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#Controcorrente Socialista

Controcorrente Socialista;

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L'ennesimo partito?

Periodicamente, soprattutto in prossimità delle scadenze elettorali, ed a seguito delle stesse, in Italia vi è un gran parlare di "nuovi soggetti della sinistra", "scomposizioni e riaggregazioni politiche", "cantieri e officine". A dilettarsi in tali alchimie politiche sono immancabilmente coloro che rientrano nella categoria dei "dirigenti", locali o nazionali, politici o sindacali. Un'intera classe dirigente fallimentare con il suo indelebile carico di colpe e responsabilità, tenta in questo modo di autoriciclarsi nonostante il suo definitivo conclamato fallimento. La logica è quella del gattopardo: tutto deve cambiare affinché nulla cambi, vale a dire affinché le stesse burocrazie dirigenziali, le stesse facce, continuino a restare più o meno a galla, se ormai non più sulla cresta dell'onda. Anche gli obiettivi rimangono sempre gli stessi: contrattare con il tanto vituperato (solo a parole!) PD qualche posizione di rendita e qualche piatto di lenticchie, qualche assessorato locale o di nuovo qualche sottosegretariato in un futuribile governo, il tutto nell'ottica dell'ordinaria amministrazione e conservazione dei propri interessi di bottega.
Al contrario, Controcorrente Socialista non intende aver nulla a che spartire con queste attuali sinistre, radicali o meno; non vuole aggregare le trite e ritrite dirigenze burocratiche in cerca della propria autoconservazione e del proprio autoriciclaggio; non vuole neanche aggregare sigle e siglette esistenti delle stesse dirigenze diretta espressione; non cerca qualche scranno o assessorato; non ha tra i propri riferimenti storici né la vulgata togliattiana, né improbabili nuovismi iridati.
Vuole invece essere un movimento socio-politico rivolto alle donne ed agli uomini comuni, a tutti coloro che nell'attuale società pagano sulla propria pelle il dominio e l'oppressione, a quanti non hanno pregresse responsabilità nelle esperienze governiste antipopolari e imperialiste; intende sviluppare una proposta sociale e politica che, partendo dalla difesa immediata delle condizioni di vita e delle libertà civili delle persone, e della salvaguardia della biosfera, sappia indirizzare i propri sforzi verso la costruzione di forme di democrazia socialista caratterizzate dall'autogestione sociale in tutti gli aspetti della vita delle persone e delle comunità.


