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La vera questione essenziale, la
differenza che separa gli autoritari dai libertari del comunismo
è quella dell'indirizzo da dare alla rivoluzione, statale
secondo gli uni, anarchico secondo gli altri.
É bensì vero che tra il regime
capitalistico ed il regime socialista intercorrà un certo
periodo di lottate, durante cui il proletariato dovrà lavorare a
sradicare i resti della società borghese, e che a questa lotta
gli operai rivoluzionari dovranno partecipare in prima linea
servendosi della forza dell'organizzazione. Del resto
rivoluzionari e proletariato in genere avran bisogno
dell'organizzazione non solo per le necessità della lotta ma
anche per quelle della produzione e della vita sociale, che non
può arrestarsi.
Ma se la lotta e l'organizzazione
hanno lo scopo di liberare il proletariato dallo sfruttamento e
dal dominio statale, non se ne può affidare la guida, la
formazione e la direzione precisamente ad un nuovo Stato, che
avrebbe interesse a imprimere alla rivoluzione un indirizzo del
tutto contrario.
L'errore dei comunisti autoritari,
a tal proposito, è di credere che non sia possibile lottare ed
organizzarsi, senza sottomettersi ad un governo; e perciò essi
vedono negli anarchici, ostili ad ogni forma di governo anche
transitoria, i nemici di ogni organizzazione e di ogni lotta
coordinata. Noi sosteniamo, al contrario, non soltanto che
l’organizzazione e la lotta rivoluzionaria sono possibili fuori
e contro ogni ingerenza governativa, ma che anzi esse sono le
vere ed uniche forme efficaci d’organizzazione e di lotta,
perché vi partecipano attivamente tutti i membri della
collettività invece d'affidarsene passivamente all'autorità dei
capi supremi.
Ogni organismo governativo è un
ostacolo alla reale organizzazione delle grandi masse, delle
maggioranze. Quando esiste un governo, di veramente organizzata
non v'è che la minoranza che lo compone; e se le masse
nonostante si organizzano, ciò avviene contro di lui, fuori di
lui, per lo meno indipendentemente da lui.Fossilizzandosi in un
governo, la rivoluzione si disorganizzerebbe conte tale, poiché
affiderebbe ad esso il monopolio dell'organizzazione e dei mezzi
di lotta.
La conseguenza sarebbe che il nuovo
governo, insediatosi sulla rivoluzione, getterebbe - durante il
periodo più o meno lungo del suo potere " provvisorio " - le
basi burocratiche, militari ed economiche d'una nuova
organizzazione statale duratura, intorno a cui si creerebbe
naturalmente una fitta rete d'interessi e di privilegi; ed in
breve volgere di tempo s'avrebbe, non l'abolizione dello Stato,
bensì uno Stato più forte e vitale dell’antico, il quale
tornerebbe ad avere la funzione sua propria, che Marx gli
riconosceva, di " mantenere la grande maggioranza produttrice
sotto il giogo d'una minoranza sfruttatrice poco numerosa ".
Ciò dimostra le storia di tutte le
rivoluzioni, dalle più antiche alle più recenti; e ciò viene
confermato, si può dire sotto i nostri occhi, dallo svolgessi
giorno per giorno della rivoluzione russa.
Sulla " provvisorietà " del governo
dittatoriale non è il caso di soffermarci troppo. Provvisoria
probabilmente sarà la forma più aspra e violenta di
autoritarismo; ma appunto in questo periodo violento di
compressione e di coazione si getteranno le basi del governo o
Stato duraturo del domani.
Inoltre, anche su questa "
provvisorietà " della dittatura gli stessi comunisti danno assai
poco affidamento. Il Radek ed il Bordiga ci parlavano tempo fa
della durata d'una generazione, il che non era poco! Adesso nel
suo opuscolo il Bucharin ci avverte che la dittatura dovrà
durare finché gli operai non abbiano riportata completa
vittoria, e che questa vittoria è possibile " solo quando il
proletariato abbia liberato tutto il mondo dalla marmaglia
capitalistica ed abbia soffocato dappertutto e completamente la
borghesia "
Se questo fosse vero,
significherebbe togliere al proletariato russo prima, e a quello
d'ogni altra nazione poi, ogni speranza di liberazione, e
rimandare questa alle calende greche, perché si comprende bene
che, per quanto estesa e radicale possa essere una rivoluzione,
prima ch'essa sia riuscita a vincere completamente e in tutto il
mondo, non una ma molte generazioni dovran passare.
