È Marcello
Fondato insieme a Francesco Scardamaglia, a dirigere L’epocale …Altrimenti ci
arrabbiamo ‘73. Siamo a Madrid: Ben(Spencer), meccanico e pilota di Rally,
culla il sogno di aggiudicarsi una fiammante Dune Buggy rossa primo premio
d’un imminente rally cross. La gara, combattuta e ricca di paurosi ed
incruenti scontri, viene si vinta da Ben, ma ex aequo con Kid (Hill), sua
vecchia e girovaga conoscenza, giunto da poco in città. Il problema adesso è
come dividersi il rombante trofeo: mentre i due danno vita ad un’autentica
sfida bucolica a birre e salsicce, gli sgherri d’un potente boss del luogo
fanno irruzione nel locale, minacciano i gestori e gli avventori del limitrofo
luna park e, non paghi, finiscono bruciando la Dune Buggy di Ben e Kid. A
questo punto prende avvio un tortuoso e ludico cammino per far si che il capo
(un John Sharp bleso ed infantile), spalleggiato da un bizzarro dottore
psicologo impersonato da Donald Pleaseance, ricompri loro l’amata autovettura.
Nati e poi via via affinatisi come una versione fisica e buonista di celebri
coppie comiche americane come quella formata da Laurel and Hardy e da Bob Hope
e Bing Crosby, con più un aggiunta di surrealismo alla three stooges, Bud
Spencer e Terence Hill, sotto la competente seppur sbrigativa regia di
Fondato, adeguano al presente storico gli oliatissimi meccanismi della loro
spartana comicità.
Adesso, come abbiamo nel poliziesco di Clint Eastwood, è la metropoli Urbana
il teatro preferito dell’eroe. Il prologo, replicato altrove con molteplici
variazioni , è sibillino quanto emblematico: non è dato sapere il motivo
dell’astio che Ben nutre verso Kid, ne le circostanze del passato in cui i due
protagonisti si sono incontrati.
In maniera schematica ma funzionale il regista offre al pubblico due
simboli-totem immolandoli sull’altare dei più classici cliché somatici. Il
profilo caratteriale di Ben / Spencer si identifica quindi sempre di più con
quello di un individuo irascibile e taciturno, ispido e poco incline al
sorriso, ieratico nella sua scontrosa imperturbabilità, mentre quello di
Kid/Hill ne è simbolico contraltare: atletico, provocatore, con un sorriso
angelico ma beffardo a incorniciarne i lineamenti glabbri.
Più che un semplice film Altrimenti ci arrabbiamo! rappresenta l’ennesima
applicazione di un noto teorema cinematografico, che ha conosciuto, e
conoscerà per gli anni avvenire, svariate dimostrazioni. Gli Indizi sono
eloquenti: L’azione si svolge in un luogo paradigmatico – nella fattispecie la
sciatta periferia di una città spagnola – privo di connotazioni geografiche
precise, e gli antefatti sono azzerati perché ininfluenti. È importante notare
come nelle ultime stanche applicazioni, di detto teorema, la determinazione di
luogo diventerà al contrario un tratto essenziale, dal forte sapore
oleografico, per colmare per colmare le falle d’una sceneggiatura sempre più
asmatica. Ma torniamo alla pellicola di Fondato: ciò che qui conta realmente è
la vistosa contrapposizione tra due personaggi irresistibilmente attratti
dalle reciproche diversità. Per paradossale che possa sembrare il confronto,
il rapporto Spencer-Hill appare come la versione virile e comica del
Truffauttiano Ne con te senza te, poiché, per quanti sforzi Bud faccia, la sua
vita è incompleta e forse vana senza l’invadente presenza di Hill. Intorno ai
due protagonisti, il regista cuce una fitta trama di memorabili gag, dalla
scazzottata in palestra – dove Hill e Spencer mandano a vuoto i tentativi di
corpo a corpo portati da Attila (Deogratias Huerta), il capo dei balordi,
accompagnandoli con ripetuti “Ancora no!”, alla scontro con una banda di
centauri nerovestiti il cui epilogo fa il verso a Il buono, il brutto e il
cattivo. Il climax, tuttavia, si raggiunge nella lunga articolata sequenza
delle prove del coro dei pompieri, in cui Spencer deve tenere a bada
contemporaneamente gli ammicchi di una corista, l’irruzione sulla scena di
Hill, e quella ben più pericolosa di Paganini (Manuel De Blas nereggiante
spaventapasseri dell’esilarante mimica ingessata).
Il crescendo in “la”sottolinea i goffi tentativi del killer di portare a
termine il contratto, mentre un sempre più distratto Spencer manda su tutte le
furie il povero direttore d’orchestra! L’epilogo è affidato all’inevitabile
resa dei conti, che si consuma durante una festa privata organizzata nel
ristorante covo dei malviventi: all’irruzione in Ford Escort versione Rally fa
seguito una gigantesca rissa con le guardie del corpo del boss, affogata in un
mare di palloncini colorati la cui fluttuante superficie lascia sovente solo
intuire la rumorosa progressione di ceffoni e cazzotti dispensati di gran
lena. Tuttavia, è opinione condivisa che questa sequenza sia penalizzata
proprio dalla presenza dei palloncini, la cui variopinta ingerenza riduce
l’efficacia clownesca degli stunt.
Al successo del film non sono certo estranei il contagioso tema musicale degli
Oliver Onions (alias Guido e Maurizio De Angelis) “Dune Buggy”, e la colorita
caratterizzazione del medico teutonico, opera di un gigionesco Donald
Pleaseance: Memorabili i suoi strabuzzamenti improvvisi che prorompono nell’
irosa esclamazione: “Nein-Nein-Nein!”, ripetuta più volte nell’arco del film .
Il film di Fondato non è certo esente da pecche, riassumibili nella
pretestuosità dell’intreccio sentimentale fra Kid e l’avvenente equilibrista,
imbastito in apertura, dimenticato nei successivi due terzi della pellicola e
infine riesumato, in maniera posticcia, in chiusura, quasi a voler completare
il cerchio dei luoghi comuni, che vedono Hill impegnato, anche se nelle vesti
en passant di delicato rubacuori.