Le due sinistre, in Italia e nel mondo

Si assiste oggi alla contrapposizione figurata tra due idee di sinistra.
Chi si riallaccia alle forme incancrenite della vulgata stalino-togliattiana, nutre nostalgie e rimpianti per le esperienze storiche del "socialismo reale"; si richiude in suggestioni, simbologie e parole d'ordine della vulgata marxista-leninista, non essendo così in grado di farsi comprendere dalle persone che al contrario vivono, con tutti i propri problemi, nell'età contemporanea; la logica "campista" così interiorizzata durante la guerra fredda spinge tale filone, rimasto orfano del blocco sovietico e sempre più interessatosi alla "scienza" denominata "geopolitica", così ossessivamente nel frattempo assimilata, a "fare blocco" con qualsiasi tirannello in uniforme di turno presuntamente antagonista agli Stati Uniti.
Vi è poi, sull'altro versante, chi si riallaccia al nuovismo zapateriano/arcobalenato; tale filone è più eterogeneo al suo interno. Da un lato vi è chi proviene dall'esperienza storica del PSI craxiano, o comunque che a questa si richiama, animato da un nostalgismo per i "bei vecchi tempi andati", ossia i rampanti anni '80, non meno patetico di quello speculare degli epigoni del "socialismo reale". Oltre a tali nostalgie, ed a periodiche celebrazioni adoranti in perfetto stile religioso il grande capo scomparso, tale sottofilone si caratterizza per un anticlericalismo tutto formale, e per un'assunzione come chiave di lettura principale della realtà sociale la lotta per i "diritti civili", intendendo sotto tale definizione i diritti personali legati alla sessualità ed alla bioetica (pacs, dico, eutanasia, aborto). Nessuno spazio è invece lasciato alla centralità del conflitto Lavoro-Capitale, che anzi è respinto e ripudiato nella sua stessa esistenza, dietro lo slogan vuoto - e mai argomentato - per cui "il mondo è cambiato ed è più complesso". Giuslavoristi e opinionisti filo-padronali e neo-liberisti quali Marco Biagi, Pietro Ichino, Carlo Panella, sono rivendicati come propri; anziché combattere l'esistenza stessa del precariato, si creano formule come la flexsecurity, che non mettono in discussione le compatibilità di sistema.
L'altro sottofilone, di derivazione post-comunista, pur non ripescando i propri miti fondativi negli anni '80, attua una commistione tra suggestioni interessanti da altri continenti - per quanto ad un livello tutto formale, esteriore e strumentale - ed un nuovismo/movimentismo indistinto, fatto di "moltitudini desideranti" e di immaginifiche fasi del Capitalismo. Sul piano economico, per quanto non dispongano nei propri ranghi di grossi luminari di discipline economiche, ripropongono in sostanza forme di keynesismo, integrate da un ingenuo entusiasmo nelle forme del Capitalismo verde, quello delle nuove energie rinnovabili e dello sviluppo sostenibile nel quadro generale della compatibilità di sistema. Da qui deriva un'infatuazione per l'attuale Amministrazione della Casa Bianca, che dà un'identità politica a tutto il sottofilone di un generico progressismo "liberal", come si direbbe appunto Oltreoceano. Anche in questo secondo sottofilone periodicamente riemerge, sebbene in modo meno pressante, l'attenzione ossessiva per i "diritti civili" come chiave di lettura prioritaria della realtà che caratterizza l'altro sottofilone della "seconda sinistra".
