fascino della bella detective Rosie Jones(Valerie Perrine)…

La pellicola di Kaplan lascia il giusto spazio alle acrobazie dell’aitante protagonista, al fascino prorompente d’una maliarda Perrine, ai risvolti sentimentali, allo humor semplice ma di sicuro effetto che pervade il plot. Anche l’approccio dell’ingenuo meccanico nei confronti della tentacolare metropoli statunitense, pur senza brillare per originalità, coglie il segno con piacevole naturalezza.

Ma non bisogna dimenticare che Mister Miliardo segna il fallimento del tentativo da parte di Hill di sfondare sul mercato d’oltreoceano, causato da svariati motivi: l’eccessiva pressione mostrata sul protagonista, la superficialità nel trattamento dei personaggi (l’innamoramento della bella detective, per esempio, non suffragato da un convincente percorso psicologico), un manicheismo di fondo solo a tratti giustificato.

In particolare le figure dei cattivi, prive dei tratti fumettistici presenti in talune prove soliste di Spencer, appaiono delineate in modo affrettato, anche se il ruolo del villain è ricoperto da un caratterista di talento come Gleason.

Le sequenze d’azione – in primo piano la zuffa nel locale di provincia e le corse di automobile a rotta di collo - , per quanto divertenti, denunciano un montaggio approssimativo. Per il resto, il film segna l’ultima apparizione sullo schermo del veterano William Redfield(Viaggio allucinante, Qualcuno volò sul nido del cuculo)e molti altri film.

Con Poliziotto superpiù, Hill si prende un anno sabbatico lontano da Spencer, per la regia di Sergio Corbucci, il film inizia così: Dave Speed(Terence Hill), agente della polizia di Miami, viene mandato in uno sperduto accampamento indiano a consegnare una contravvenzione proprio nel giorno in cui la Nasa ha in programma un delicato test nucleare. Per effetto delle radiazioni, Dave scopre ben presto di esser dotato di poteri eccezionali, come quello della chiaroveggenza. Poteri che purtroppo svaniscono in presenza del colore rosso…

L’inedita collaborazione tra due sceneggiatori come Robert Brodie Booth e Sabatino Ciuffini, ai quali va aggiunto il contributo dei veterani Amendola-Corbucci, tenta di rafforzare un canovaccio un po’ consunto: la storia è raccontata in flashback dal protagonista – Dave in attesa di esser giustiziato dopo tre infruttuosi tentativi per il presunto omicidio del suo collega, il sergente Willy Dunlop( interpretato dal bravo caratterista Hollywoddiano Ernest Borgnine) – e affronta per la prima volta in un film di Hill il terreno minato degli effetti speciali di base.

Il meccanismo comico di partenza – le evidenti conseguenze dei superpoteri acquisiti da Speed – strappa tutt’al più qualche sorriso, ma è senz’altro efficace affiancare a Hill una gloriosa “seconda linea” di Hollywood, il burbero e rugoso Ernest Burgnine, qui impiegato come evidente alter ego di Spencer, al quale sono affidati i tentativi di sollevare la temperatura comica del film.

Di un certo interesse anche i personaggi di contorno, dall’immancabile cascatore Sal Borgese nei panni del maldestro Paradise all’inconfondibile volto scavato di Marc Lawrence ( il boss Tony Torpedo) per finire con un’ altra vecchia stella di Hollywood, quella Johanne Dru ( la sciantosa Rosy Labouche) che ricordiamo nel 1948 al fianco di John Wayne e Montgomery Clift nel capolavoro Hawksiano Il fiume rosso.

Consuete citazioni gastronomiche portafortuna – Hill consuma come una sorta di quattordici portate di fagioli, non paragonabili all’incipit di Trinità! E il gran finale nel cielo di Miami con Hill e Borgnine aggrappati ad un gigantesco bubble-gum, cui i superpoteri di Speed hanno conferito l’aspetto d’un gigantesco pallone-sonda.