La figura del Boss rientra nel Gangster movie , con i villain di turno che
eseguono gli ordini. Nei loro film il Boss non solo non riesce ad imporsi a
tutto campo, ma viene messo alla berlina da parte del regista, quasi
frequentemente, delineando un carattere poco duro e spesso paragonabile ad un
bimbo che fa i capricci mentre aspetta la pappa.
Qualche anno dopo, intervallati spesso con il genere d’avventura che li
caratterizza , la loro forma smagliante è in gran parte confermata dal
seguente I due superpiedi quasi piatti (siamo nel 1977)e i due attraversano
anche una fase prolifica di esperienze individuali: Terence gira Mr.Miliardo
sempre nel medesimo anno, mentre Bud risulta più prolifico rispetto al
compagno: Gira nel 71 “4 mosche di velluto grigio” thriller di Dario Argento,
“Torino Nera” del 72 di Carlo Tizzani , il Gangster movie “anche gli angeli
mangiano fagioli”del 1973 con un inedito Giuliano Gemma che non fa rimpiangere
il biondo Terence.
Infine Bud, con l’invenzione di Piedone, ne esce un’altra volta campione di
incassi: Il film targato Steno (Stefano Vanzina), esalterà le doti del colosso
napoletano strizzando l’occhio alla detective story chandlerina e
eastwoddiana(Callagan)assumendo a tratti quel naif celebrato da Nico
Giraldi(Tomas Millian), in Monnezza . Infine Charleston nel 78, rappresenterà
un esperimento che non perterà eccessivi meriti.
Terence comunque, vanta numerosi western rispetto al compagnio d’avventure, la
spy story si propagherà in film come: “Pari e dispari”78“Nati con la camicia”
di E.B.Clucher (83),l’anno successivo, “Non c’è due senza quattro”sempre
dell’omonimo regista, Miami super cop 85 di Bruno Corbucci.
I due super piedi quasi piatti è un invenzione ancora una volta di Enzo
Barboni in arte E.B. Clucher che per primo aveva intuito la loro natura
intrinsecamente comica riscuotendo successo con i due Trinità.
Barboni dichiara “Per me questi due ragazzi quando fanno film in coppia con un
uniforme addosso – qualunque essa sia, da pompieri, da preti, da soldati –
stanno bene. Quindi nel film “I due Superpiedi quasi piatti”, li misi in
motocicletta, perché per me la moto significava il cavallo, l’uomo libero, che
sta dalla parte della legge”.
“Sono arrivato a farne dei poliziotti motociclisti partendo da questa analisi:
chi può esser uomo moderno, giustiziere, con la pistola al fianco o con
qualcosa al posto del cavallo? Naturalmente Hill e Spencer fanno i poliziotti
a modo loro, i cattivi li acciuffano per caso, con il solito mix di avventura,
ironia azione.”
Clucher aggiunge:”Si può farne due personaggi che il pubblico medio, quello
ancora incantato dal fascino della libertà, si sogna. Basta infilarli in un
costume che tanti vorrebbero avere. Infatti è andata bene, il film ha fatto i
suoi sei milirdi di incasso!”. Il film narra le disavventure di Matt
Kirby(Hill)e Wilbur Walsh(Spencer) conosciutisi casualmente dopo che entrambi
hanno conciato per le feste un gruppetto di mafiosi al soldo di Fred(Luciano
Catenacci), che controlla il porto di Miami. Decisi a rapinare una banca per
rimediare alla precaria situazione economica, i due finiscono per arruolarsi
nella polizia locale, agli ordini dello scorbutico capitano Mcbride (David
Huddlestone),che non tarda a manifestare le sue simpatie all’astuto Matt. I
due poco entusiasti piedipiatti fanno la conoscenza di un’ affascinante
immigrata cinese (Laura Gemser), la cui famiglia è vittima di un’ intricata
rete criminale. Scoperto il collegamento con la banda del porto, impegnata in
un traffico internazionale di stupefacienti, Matt e Wilbur sistemano la
faccenda con il loro personalissimo metodo…
L’incipit della pellicola è al fulmicotone: a una serie di spettacolari
riprese aeree dei grattacieli di Miami segue un breve ma intenso scontro
solitario di Spencer con i villain di turno(tipici del western e trapiantati
nella realtà urbana),al solito rappresentati con tratti caricaturali. Dagli
affascinanti tramonti e lussureggianti vegetazioni latino americane allo
skyline e alle spiagge assolate della Florida il passo è breve, e invariato il
desiderio di avventura. Hill e Spencer ripropongono i personaggi che li hanno
resi famosi, assottigliandone ulteriormente i tratti psicologici in favore di
un più forte impatto iconografico.
Le sempre numerose gag si basano, oltre che sul carattere fisico e
caratteriale che ben conosciamo, enfatizzato dal diverso atteggiamento
(entusiasta l’uno, burbero l’altro, sbruffone il primo, silenzioso il
secondo), e sui consueti e innocui scontri verbali, anche sul meccanismo
comico della reiterazione (i veicoli dei malviventi eternamente distrutti). La
riproposta dei valori positivi si esplicita qui con il passaggio da una
maldestra carriera criminale all’entrata nelle file della legge, dove i
protagonisti, data l’indole buona e generosa che li contraddistingue, trovano
una più idonea collocazione. L’intento didascalico è sempre alleggerito dal
loro atteggiamento ammiccante e filtrato dai toni da commedia brillante;
l’umorismo garbato, frizzante, mai greve garantisce una visione per il
pubblico di tutte le età; l’allegria contagiosa trasmessa dalla fusione tra le
assolate location e la scoppiettante colonna sonora dei fidi De Angelis
risulta ancora una volta irresistibile. Restano memorabili l’arruolamento alla
polizia (in cui i due scoprono le vicenda turbolente del loro rispettivo
passato), la maldestra seduzione di due bellone al soldo dei cattivi e il
consueto exploit di “botte da orbi”: tre scene d’azione , collocate nel
segmento iniziale, centrale e finale del film, connotano i due superpiedi con
il loro inimitabile dinamismo, la spettacolarità dei loro stunt e la simpatia
dei caratteristi che le animano tra i quali ricordiamo almeno Riccardo Pizzuti
presenza fissa dai tempi di Dio perdona…io no!