Entrambi i due filoni, le "due sinistre" brevemente sopra esaminate, nonostante le differenze ideologiche su un piano superficiale, sono accomunati da alcuni tratti essenziali: sia che si richiamino ad un'ortodossia leninista, ad un "durismo" e ad un purismo tutti esteriori, sia che millantino strumentalmente simpatie per nuove istanze libertarie quali lo zapatismo o lo scritto di John Holloway, di fatto puntano a qualche assessorato o sottosegretariato (alla faccia di cambiare il mondo senza prendere il potere! Qui invece si prende il potere per gestire l'esistente!) in alleanza con il PD, essendo da questo entrambi indipendenti organizzativamente, ma non politicamente. Le stesse differenze ideologiche superficiali non hanno impedito alle due sinistre, nel biennio 2006-2008 del Governo Prodi, di governare congiuntamente e in sede di Consiglio dei Ministri e di Parlamento di votare compattamente gli stessi provvedimenti legislativi: dalle finanziarie di lacrime e sangue per i ceti popolari, ai rifinanziamenti delle missioni militari neocoloniali ipocritamente definite "di pace", fino agli atti volti alla devastazione ambientale.
La situazione italiana per quanto riguarda i due filoni della sinistra non è certo un'eccezione rispetto al quadro mondiale. Ai due filoni appena descritti corrispondono sul piano internazionale rispettivamente - con una certa dose di approssimazione - l'insieme dei "partiti comunisti ufficiali" e la socialdemocrazia liberale.
Anche qui, le due esperienze si sono rivelate fallimentari: il "socialismo reale" in URSS, Cina e altrove si è rivelato un sistema burocratico con significativi elementi di Capitalismo di Stato, che ha realizzato una dittatura sul proletariato, in cui le dirigenze burocratiche statali gestivano come vera e propria classe proto-capitalista il potere economico e politico. Tale sistema in alcuni casi si è dissolto (come in URSS), in altri si è trasformato in "socialismo di mercato" (vero e proprio Capitalismo di mercato)... e perfino di quest'ultimo non mancano gli epigoni "geopoliticanti campisti" convinti sostenitori. La socialdemocrazia liberale, nonostante fenomeni quali il "ministerialismo" siano riscontrabili molto prima, vede formalmente la propria apparizione ufficiale con il Congresso di Bad Godesberg (1959) del Partito Socialdemocratico Tedesco: per la prima volta la socialdemocrazia abbandonava anche formalmente ogni proposito di pur graduale trasformazione del sistema capitalista in senso socialista, e statuiva di voler limitarsi a gestire l'esistente con qualche correttivo sociale che elargendo contentini ne assicurasse al contempo l'esistenza. Da lì a pochi decenni, vi è stata quindi la dismissione da parte della socialdemocrazia del proprio ruolo caritatevole/assistenziale, per assumere quello delle controriforme liberiste che governi di destra avrebbero avuto qualche difficoltà ad effettuare con la stessa disinvoltura. La recente crisi sta dimostrando come la socialdemocrazia liberale non è in grado di fornire risposte percepite come credibili ed efficienti da parte delle popolazioni, né di segnare significative differenze rispetto ai governi di centrodestra.