Anche divertente risultò l’apparizione promozionale di Terence Hill ad una puntata di Domenica In, il classico programma della domenica, allora condotto da Pippo Baudo, con l’attore impegnato nel tentativo di attraversare un muro: gran capitombolo per la gioia del pubblico presente in sala.

Oramai cinquantenne, il bel Terence interpreta nel ‘87 uno dei suoi ultimi film del genere poliziesco d’azione Renegade, un osso troppo duro, riaffidandosi alla regia dell’ esperto Clucher, e collaborando alla sceneggiatura con lo stesso figlio del regista, Marco, Sergio Donati e Stephen Siebert.

Un giorno viene avvicinato da un ragazzino, Matt (Ross Hill), un quattordicenne dalla lingua tagliente e dai modi da duro, figlio d’un suo ex compagno di armi, il sergente Moose (Norman Bowler), adesso ospite d’una prigione.

L’uomo, in realtà innocente, chiede a Luke di fare da tutore al figlioe di accompagnarlo a Green Heaven Valley, nell’Arizona del nord, per prendere possesso d’una tenuta che Moose ha vinto a carte prima di esser incastrato. Luke accetta seppur a malincuore.

Il viaggio ha inizio ma è subito chiaro che la convivenza fra i due non sarà semplice. Oltretutto c’è chi si adopera per non farli giungere a destinazione. Dopo innumerevoli personaggi di simpatica canaglia, Hill si ritaglia il ruolo d’uno scanzonato vagabondo che solca le assolate highways americane in compagnia del suo cavallo Joe Brown, sorta di moderno cavaliere errante, senza macchia e senza metà , ricco perché libero di vivere come vuole.

Il film ha le cadenze d’un road-movie sghangherato, vicino all’atmosfera guascona delle pellicole più epidermiche di Clint Eastwood(filo da torcere e il suo seguito, Fai come ti pare)e Burt Reynolds( il bandito e la “Madama”). In Renegade il machismo è irrilevante – Hill non possiede il fascino virile dei due attori - ,mentre restano altre pittoresche caratterizzazioni dei film appena citati, come uno sceriffo tronfio e prepotente e le bande di bikers, qui più bonari e meno caricaturali.

Ma la pellicola di Clucher offre soprattutto l’ultima occasione per vedere recitare side by side , con disinvoltura, padre e figlio: di lì a poco, infatti, Ross Hill perderà la vita in seguito ad un terribile incidente stradale.

La detective story ritorna per l’ultima volta con un film, ben dieci anni dopo, Virtual weapon del 1997.

Terence torna sul grande schermo interpretando il ruolo di Skimms, detective protagonista di Virtual weapon, un action con risvolti fantascientifici diretto dall’esperto Anthony M. Dawson( Antonio Margheriti).

Scritto da Jess Hill e Ferdie Pacheo, inedito in Italia, ma presentato al Mifed di Milano di quell’anno per esser venduto sul ricettivo mercato americano ed est europeo, il film sfrutta la formula lanciata da Arma letale, Un poliziotto nero ed un bianco, sulla quale Margheriti innesta elementi di fantascienza: un’esplosione causata da Van Axel, un criminale inseguito da Skimms, trasforma quest’ultimo in un oleogramma da computer.

Solamente Lucy, la figlia del suo amico e collega Mike Davies (Marvin Hagler), è in grado di farlo muovere usando il joystick.

In un ‘intervista di Bertolino-Ridola Spencer ha dichiarato come i due, pur facendo dei film da soli, riescano a rincorrersi con personaggi che si assomigliano , ha aggiunto che faranno film in coppia solo con una storia di un certo livello, un’ idea originale, diversa dalle altre ed è questo uno dei motivi, per cui le due star hanno smesso il connubio…(Barboni docet).
 

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Data Creazione/Modifica: 08-02-09

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