L’anno successivo esce Pari e Dispari, diretto dall’esperto Sergio Corbucci.
Johnny Firpo (Hill), tenente della marina americana, deve sgominare una banda
di allibratori clandestini con base operativa in Florida. A Tale scopo chiede
aiuto a Charlie (Spencer ), un tempo famoso giocatore d’azzardo e ora
camionista , nonché suo fratello per parte di padre. Per vincer la riluttanza
del corpulento parente Johnny ricorre ad ogni mezzo: prima lo riduce sul
lastrico facendogli sparire il Tir completo di carico,quindi convince il padre
Mike(Jerry Lester)a spacciarsi addirittura per cieco e bisognoso di mezzo
milione di dollari per poter riacquistare la vista.
Tra litigi e sutterfugi, i due fratelli Firpo riusciranno a far trionfare la
giustizia.
Scritto dalla premiata ditta Corbucci&Amendola, il film diverte ad
intermittenza, ma questo basta a confermare Hill e Spencer re dei botteghini:
merito, qui più che altrove, di una sceneggiatura funzionale alle esibizioni
manesche, a una discreta ricostruzione ambientale e ad alcune felici
caratterizzazioni, prima fratutte quella offerta da Sal Borgese nei panni di
Nynfus, braccio destro del “greco” (Luciano catenacci). Come anticipato,
l’elemento originale del film di Corbucci risiede nella scrittura, piuttosto
che nel canonico accumulo di gag, e ciò si esplicita nella lenta e avvolgente
strategia cui Johnny ricorre per irretire e coinvolgere nel suo piano il
fratello, sempre più irascibile e ignaro. Dal momento che la vicenda ruota
attorno al mondo del gioco d’azzardo e quello delle scommesse , i due
protagonisti vi si trovano spesso immersi fino ad improvvisarsi , di volta in
volta, pilota da corsa, fantino e addirittura improbabile giocatore di pelota,
in un gioco di mimesi che si arricchisce di elementi mutuati dai personaggi
dei cartoon.
Come nelle più celebri strip comiche, la furia umana è rappresentata con tale
iperbole (Spencer distrugge un intero locale) da disinnescarsi da sola,
effetto ancora più incontenibile nella misura in cui Charlie si sforza di
apparire conciliante agli occhi col mondo. Per finire, irresistibile è la
scena in cui Spencer viene travestito da neonato in culla, con biberon,
pigiamino, e… barba , e quando atterra col paracadute sulla nave bisca del
Greco, dando poi il “la” all’immancabile scazzottata finale.
Curiosa la presenza di una sconosciuta Maurisa Laurito nei panni di Suor
Susanna .
In Nati con la camicia, ancora con Clucher dietro la mdp e la colonna sonora
dell’ottimo Micalizzi, Rosco(Hill), un giramondo ventriloquo, e Doug (Spencer)
un camionista ex detenuto, si incrociano casualmente in una stazione di
servizio. Inseguiti per errore dalla polizia, vengono quindi scambiati per
agenti della Cia e incaricati di affrontare il folle K1 e la sua bislacca
organizzazione in vena di conquistare il mondo…
Indeciso fra commedia, spy movie e poliziesco rosa, Nati con la camicia è la
prima di una serie di pellicole sostanzialmente svogliate dal punto di vista
narrativo e realizzativo: i meccanismi della reiterazione, dello scambio di
persona e della casualità degli avvenimenti si fanno risaputi, mentre le
celebri schermaglie verbali denunciano l’affievolirsi di quel frizzante
umorismo che costellava i film precedenti.
I personaggi finiscono per subire la forzata ripetitività dei plot; persino
gli scenari naturali, che costituivano una delle ragioni del fascino del duo,
appaiono sacrificati in favore d’un anonima ambientazione metropolitana.
L’innata simpatia dei protagonisti, purtroppo circondata da grigi personaggi
di contorno(sia K1 che i suoi sue assistenti risultano ridicoli e del tutto
fuori dal contesto), e qualche momento divertente(l’arrivo a Miami nei finti
panni di due Cowboy arricchiti) faticano a sollevare la quotazione di una
pellicola distratta. Battuta cult: “Certo che noi siamo nati con la camicia!”
esclama il biondo ottimista , “ma tu dovevi nascere con quella di forza!”
risponde il partner. Siamo oramai giunti all’84 e il sodalizio cinematografico
comincia a mostrare le prime crepe dopo anni d’onorato servizio.
Sempre diretto dal fido Clucher e sceneggiato dal fratello Marco, Non c’è due
senza quattro non dimostra particolari ambizioni.
Rapidi accenni di trama: I cugini Sebastiano e Antonio Coimbra (interpretati
da Bud Spencer e Terence Hill) sono due ricchi uomini d’affari brasiliani.
Alla vigilia della firma d’un importante contratto commerciale, sono fatti
oggetto di telefonate minatorie e di attentati; per porvi rimedio si rivolgono
ad un’agenzia internazionale specializzata nel fornire sosia disposti a
mettere a repentaglio la propria vita in luogo di quella dei facoltosi
clienti.
Quelli dei cugini Coimbra vengono individuati nelle persone di Greg Wonder
(Spencer),sassofonista in libertà vigilata, e di Elliot Vance (Hill),
cascatore , che in cambio di un milione di dollari per ciascuno accettano la
rischiosa recita.
Dopo la consueta girandola di cazzotti e sganassoni, Wonder e Vance
riusciranno anche a smascherare l’insospettabile mandante degli attentati.