Il problema è (anche) culturale

Si è detto sopra dei rifinanziamenti alle missioni militari neocoloniali ipocritamente definite "di pace" votate compattamente dalle sinistre radicali e non nel corso dei due anni di governo Prodi. Tale evento, che abbastanza direttamente rimanda alle menti il voto favorevole dei socialdemocratici tedeschi ai crediti di guerra allo scoppio della prima guerra mondiale, o alla politica imperialista "di ingerenza" compiuta più volte dall'Unione Sovietica nel corso di tutta la propria esistenza (Finlandia, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Afghanistan) trae la propria ragion d'essere non solo nel XX secolo, ma già nel secolo precedente, alle origini del movimento operaio, e testimonia anche un serio problema culturale: la sostanziale internità della sinistra ad un sistema e ad un paradigma culturali: quelli occidentali. E' questo il "peccato originale" della sinistra pressoché fin dalle sue origini: quello di aver avallato e condiviso l'ottica produttivista/sviluppista del Capitale, sebbene intendesse declinarla in modo diverso. In tal senso, si è storicamente rivelata pienamente interna ed incastonata alla cultura occidentale, anziché qualcosa di radicalmente "altro". Così si spiega, ad esempio, che già nell'800 il colonialismo venisse in fondo visto come qualcosa di positivo (se non direttamente sostenuto), in quanto portava l'industrializzazione in nuovi paesi e permetteva una più rapida espansione dei mercati, al cui punto culminante vi sarebbero dovute essere la saturazione dei mercati a livello mondiale per crisi di sovrapproduzione e la rivolta mondiale della classe operaia divenuta internazionale, ricomprendete in sé anche il proletariato di nuova formazione finalmente sorto nelle colonie europee. Questa era la visione deterministicamente necessaria sostenuta dal marxismo (più che da Marx, dalla sua prima degenerazione, Kautsky)... i fatti non sono andati proprio così.
I fatti più recenti confermano la stessa dinamica della sinistra, essendone il naturale epilogo: essendo interna alla civiltà occidentale che l'ha prodotta, ha infine perso i caratteri distintivi in passato pur esistenti rispetto alla formazione socio-economica capitalista, e a testimonianza della fase di decadenza dello stesso, è degenerata ed è stata completamente standardizzata al Capitale: ecco così partiti "comunisti" al governo, da soli o in compagnia, dismettere perfino i caratteri del Capitalismo di Stato, e si gettano anima e corpo in politiche di lacrime e sangue per i lavoratori e di accrescimento dei profitti per industriali e banchieri; ecco gli stessi sostenere missioni di guerra a fianco dell'Occidente, alleandosi indistintamente con altri "occidentali" (inteso chiaramente nell'accezione culturale, non etnica), conservatori, liberali o socialisti poco importa, condividendone la missione civilizzatrice occidentalista di fondo contro i "brutti e sporchi" afghani o arabi.
Al contrario di quanto fin'ora avvenuto la sinistra - o meglio, ciò che ne prenderà il posto - dovrebbe porsi radicalmente al di fuori dello stesso occidentalismo odierno, rigettandone sia l'imperialismo derivante da una pretesa missione civilizzatrice, sia il produttivismo che si sta sempre più dimostrando incompatibile con la sopravvivenza della specie umana sulla Terra, adottando quindi al contrario l'ottica della decrescita.