A dispetto della suggestiva panoramica aerea di Rio de Janeiro, il film non
riesce a spiccare il volo. L’elemento esotico-oleografico prende qui
nettamente il sopravvento su quello comico, e non bastano le proverbiali
scazzottate a nascondere la ripetitività della pellicola. Il pretesto sul
quale il film si regge è rappresentato dalla contrapposizione simbolica tra la
coppia raffinata e colta costituita dagli effeminati cugini Coimbra e quella
rozza , istintiva e gaudente di Wonder e Vance, recto e verso di ogni natura
umana. Ma le situazioni comiche che prendono spunto dalla diversità di censo e
di bon ton coinvolgono poco lo spettatore. I due indulgono nei consueti
atteggiamenti istrionici, ma nulla possono di fronte ad una sceneggiatura
priva di idee.
Il pezzo forte del film Clucher lo riserva per il “gran finale”, allorché il
simpatico duo deve affrontare addirittura un commando di mercenari,
ammorbidendolo alla sua classica maniera : ma anche in questo caso gli stunt
sono meno complessi e inventivi del solito. Menzione d’obbligo va per il
glorioso Nello Pazzafini, i cui bronzei lineamenti danno vita al personaggio
di Tango, sicario sciagurato.
Sotto l’egida di Bruno Corbucci, già mentore delle smargiassate trucide del
celebre Monezza/Giraldi (Tomas Milian), Spencer e Hill girano nel 85 Miami
Supercops, poliziotti dell’ottva strada. Doug Bennet (Hill), agente FBI del
bureau di New York, e Steve Forrest (Bud), suo ex collega ora istruttore ed
elicotterista a Tampa in Florida, tornano ancora una volta insieme per salvare
in extremis la carriera del loro superiore, il capitano Tanney(C.B. Seay)
sbrogliando una matassa che si complica ogni giorno di più. Un certo Garret
(Richard Liberty); dopo otto anni di Sing Sing, ha fatto capolino nella città
di Miami per venire quasi pugnalato sulla schiena, su un molo del porto.
L’uomo, anni addietro, era stato protagonista con due complici di una
miliardaria rapina a una banca a Detroit, che aveva fruttato un bottino di ben
venti milioni di dollari., mai trovati: un suo sibillino indizio porterà i due
supercops sulle tracce giuste per smascherare un insospettabile criminale e
salvare la carriera dell’ufficiale.
La formula produttiva sacrifica ormai la naturale esuberanza dei protagonisti:
le battute e l’azione latitano, il divertimento langue.
La ripetizione di meccanismi comici ampiamente sfruttati in passato si
rispecchia in un progressivo appannamento della coppia. Né salva il film, una
storia, scritta dal regista con Luciano Vincenzoni, che sembra fare il verso a
quelle del commisario Giraldi interpretato dall’istrionico “cubbano de Roma”
Tomas Milian.
Ma se la colorita verve vernacolare del suo protagonista e i siparietti comici
con Franco Lechner ,in arte Bombolo, riuscivano a rendere digeribile anche il
boccone più indigesto, qui non altrettanto efficace si rivela la consueta
contrapposizione caratteriale fra l'irascibile Bud e lo scaltro bellimbusto
Hill. Oltretutto, forse per timore, di annoiare un pubblico sempre più
smaliziato, Corbucci limita le zuffe in salsa slapstick e introduce
addirittura una superfluea parentesi romantica.
Platonica, beninteso, priva di qualsivoglia allusione o ammiccamento, dal
momento che il pubblico che ha eletto Spencer e Hill a propri beniamini
predilige il divertimento asessuato, perdonando casomai al bel Terence qualche
divagazione sentimentale circoscritta comunque a castigate effusioni.
Miami Supercops, come il suo predecessore , pare giustificare l’appellativo di
“Postcard movie” così lo definisce Bertolino con Ridola nel loro libro, un
film cartolina indulgendo sull’esotismo locale più stravagante. Non appare
casuale che questa pellicola sancisca lo scioglimento fino al 94, anno del
ritorno con Botte di Natale del felice sodalizio artistico, lasciando i suoi
artefici liberi di proseguire definitivamente la corrente delle proprie
carriere soliste.
A proposito di carriere soliste: I due girano negli anni ‘70 film polizieschi
che intervallano con una collaborazione con film d’avventura scandendo così un
metronomo perfetto di nuove collaborazioni e mettendosi in gioco anche con
altri artisti. Bud ad esempio, con Anche gli angeli mangiano fagioli, si
ritrova un giovane Giuliano Gemma ed inaugura con lui una ghiotta
rivisitazione del b-movie Cormaniano. Anche qui il coniglio dal cilindro lo
tira fuori il mago Clucher, che da bravo stregone , raccoglie un lusinghiero
successo ai botteghini. In questa riuscita parodia dei gangster movie
americani degli anni trenta-quaranta virata nelle consuete slapstick, Bud
Spencer interpreta il ruolo di Charlie, un lottatore soprannominato “l’uomo
del mistero” perché totalmente inguainato in una tuta nera che lo fa
assomigliare a un Diabolik ipotirodeo. Gemma è invece Sonny, un piedidolci che
sbarca il lunario facendo le pulizie nella scuola di arti marziali Naka-Kata.
Trovatisi improvvisamente disoccupati, i due decidono di darsi al crimine, ed
entrano così come esattori nella banda di Angelo(Robert Middletone), detto
sorriso per via di una paralisi facciale. Ma la vita del criminale si rivela
presto inadatta ai due protagonisti, incapaci di infierire sugli inermi e gli
indigenti. Anzi, il loro cuore tenero li spingerà a prendersi cura di una
famiglia di emigranti italiani, angariati dagli scagnozzi di sorriso.
Incalzati da una parte dai loro ora ex datori di lavoro e dalla polizia
dall’altra, Sonny e Charlie sgominano la banda di Angelo nel consueto climax
finale sullo sfondo del porto di New York.
Come inedita spalla di Spencer, Giuliano Gemma non fa rimpiangere Terence Hill
, replicandone la vocazione atletica un po’ spaccona. Clucher sosteneva che
per lui non fu facile togliersi i panni di pistolero, il celebre Ringo.