Per la terza sinistra: un terzo campo socialista

In alternativa tanto alla socialdemocrazia liberale quanto al terzinternazionalismo di sovietica memoria, Controcorrente Socialista intende costituire un terzo campo socialista. Vuole incarnare un moderno socialismo democratico che si richiami alle migliori tradizioni del socialismo classico esistente dai tempi della Prima Internazionale, rivisitate, corrette e ampliate dalle istanze del pensiero libertario, della controcultura, della "nuova sinistra" e dell'ecosocialismo, sia come pionieristicamente intuito da William Morris all'inizio del XIX secolo, sia nelle forme in cui viene oggi riscoperto nei diversi continenti, fino ad altre forme di socialismo "eretico" e controcorrente.
Trae liberamente spunto da numerose istanze già incarnate da diverse formazioni politiche del passato e del presente: dal Movimento d'Unità Proletaria (1949-1951) animato da Bruno Rizzi e Mario Mariani, all'Unione Socialista Indipendente (1953-1957); dal Partito Socialista Unificato francese (1960-1989) al Partito Socialista Pacifista olandese (1957-1991); dalla sinistra verde nordica ai due storici partiti socialisti d'America.
Controcorrente Socialista assume come principale chiave di lettura della realtà e delle dinamiche sociali la centralità del conflitto Lavoro-Capitale. Individua quindi una chiave di lettura secondaria più ampia, che il conflitto Lavoro-Capitale non esaurisce, ma ne è tuttavia al contempo nel suo stesso nucleo centrale; in questa chiave di lettura secondaria è possibile collegare i meccanismi e le dinamiche di sfruttamento, dominio, domesticazione/standardizzazione, alienazione spirituale (oltre che materiale, già contenuta nel "nucleo centrale" della contraddizione Lavoro-Capitale).
Controcorrente Socialista sostiene le lotte immediate di tutti gli oppressi impegnati per il miglioramento della propria vita e per la trasformazione dell'esistente. E' con i lavoratori per l'aumento dei salari e per il miglioramento delle condizioni di lavoro; con gli studenti per un rinnovato sistema dell'istruzione più democratico, partecipato e rispondente alle esigenze da essi individuate; al fianco dei popoli oppressi impegnati nella ribellione contro le potenze occupanti, fino alla cacciata o all'eliminazione delle truppe militari e dei colonizzatori civili culturalmente complici con le logiche di supremazia e di dominio; con le minoranze etniche e culturali per l'affermazione dei loro diritti, tra cui quello alla diversità culturale; con gli immigrati affinché si autorganizzino contro chi sta rendendo impossibile la loro già difficile vita; con i disoccupati per la garanzia a tutti di dignitosi livelli minimi di vita; più in generale con tutti coloro che avvertono forme d'oppressione a causa di una propria diversità rispetto a ciò che il Sistema considera "la normalità", con tutti coloro che vivono forme di solitudine e di disagio sociale.
Sostiene ed auspica fin da ora la più ampia sperimentazione di forme di autogestione sociale, sia a livello economico, sia in tutti gli altri aspetti della vita delle persone; si impegna altresì a sostenere e promuovere le più ampie forme di democrazia diretta locale, attraverso forme di municipalismo e comunalismo libertari, utili anche quale strategia di una più ampia battaglia per la difesa e la ripubblicizzazione dei "beni comuni" in mano alle comunità, contro ogni logica di profitto dei privati.
Si batte per una difesa immediata della biosfera e della biodiversità, contro le devastazioni ambientali, compiute in nome degli interessi del Capitale, contro l'agro-business con tutto il suo distruttivo impatto, al fine di conservare la Natura - alla quale l'essere umano appartiene - sia per le generazioni future e per la sopravvivenza dell'Umanità stessa, sia per il suo valore intrinseco.
Controcorrente Socialista riconosce la strenua importanza delle battaglie per la difesa e l'estensione delle libertà civili (diritti dell'informazione, reale garantismo giudiziario non per i soliti potenti, ma per gli oppressi), sempre più messe seriamente in discussione dall'acutizzarsi dei caratteri autoritari e repressivi dello Stato, che con la militarizzazione della società e uno "stato d'eccezione permanente", e con la retorica della "sicurezza" sta portandoci sempre più verso una distopia orwelliana, cui scopo è il controllo generalizzato ed il dominio totale - sui corpi e sulle menti - delle persone.
Si oppone radicalmente alle logiche del divide et impera e dell' "unità nazionale", entrambe volte a ostacolare la coscientizzazione da parte degli oppressi della natura reale della propria condizione oggettiva, e l'individuazione dei propri antagonisti reali. Respinge la "società dello spettacolo" con tutto il suo portato mondanizzante, similmente volta alla distrazione e all'offuscamento delle coscienze.
Individua negli industriali, nei banchieri, nei finanzieri internazionali e nelle multinazionali le principali componenti della classe espressione del dominio del Capitale, coloro che detengono in modo escludente la quasi totalità dei mezzi di produzione e di scambio, vivendo dell'alienazione dei frutti del lavoro di quanti al contrario possono solo prestare la propria manodopera. Denuncia il perverso meccanismo del signoraggio bancario, della creazione di denaro dal nulla (per nulla corrispondente alla totalità di beni e servizi realmente esistenti, e quindi al suo valore nominale), che attraverso il debito artificiosamente generato, è un ulteriore strumento ideologico per giustificare il drenaggio di risorse dai dominati ai dominanti, nonché per generare "scarsità", e meglio indurre alla soggezione.