Tuttavia Gemma risulta moderno, spiritoso e secondo Barboni molto umile tant’è
che l’intesa con Carlo Pedersoli fu perfetta. Sullo sfondo di una New York
anni trenta abilmente ricostruita a Cinecittà, si accavallano con avvenente
disinvoltura le disavventure criminose dei due protagonisti, suggerite da una
sceneggiatura prevedibile ma essenziale.
La fluidità della narrazione e il rigoroso rispetto dei tempi comici danno
vita a momenti di convincente ilarità, a partire dal prologo in cui Gemma
sogna di esser un invincibile samurai, buffo ammicco ai film d’arti marziali
che proprio in quegli anni stavano invadendo gli schermi italiani, sfigurati
sovente da un doppiaggio che , come in questa sequenza onirica enfatizzava un
aspetto comico inesistente nella versione originale; Spencer, da par suo, da
vita a gustosi siparietti proto-wrestling da valergli l’appellativo di Hulk
Hogan degli anni settanta. Impagabili comparsate di Salvatore Baccaro, nei
panni dell’assaggiatore analfabeta di Angelo, e di Mario Brega come armiere
del Boss, mentre Riccardo Pizzuti (Cobra, il braccio destro di Angelo),si
conferma maschera dagli appropriati connotati caricaturali.
Il meccanismo comico raggiunge un sincronismo ideale nella lunga sequenza
finale, dove Gemma e Spencer hanno modo di dimostrare la vis comico-ginnastica
degli stunt-man coinvolti. Adeguato il commento sonoro dei sempre
inappuntabili fratelli De Angelis, con la canzone “Angels and Beans”, degno
successore dell’hit “Dune Buggy”, mentre Clucher si dimostra regista sempre
più abile nel ripassare coordinate comiche sapientemente tracciate sì da
richiedere un modesto contributo creativo – qui d’altronde superiore alla
media futura – per garantire alla pellicola un sicuro successo commerciale.
La serie Piedone nasce proprio nell’anno 1973 insieme ad anche gli angeli
mangiano fagioli, inaugurando una serie fortunata di polizieschi firmati da
Steno e interpretati da Carlo Pedersoli nel ruolo a lui congeniale del
commissario Rizzo.
Nel primo film Piedone lo sbirro, il protagonista, detto Piedone, è un
funzionario della polizia napoletana in lotta contro i criminali da una parte
e i superiori arroganti dall’altra: In particolare il nuovo commissario capo
(Adalberto Maria Merli) mette i bastoni fra le ruote al corpulento difensore
della legge, che tuttavia utilizza imperterrito personalissimi metodi
persuasivi, scarsamente rispettosi del codice ma estremamente efficaci nei
risultati.
Quando Rizzo scopre che Ferdinando o’Barone (Angelo Infanti), un piccolo
camorrista, sta espandendo il suo giro di stupefacenti e di prostituzione, non
esita ad impartirgli una lezione. Sospeso dal servizio per il suo
comportamento, il commissario scopre che o’Barone è in combutta con una banda
di marsigliesi che importa droga in territorio napoletano, e arriva a chiedere
la collaborazione dei vecchi camorristi per sbaragliare la nuova rete
criminale.
Piedone lo sbirro presenta tutti i topoi ricorrenti nella florida produzione
dei “poliziotteschi d’epoca”: L’indagine realistica del tessuto urbano, la
vivace descrizione degli ambienti popolari, la figura del poliziotto
integerrimo in eterno contrasto con l’autorità, gli inseguimenti spettacolari.
Tuttavia gli elementi farzeschi non sono portati alle estreme conseguenze come
avviene, per esempio, nel ciclo dei delitti e degli assassini interpretati da
Millian-Monnezza. Spencer riveste i panni di un poliziotto dal cuore generoso
e dal pugno proibito, tanto deciso nella repressione dell’autentica malavita
quanto tollerante nei confronti della microcriminalità: il piccolo
contrabbando, le bancarelle di materiale contraffatto, ladruncoli e prostitute
sono trascurabili scotti che ogni società moderna deve pagare; è sufficiente
instaurarvi un rapporto di comprensione , come Rizzo, per ottenere risultati
migliori rispetto ad un’applicazione cieca e sprovveduta della legge alla
lettera .
La peculiarità dei personaggi alla Spencer – che qui, per la prima volta, non
utilizza il doppiaggio ma la sua vera voce - si coniugano felicemente con le
coordinate del filone , e le consuete scazzottate convivono accanto ai delitti
di camorra e agli inseguimenti in automobile. Enzo Cannavale è il brigadiere
Caputo, incaricato fra l’altro di razionare le sigarette del commisario: tra i
due non mancano alcuni gustosi siparietti.
Da ricordare anche Mario Pilar nel ruolo del camorrista Manomozza e Jho
Jenkins in quello di un nero americano cui Rizzo salva la pelle. Nel seguente
Piedone ad Honk Kong ’75, il commissario Rizzo, in servizio presso la sezione
narcotici partenopea , è incaricato di sorvegliare l’italoamericano Frank
Barella(Al Lettieri), che intende far passare in città un ingente carico di
droga. Sospettato, per una serie di equivoci, di complicità nel traffico di
stupefacenti, Rizzo decide di estirpare il male alla radice: le tracce lo
conducono così vicino a Bangkok, a Honk Kong, Macao, dove non esita a farsi
largo a suon di cazzotti, prendendosi cura anche del piccolo Yoko.
Arrestato e rispedito a Napoli, riesce ad evadere a smascherare infine il vero
colpevole , l’agente americano Sam Accardo (Robert Webber). Qualcuno all’epoca
asserì che un film di Bud Spencer può esser il rimedio più utile per mettere
in guardia la popolazione contro la diffusione della droga.
Per quanto semplicistica, la tesi è prova inconfutabile dell’affetto del
pubblico per il bravo Pedersoli, nonché dell’ascendenza di queste pellicole su
platee di ogni età.
Spencer – che col protagonista condivide anche l’origine partenopea – riveste
i panni del tutore della legge indulgente nei confronti della pratica
quotidiana dell’arte di arrangiarsi ma fermo nella lotta contro l’attività
criminale, nella fattispecie il contrabbando di stupefacenti.
Lo schema , ovviamente, è quello codificato e immutabile, più virato verso la
farsa, fatto di sberloni – anche a mollo sotto l’acqua! – in giro per il
mondo, ma anche di tenerezza e buoni sentimenti( il rapporto col piccolo
giapponese ). Da notare oltre ai divertenti siparietti con Cannavale, come il
trionfo della verità e della giustizia non vada a premiare l’eroe.
L’attenzione rivolta al folclore locale e la ricerca dell’esotismo accrescono
la spettacolarità della vicenda.
In Piedone l’africano, film del ’78, il commissario assiste all’omicidio d’un
ufficiale di polizia sudafricano che era a conoscenza di un traffico di
stupefacenti con destinazione Napoli: nelle sue ultime parole chiede al
collega di occuparsi del figlio Bodo, che vive in Sudafrica.
Recatosi a Johannesburg, Rizzo vi incontra prima l’amico Caputo(Cannavale),
cameriere in un ristorante di proprietà del facoltoso Smollet(Joe Stewardson),
e poi il ridicolo Bodo, che non esita a soprannominarlo Kiru(rinoceronte)e a
seguirlo come un ombra. Il commissario inizia ad indagare sulla connessione
tra la droga e la produzione di diamanti, e diventa bersaglio di numerosi
attentati.
Scoperto che uno dei suoi attentatori è Spiros(Werner Pochath), che lavora in
una ditta di produzione diamantifera, finge per smascherarlo di proporgli una
rapina, in seguito alla quale si vede costretto a fuggire sia dalla polizia
locale che dai criminali. La resa dei conti si svolge nella proprietà di
Smollet, che risulta esser il capo dell’organizzazione: Rizzo, aiutato da due
uomini dei servizi segreti, sgomina malviventi e rimpatria assieme all’amico
Caputo e al piccolo zulu.
Atmosfere e personaggi amabilmente invariati, prevedibilmente intreccio
poliziesco a tinte rosa , diversa – e ancora una volta esotica –
l’ambientazione: stavolta il Piedone nazionale esporta i propri personalissimi
metodi anti-crimine nel Continente nero, dove la vita di un indigeno vale
assai meno di una partita di droga e infinitamente meno di un pugno di
diamanti. Ma l’attenzione al colore locale(le danze folcloristiche, i safari,
le bestie selvagge,) anziché donare linfa alla pur godibile pellicola, eccede
talora in toni oleografici; ne giova a Piedone l’africano la patina
sentimentale derivante, non diversamente dal precedente Piedone a Hong Kong,
dalla presenza d’un bimbo – stavolta di colore – che instaura un rapporto
affettuoso col robusto protagonista.
Non è la prima volta che Spencer ricorre a quest’ escamotage, e non sarà
neanche l’ultima.
Da ricordare la presenza di Dagmar Lassander, in forma smagliante nei panni
dell’amante svogliate di Smollett, alcune gag di Cannavale degne della
commedia più “pecoreccia” e la simpatia del piccolo Bodo.
Nell’episodio conclusivo della saga Piedone, quello d’Egitto (1980), Bodo è
oramai diventato partenopeo d’adozione e vive sotto la protezione di Caputo e
del commissario Rizzo, alle prese stavolta con un caso di spionaggio
internazionalecon epicentro nel Maghreb. Liberata Connie (Cinzia Monreale),
nipote del petroliere americano Edward Barns (Robert loggia), il commissario
si mette sulle tracce del professor Cerullo (Leopoldo Trieste), rapito in
circostanze misteriose dopo la scoperta d'un metodo rivoluzionario per
l’individuazione del petrolio.
Piedone parte così alla volta del Cairo, conducendo con sé Caputo e il piccolo
Bodo, che li ha seguiti di nascosto. Sfuggito da diversi attentati,
l’imponente detective rintraccia il professore, che viene però nuovamente
rapito dall’architetto dell’intera
Operazione, il folle Zakar con il suo sogno d’onnipotenza.
Un plot più inconsistente, una sceneggiatura sfilacciata, il ripetersi delle
situazioni sono difetti principali di una pellicola che è oramai un puro
pretesto per lasciar spazio ai cazzotti del protagonista. Neppure gli
affascinanti milieu (i mercati, le moschee, il deserto) sollevano le sorti di
Piedone d’Egitto, anche se è divertente vedere il fisico massiccio di Bud
troneggiare anche a confronto con le piramidi e la sfinge.
Per il resto, le Gag risultano minori in quantità e inferiori in qualità
(quante scaramucce tra Rizzo e Caputo si sono viste nei quattro episodi?) e le
sequenze d’azione non brillano per particolare verve o inventiva: Spencer,
poco a suo agio nel difendersi dalle scimitarre arabe, regale il suo
combattimento più kitsch in assoluto con un nano armato di coltello.
Divertente , anche se sopra le righe , la caratterizzazione dello scienziato
dalle sembianze einsteniane offerta da Leopoldo Trieste, mentre Angelo Infanti
risulta poco credibile nei panni di uno sceicco vendicativo ma generoso. Steno
rimase particolarmente soddisfatto:”Bene o male Piedone lo sbirro era un film
poliziesco, e credo se non avessi fatto prima – la polizia ringrazia – non me
lo avrebbero fatto fare. Nel primo Piedone lo stesso Spencer e noi non avevamo
la convinzione che sarebbe stato quel grande successo che poi è stato, perché
era la prima volta che lui faceva un film non in veste western.
Sempre Steno: “Bud aveva fatto Torino nera, in veste moderna, e non era andato
molto bene. Era un po’ un esperimento, e a me quello che mi stimola sono
sempre gli esperimenti. Lo scrivemmo io e De Caro, con dentro anche lì un’
ideologia, solo che era più avventuroso. La chiave del film era un poliziotto
che non sparava, ed era osteggiato dalla polizia, per paura che creasse
problemi per questo. Questa cosa contava molto, nel primo, ma negli altri si è
un po’ persa, e la chiave è diventata quella del poliziotto napoletano
amico dei ladruncoli che rubano per sopravvivere e nemico di quelli che
spacciano la droga.