Si pone in netto antagonismo al Vaticano, soggetto espressione di una minoranza che con i suoi tentacoli, quelli della finanza cattolica, arriva a condizionare la vita di tutte le persone; denuncia come l'Unione delle Comunità Ebraiche non sia la reale espressione comunitaria di una minoranza culturale, ma un vero e proprio gruppo lobbystico reazionario dedito alla propaganda del Sionismo e al rafforzamento degli enormi interessi economici che sono dietro di esso. Si oppone alle massonerie ( - tutte - non ci sono "massonerie deviate" poiché non ci sono "massonerie buone") e agli altri "poteri occulti" che tramano per un nuovo ordine mondiale nel quale il dominio del Capitale ne esca qualitativamente rafforzato, sempre più totalitario e pervasivo nella vita delle persone.
Contrasta l'attuale Unione Europea, che è l'Europa dei ceti dominanti (banche, industriali, finanza internazionale) raccolti al gran completo, in un'union sacrée, un nascente polo imperialistico al loro servizio; auspica lo scioglimento della UE, pur sostenendo - in un quadro di democrazia socialista - la nascita di una libera confederazione dei popoli europei. Su un piano immediato e graduale non è però affatto indifferente alle battaglie per una maggiore democratizzazione e trasparenza delle istituzioni europee, oggi tanto influenti quanto nascoste. Intende promuovere convintamente anche il dialogo, il confronto e l'aggregazione trans-europea con altre formazioni politiche con identità e programmi simili esistenti in altri paesi del Continente.
E' poi per una radicale messa in discussione dei diritti di proprietà, sia sul piano artistico-culturale, sia su quello economico; auspica la più ampia diffusione delle conoscenze, contro le logiche escludenti volte alla mercificazione della cultura ed alla riproduzione delle differenze sociali anche sul piano cognitivo.
Controcorrente Socialista ha quale proprio obiettivo storico la realizzazione di una democrazia socialista autogestionaria. Questa comporta la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio nelle mani dei lavoratori e delle comunità, una produzione pianificata democraticamente, rispondente ai reali bisogni degli esseri umani e orientata al consumo anziché al profitto, l'autogestione sociale e politica, cioè anche di tutti gli altri aspetti della vita delle persone e delle comunità non riconducibili al piano economico, allo scopo di garantire la più ampia possibilità di realizzazione delle aspirazioni individuali e collettive; consiste in nuove istituzioni di autogoverno della società radicalmente diverse da quelle che sostanziano l'odierna organizzazione statuale della cosa pubblica, che partendo dal livello locale, ove si realizzano le forme del municipalismo e del comunalismo libertari, si integrino dal basso in una struttura federale verso cerchi concentrici più ampi; vi è poi la riconciliazione tra Natura e Cultura, entrambe liberate dal dominio del Capitale, e si realizza per gli esseri umani il pieno godimento della partecipazione al cosmo.
Il fine del radicale cambiamento auspicato non è meramente quello di una razionalizzazione della produzione al fine di una maggiore rispondenza alle esigenze materiali esistenti, ma è quello di una più ampia liberazione ontologica dell'Umanità, oggi alienata e sofferente sia materialmente, sia spiritualmente. Il nuovo mondo, la società finalmente liberata, non è da ricercare nel "futuro", come lo intendono tanti ottimisti progressisti-sviluppisti, vale a dire quale frutto di deterministicamente necessarie fasi storiche che ineludibilmente debbano susseguirsi (per cui addirittura il colonialismo o le guerre imperialiste furono e sono sostenute da "tanta sinistra", con l'aspettativa di far esplodere le contraddizioni, "civilizzare" popoli presuntamente incivili rispetto all'orrendamente civile occidente, arrivare prima all'esautorazione dei mercati, e quindi via via al Socialismo).
Serve al contrario pensare il mondo nuovo, la società liberata, come né nel futuro, né nel presente, né nel passato... non è in nessun luogo... è u-topos... per questo è utopica; non è nemmeno in questa storia, ma è altrove. Al contempo, proprio perché trascende questa storia, non situandosi in uno dei suoi tempi convenzionali, non ne rispetta i principî cronologici; il nuovo mondo e la nuova vita hanno contemporaneamente elementi del (nostro) passato, presente e futuro: i più antichi miti, tradizioni e culture dei popoli si fondono con le più futuristiche utopie; la riscoperta del locale, della comunità, e dei piccoli spazi si fondono con la coscienza di appartenere allo stesso mondo ed alla stessa Umanità; il riconoscimento della centralità della contraddizione materiale Lavoro-Capitale non esclude - ma ne è al centro - quella più ampia contraddizione e scontro ontologico tra Umanità e Capitale e tra Natura e Capitale. Molte dicotomie pensate come tali si sgretolano e si sciolgono, giungono a sintesi e auto-superamento, dimostrando che la chiave di lettura attraverso cui molti problemi erano concettualizzati era in realtà "fuori fuoco".