Tema che peraltro condivido in pieno. Il primo, ambientato a Napoli, mi ha
interessato anche come spaccato di una certa società, di una certa malavita
napoletana che ha pure il suo fascino, perché è fatta di gente che cerca di
sopravvivere . Ma dopo , negli altri, mi sono divertito a fare un tipo di film
alla 007, che per un regista è molto piacevole: giri il mondo, fai cose
avventurose in un genere completamente diverso dalla commedia. Sono film che
prendono dalle sette alle nove settimane , perché c’è molta azione. Ma gli
americani ci metterebbero cinque mesi, costerebbero milioni e milioni di
dollari!”
Un tentativo non particolarmente indovinato di connotare diversamente il
personaggio Spencer offerto dal successivo Charleston sempre nello stesso
anno, nel quale Bud interpreta un truffatore internazionale – il cui nome dal
titolo al film – alle prese con un armatore americano (James Coco)deciso a
disfarsi di una nave per intascare il premio dell’assicurazione con la
complicità del suo avvocato.
Charleston e i suoi complici fingono di cadere nella trappola tesa
dall’armatore per incastrarlo. Il furto d’un dipinto di proprietà del
commissario Watkins(Herbert Lom), conduce all’arresto di Charleston, cui viene
chiesto di collaborare per ritrovare la preziosa tela.
L’uomo fa dunque credere a Watkins che l’armatore sia l’autore della
gigantesca truffa nonché l’organizzatore di uno spettacolo teatrale allestito
come copertura, e firma contratti separati con l’americano e il suo avvocato
per riuscire infine ad aggiudicarsi l’ingente somma in palio.
Sorta di versione moderna della celebre Stangata( soprattutto per il tema del
truffatore truffato), Charleston abbandona i risvolti moralistici e fiabeschi
à la Spencer per raccontare una storia di truffe , imbrogli, travestimenti e
scambi di persona , penalizzata da un plot un po’ arzigogolato e da toni di
avanspettacolo non sempre azzeccati, amplificati da una colonna sonora
ispirata alle musiche degli anni venti; ne l’inedita e affascinante
ambientazione londinese è sufficiente a riscattare il tutto.
Anche il divertimento è modesto, se si eccettua la reiterazione delle Gag di
James Coco, tutte costruite sulla sua difficoltà nel comunicare al telefono,
che riescono a strappare qualche sorriso. Herbert Lom ricopre il ruolo di un
irascibile ispettore di polizia, analogo a quello sostenuto nella serie della
pantera rosa , mentre Jack La Cayenne è un baffuto scagnozzo del protagonista.
Il personaggio di Spencer, indubbiamente originale e inconsueto nell’arco
della sua carriera, appare un po’ forzato – col suo abito gessato e il
garofano rosso all’occhiello - , lontano come è dalle corde dell’attore: e il
numero di canto e di danza con le ballerine in abiti dell’epoca del
proibizionismo non resiste al confronto con le scoppiettanti, clamorose
scazzottate assenti nella pellicola di Marcello Fondato.
Mario Girotti solo nel finire degli anni 70, e precisamente nel 77, si ritrova
in mano una pellicola che segue il filone poliziesco del suo compagno
d’avventure.
La pellicola è Mister Miliardo del 1977, una produzione “made in Usa” diretta
da Jonathan Kaplan, non gode di una grande fortuna al botteghino: Guido
Falcone(Hill), un giovane meccanico italiano, apprende di esser l’erede del
cospicuo patrimonio di un suo lontano zio rimasto ucciso in un incidente :la
somma è pari ad un miliardo di dollari.
L’unica clausola posta nel testamento del defunto parente riguarda il ritiro
dell’eredità, il cui termine è posto entro venti giorni. Guido arriva a New
York e, scoperto che John Cutler(Jackie Gleason), un dirigente della società
dello zio, non è meno interessato di lui al generoso lascito, decide
ugualmente di traversare il paese come un qualsiasi emigrante.
Ogni tentativo di trattenere il tutt’altro che sprovveduto Mister Miliardo è
destinato all’insuccesso , fin quando il corrotto uomo d’affari non ritiene di
aver trovato l’arma vincente nel fascino della bella detective Rosie
Jones(Valerie Perrine)…
La pellicola di Kaplan lascia il giusto spazio alle acrobazie dell’aitante
protagonista, al fascino prorompente d’una maliarda Perrine, ai risvolti
sentimentali, allo humor semplice ma di sicuro effetto che pervade il plot.
Anche l’approccio dell’ingenuo meccanico nei confronti della tentacolare
metropoli statunitense, pur senza brillare per originalità, coglie il segno
con piacevole naturalezza.
Ma non bisogna dimenticare che Mister Miliardo segna il fallimento del
tentativo da parte di Hill di sfondare sul mercato d’oltreoceano, causato da
svariati motivi: l’eccessiva pressione mostrata sul protagonista, la
superficialità nel trattamento dei personaggi (l’innamoramento della bella
detective, per esempio, non suffragato da un convincente percorso
psicologico), un manicheismo di fondo solo a tratti giustificato.
In particolare le figure dei cattivi, prive dei tratti fumettistici presenti
in talune prove soliste di Spencer, appaiono delineate in modo affrettato,
anche se il ruolo del villain è ricoperto da un caratterista di talento come
Gleason.
Le sequenze d’azione – in primo piano la zuffa nel locale di provincia e le
corse di automobile a rotta di collo - , per quanto divertenti, denunciano un
montaggio approssimativo. Per il resto, il film segna l’ultima apparizione
sullo schermo del veterano William Redfield(Viaggio allucinante, Qualcuno volò
sul nido del cuculo)e molti altri film.
Con Poliziotto superpiù, Hill si prende un anno sabbatico lontano da Spencer,
per la regia di Sergio Corbucci, il film inizia così: Dave Speed(Terence
Hill), agente della polizia di Miami, viene mandato in uno sperduto
accampamento indiano a consegnare una contravvenzione proprio nel giorno in
cui la Nasa ha in programma un delicato test nucleare. Per effetto delle
radiazioni, Dave scopre ben presto di esser dotato di poteri eccezionali, come
quello della chiaroveggenza. Poteri che purtroppo svaniscono in presenza del
colore rosso…
L’inedita collaborazione tra due sceneggiatori come Robert Brodie Booth e
Sabatino Ciuffini, ai quali va aggiunto il contributo dei veterani
Amendola-Corbucci, tenta di rafforzare un canovaccio un po’ consunto: la
storia è raccontata in flashback dal protagonista – Dave in attesa di esser
giustiziato dopo tre infruttuosi tentativi per il presunto omicidio del suo
collega, il sergente Willy Dunlop( interpretato dal bravo caratterista
Hollywoddiano Ernest Borgnine) – e affronta per la prima volta in un film di
Hill il terreno minato degli effetti speciali di base.
Il meccanismo comico di partenza – le evidenti conseguenze dei superpoteri
acquisiti da Speed – strappa tutt’al più qualche sorriso, ma è senz’altro
efficace affiancare a Hill una gloriosa “seconda linea” di Hollywood, il
burbero e rugoso Ernest Burgnine, qui impiegato come evidente alter ego di
Spencer, al quale sono affidati i tentativi di sollevare la temperatura comica
del film.
Di un certo interesse anche i personaggi di contorno, dall’immancabile
cascatore Sal Borgese nei panni del maldestro Paradise all’inconfondibile
volto scavato di Marc Lawrence ( il boss Tony Torpedo) per finire con un’
altra vecchia stella di Hollywood, quella Johanne Dru ( la sciantosa Rosy
Labouche) che ricordiamo nel 1948 al fianco di John Wayne e Montgomery Clift
nel capolavoro Hawksiano Il fiume rosso.
Consuete citazioni gastronomiche portafortuna – Hill consuma come una sorta di
quattordici portate di fagioli, non paragonabili all’incipit di Trinità! E il
gran finale nel cielo di Miami con Hill e Borgnine aggrappati ad un gigantesco
bubble-gum, cui i superpoteri di Speed hanno conferito l’aspetto d’un
gigantesco pallone-sonda.
Anche divertente risultò l’apparizione promozionale di Terence Hill ad una
puntata di Domenica In, il classico programma della domenica, allora condotto
da Pippo Baudo, con l’attore impegnato nel tentativo di attraversare un muro:
gran capitombolo per la gioia del pubblico presente in sala.
Oramai cinquantenne, il bel Terence interpreta nel ‘87 uno dei suoi ultimi
film del genere poliziesco d’azione Renegade, un osso troppo duro,
riaffidandosi alla regia dell’ esperto Clucher, e collaborando alla
sceneggiatura con lo stesso figlio del regista, Marco, Sergio Donati e Stephen
Siebert.
Un giorno viene avvicinato da un ragazzino, Matt (Ross Hill), un
quattordicenne dalla lingua tagliente e dai modi da duro, figlio d’un suo ex
compagno di armi, il sergente Moose (Norman Bowler), adesso ospite d’una
prigione.
L’uomo, in realtà innocente, chiede a Luke di fare da tutore al figlioe di
accompagnarlo a Green Heaven Valley, nell’Arizona del nord, per prendere
possesso d’una tenuta che Moose ha vinto a carte prima di esser incastrato.
Luke accetta seppur a malincuore.
Il viaggio ha inizio ma è subito chiaro che la convivenza fra i due non sarà
semplice. Oltretutto c’è chi si adopera per non farli giungere a destinazione.
Dopo innumerevoli personaggi di simpatica canaglia, Hill si ritaglia il ruolo
d’uno scanzonato vagabondo che solca le assolate highways americane in
compagnia del suo cavallo Joe Brown, sorta di moderno cavaliere errante, senza
macchia e senza metà , ricco perché libero di vivere come vuole.
Il film ha le cadenze d’un road-movie sghangherato, vicino all’atmosfera
guascona delle pellicole più epidermiche di Clint Eastwood(filo da torcere e
il suo seguito, Fai come ti pare)e Burt Reynolds( il bandito e la “Madama”).
In Renegade il machismo è irrilevante – Hill non possiede il fascino virile
dei due attori - ,mentre restano altre pittoresche caratterizzazioni dei film
appena citati, come uno sceriffo tronfio e prepotente e le bande di bikers,
qui più bonari e meno caricaturali.
Ma la pellicola di Clucher offre soprattutto l’ultima occasione per vedere
recitare side by side , con disinvoltura, padre e figlio: di lì a poco,
infatti, Ross Hill perderà la vita in seguito ad un terribile incidente
stradale.
La detective story ritorna per l’ultima volta con un film, ben dieci anni
dopo, Virtual weapon del 1997.
Terence torna sul grande schermo interpretando il ruolo di Skimms, detective
protagonista di Virtual weapon, un action con risvolti fantascientifici
diretto dall’esperto Anthony M. Dawson( Antonio Margheriti).
Scritto da Jess Hill e Ferdie Pacheo, inedito in Italia, ma presentato al
Mifed di Milano di quell’anno per esser venduto sul ricettivo mercato
americano ed est europeo, il film sfrutta la formula lanciata da Arma letale,
Un poliziotto nero ed un bianco, sulla quale Margheriti innesta elementi di
fantascienza: un’esplosione causata da Van Axel, un criminale inseguito da
Skimms, trasforma quest’ultimo in un oleogramma da computer.
Solamente Lucy, la figlia del suo amico e collega Mike Davies (Marvin Hagler),
è in grado di farlo muovere usando il joystick.
In un ‘intervista di Bertolino-Ridola Spencer ha dichiarato come i due, pur
facendo dei film da soli, riescano a rincorrersi con personaggi che si
assomigliano , ha aggiunto che faranno film in coppia solo con una storia di
un certo livello, un’ idea originale, diversa dalle altre ed è questo uno dei
motivi, per cui le due star hanno smesso il connubio…(Barboni docet).