Ruolo dell'organizzazione politica e sindacale

La società è caratterizzata, in qualsiasi contesto storico e geografico, da diverse pulsioni e progetti che auspicano una trasformazione radicale dell'esistente, convergendo su alcuni punti e discostandosene su altri. Si può sempre osservare, sia nei fenomeni sociali quotidiani, sia nei processi di trasformazione, come un'eterogeneità di posizioni, sia relativamente alla tattica da utilizzare, sia rispetto agli obiettivi da perseguire, emerga all'interno delle diverse strutture di coordinamento, siano esse consigli di lavoratori, assemblee o forum popolari.
Pressoché mai si osserva, anche nel corso di un processo trasformativo ad ampio raggio, un aggregarsi "spontaneo e naturale" delle masse intorno ad una singola organizzazione incontrovertibilmente ed unanimemente riconosciuta quale il "vero ed unico" soggetto della trasformazione cui fare naturalmente riferimento.
E' perciò velleitaria la pretesa di essere "avanguardia", di "dirigere" dall'esterno e dall'alto verso il basso le masse. Principale compito di un'organizzazione politica che comprenda questi semplici assunti, è perciò piuttosto quello di propagandare in ogni momento, processo sociale, fase storica, di radicale trasformazione o meno, la propria visione generale del mondo, le proprie proposte concrete, le proprie linee tattiche e strategiche da perseguire. Deve altresì essere fluida nella società, interagendo nelle strutture di coordinamento (consigli, assemblee, forum, reti) al fine di svolgere attività propositiva e di propaganda, e convincere - attraverso un processo di confronto dialettico, non di rivelazione/enunciazione da uno scranno delle verità ultime, immutabili, assolute e incontrovertibili - della giustezza delle prospettive avanzate dall'organizzazione, più ampie possibili cerchie della popolazione. L'organizzazione politica non fa la rivoluzione "per conto di", non la dirige "nell'interesse di", non la governa per ottenere "il bene di", ma si pone all'interno del processo di crescita e di emancipazione dei dominati, cercando di fare in modo che essi si convincano che le idee che essa va di volta in volta proponendo siano quelle adatte al raggiungimento degli scopi; sviluppa analisi, proposte, riflessioni, fungendo da "enzima" del processo trasformativo, da memoria storica di vittorie e sconfitte e da fulcro per un loro riesame critico e proficuo.
Trovandosi ad interagire con altri soggetti socio-politici, l'organizzazione dovrebbe evitare, entro certi limiti di ragionevolezza, eccessi di settarismo, ricercando sia a livello tattico, sia a livello strategico, il confronto, il coordinamento, l'unità d'azione e l'alleanza con altre organizzazioni non troppo dissimili (anziché evidenziare ed amplificare le differenze esistenti, seppur di entità minima).
Una serie di ulteriori soggetti con i quali l'organizzazione politica viene a confrontarsi e ad interagire, sono i sindacati. I principî generali per regolare i rapporti tra (una) organizzazione politica e (un) sindacato sono da ricercare anch'essi nel generale contesto di ricerca del confronto, coordinamento, unità d'azione ed alleanza che si è poc'anzi auspicato per le relazioni tra diverse organizzazioni politiche non troppo dissimili. Ciò in considerazione del fatto che "lotta politica" e "lotta economica", in teoria facilmente separabili, nei fatti inevitabilmente finiscono per sovrapporsi o intersecarsi senza possibilità di tracciare artificiosi confini: da qui l'esigenza di coordinare l'organizzazione politica, oltre che con altre organizzazioni anch'esse politiche, anche con quelle sindacali.
L'assunto generale della ricerca della più ampia unità possibile dei lavoratori in campo sindacale, non può essere applicato ad ogni situazione reale, ma va valutato di volta in volta; esso rischia di rivelarsi improduttivo, dispendioso di forze, e perfino dannoso e controproducente, allorquando uno dei due soggetti persegue scopi neanche "riformisti", bensì direttamente corporativi, controrivoluzionari e di attenuazione/smorzamento del conflitto sociale, funzionali o asserviti in ultima istanza agli interessi padronali. Tali caratteristiche incarnano soggetti, almeno nel loro complesso e con significative eccezioni, quali l'AFL-CIO negli Stati Uniti o i "confederali" in Italia, volte al contenimento e alla ricomposizione del conflitto sociale, che hanno inoltre leadership non democratiche solide e consolidate, che attraverso una gestione dell'esistente, pratiche concertative, clientelari e corporative, mirano alla mera conservazione delle proprie posizioni di privilegio.
La ricerca del confronto e del coordinamento è verosimilmente da ricercarsi con esperienze che al contrario basano la propria azione su elementi radicalmente diversi: dalla Workers' International Industrial Union (WIIU) agli altri sindacati alternativi (IWW, AIT, Coordinazione Rossa e Nera, FESAL), fino ai diversi "comitati di base" (cobas) nel contesto italiano.
Le lotte economiche per miglioramenti immediati, così come del resto le altre vertenze politiche, vanno condotte non chiedendo "miglioramenti minimi" ma domandando "il massimo, tutto e subito", ed anche "l'impossibile". Questo non perché si possa realisticamente pensare davvero di ottenere da una singola lotta "il massimo, tutto e subito", bensì perché la storia insegna che più si incalza la controparte, più è possibile strappare ad essa qualcosa di quello che si chiede, secondo l'assunto per il quale se si chiede qualcosa, non si otterrà niente; se si chiede tutto, forse si otterrà almeno qualcosa.


Tecnologia ed Ecologia

Si fa strada, lungi da vecchie interpretazioni deterministiche, la possibilità di sviluppare forme di Socialismo senza il necessario passaggio per determinate fasi storiche che necessariamente lo precederebbero, e quindi senza il necessario preventivo massimo dispiegarsi delle forze di produzione interne al sistema capitalistico.
Una nuova società socialista democratica deve avere la volontà e l'onere, anche a scapito delle necessità produttive di breve periodo, oltre a ripensare i rapporti umani all'interno della produzione (indotti produttivi autogestiti anziché regolati dal rapporto gerarchico di sfruttamento dell'uomo sull'uomo) o le necessità della produzione (basate sui bisogni reali delle persone e delle comunità umane, anziché sugli interessi del mercato e sull'accumulazione di profitti), anche di mettere in discussione quelle forme di sviluppo e di produzione industriali ecologicamente incompatibili che mettano a rischio gli equilibri ecologici, se non la stessa continuazione della vita umana, animale e vegetale.
Non si tratta qui chiaramente di assumere approcci primitivisti e di ritornare nelle caverne, distruggendo perfino qualsiasi aspetto di intermediazione simbolica frutto della civilizzazione. Si tratta invece di sostituire tecnologie inquinanti ed ecologicamente incompatibili con altre, nuove o vecchie, che garantiscano un equilibrio ecologico nel lungo periodo, anche a scapito, entro ragionevoli parametri, di livelli di produzione quantitativa di beni e servizi nel breve ed immediato periodo. Non sempre, in definitiva, livelli d'abbondanza di beni e servizi si conciliano con la salvaguardia dell'ecosistema; non sempre, in nome di un'abbondanza (o di un eccesso) di beni e servizi, si può derogare alle esigenze della vita naturale non umana ed agli interessi delle generazioni future, vale a dire dell'Umanità dopo di noi. Il Socialismo, sia quale movimento presente, sia quale futuribile organizzazione della società umana, deve pertanto - lottando fin da subito - auspicare una sorta di riconciliazione tra l'Uomo e la Natura.


Alcuni spunti per un'analisi di fase (mondo)

I processi di globalizzazione hanno portato e portano ad un intensificarsi sempre maggiore delle relazioni economiche tra le diverse aree del mondo, fino alla sempre più coerente e e strutturata creazione di un mercato capitalistico globale. Già nel corso della guerra fredda i due blocchi a "democrazia liberale" ed a "socialismo reale" non costituivano due sistemi economici chiusi su se stessi ed incomunicanti tra loro, ma in ultima istanza sostanziavano un unico grande mercato capitalista globale. All'interno di questo i due blocchi componenti si distinguevano per le modalità di gestione dei capitali, le quali nel blocco sovietico si accentravano tendenzialmente di più nello Stato piuttosto che nei privati, come invece sempre tendenzialmente avveniva nel campo occidentale. Capitalismo “dei privati” e Burocrazia con forti elementi di Capitalismo di Stato non sono ravvisabili come due sistemi economici di produzione totalmente distinti (se non altro anche per il fatto di essere comunicanti tra loro), bensì come due sottosistemi o tendenze dello stesso sistema di produzione. Le stesse poi, non sono ravvisabili come fossero state le due componenti binarie del sistema capitalistico, quanto piuttosto come una variegata gamma di sfumature ognuna delle quali la risultante di una miscela diversa di differenti quantità dei due elementi pienamente interscambiabili della gestione privata e della gestione statalizzata. Il fatto che uno Stato fosse essenzialmente a Capitalismo “dei privati” non impediva che alcuni suoi settori economici potessero essere a gestione statalizzata, mentre corrispettivamente nulla vietava ad uno Stato la cui natura fosse essenzialmente stata quella capitalista di Stato di gestire alcuni settori attraverso i privati, nel caso anche stranieri. Le fabbriche della Fiat impiantate in Polonia ed in Unione Sovi