Per fortuna questo pessimismo
antirivoluzionario è del tutto erroneo- un errore, del resto, di
pura marca riformista, con cui nel 1919-1920 anche in Italia si
cercava ostacolare ogni conato rivoluzionario, " destinato a
fallire se la rivoluzione non avveniva in tutte le altre nazioni
". In realtà la rivoluzione è possibile anche in zone
relativamente limitate. La limitazione nello spazio porta bensì
una limitazione alla sua intensità, ma la classe operaia vi avrà
sempre acquistato un grado d'emancipazione e di libertà degno
dello sforzo
Nell'ABC del Comunismo di Bucharin
e Preobrascewsky si va più in là: Dovranno passare due o tre
generazioni educate sotto le nuove condizioni, prima che possano
eliminarsi le leggi, le punizioni, la repressione per opera
dello Stelo proletario i.
da lei fatto, se non avrà commesso
l'errore di castrarsi da sé - vale a dire d'affidarsi nelle mani
d'un governo, invece di contare soltanto su se stessa, sulle
proprie forze, sulla propria organizzazione autonoma.
Il governo, e ancor più la
dittatura, danneggia la rivoluzione non perché è violenta, ma
perché la sua violenza è autoritaria, oppressiva, aggressiva,
militarizzata, e non più liberatrice, e non soltanto volta a
combattere una violenza opposta.
La violenza è rivoluzionaria,
quando è adoperata a liberarsi dall'oppressione violenta di chi
ci sfrutta e ci domina; appena essa si organizza a sua volta,
sulle rovine del vecchio potere, in violenza di governo, in
violenza dittatoriale, diventa controrivoluzionaria.
" Ma, ci si dice, occorre vedere
contro chi la violenza governativa è adoperata ". Essa comincia,
certamente, con l'essere adoperata contro il vecchio potere,
contro i rimasugli di questo che tentano la riscossa; contro i
potenti stranieri che assaltano il territorio, sia per
soffocarvi la rivoluzione, sia per profittare del momentaneo
disordine per soddisfare le proprie mire imperialiste. Ma, man
mano che il nuovo potere si consolida, gli antichi nemici
passano in seconda linea; anzi quello diventa indulgente con
questi, cerca contatti e rapporti con le potenze straniere,
chiama i generali e gli industriali dell'antico regime a
collaborare con sé; ed il pugno di ferro della dittatura si
rivolta sempre di più e sempre più forte contro il proletariato
stesso nel nome del quale fu costituito e viene esercitato!
Anche questo vien dimostrato coi
fatti dall’attuale regime russo in cui la " dittatura proletaria
"si manifesta in realtà (né potrebbe essere diversamente) come
la dittatura poliziesca e militare, politica ed economica, dei
pochi capi di un partito politico su tutta la grande massa
proletaria delle città e dei campi.
La violenza di Stato finisce sempre
con l'essere adoperata contro i sudditi, la gran maggioranza dei
quali è sempre composta di proletari.
" Ma, ci si obietta, le distinzioni
di classe non si cancellano dal mondo con un tratto di penna; la
borghesia non scompare, come classe, dopo aver perduto il potere
politico, ed il proletariato è sempre proletariato, anche dopo
la sua vittoria, dopo assunto alla posizione di classe dominante
"
Il proletariato è sempre
proletariato?! O che se n e fatto allora della rivoluzione? Ma è
proprio qui il massimo dell'errore bolscevico, del nuovo
giacobinismo rivoluzionario: nel concepire la rivoluzione,
all'inizio, come semplice fatto politico, nel solo scacciare dal
potere governativo i borghesi, per iusediarvi i capi del partito
comunista, mentre il proletariato resta proletariato, vale a
dire nullatenente e costretto a continuare a vendere per
Ripeto che le obiezioni comuniste
all'anarchismo, che riporto virgolate o in corsivo, sono sempre
autentiche di N. Bucharin-
salario, a ore o a giornata, le sue
braccia per vivere! Se questo avviene, è il fallimento
anticipato della rivoluzione!
Certo, le divisioni di classe non
si cancellano con tratti di penna, né con i tratti di penna dei
teorici, né con quelli degli scombicchieratori di leggi e
decreti.
Le divisioni di classe si
cancellano soltanto coi fatti, vale a dire con la espropriazione
diretta (non governativa) da parte dei proletari della classe
privilegiata. E questo è possibile subito, fin dall’inizio,
appena l'antico potere è stato rovesciato; ed è possibile,
finché un potere nuovo non s e ancora costituito. Se il
proletariato tanto aspetta a procedere all'espropriazione, che
un nuovo governo sorga e divenga forte, rischia di non riuscirci
più e di restare ancora proletariato, vale a dire sfruttato ed
oppresso. E più aspetta a praticare l’espropriazione, meno
questa gli sarà facile; e se poi si fida del governo, perché sia
questo a espropriare la borghesia, rimarrà becco e bastonato! LI
nuovo governo potrà anche espropriare in tutto o in parte
l'antica classe dominante, ma solo con la conseguenza di
costituire una classe dominante nuova, a cui la generalità del
proletariato rimarrà assoggettata.
Ciò avverrà, tanto se coloro che
costituiscono il governo e la minoranza burocratica, militare e
poliziesca che lo sostiene finiscono col diventare i proprietari
reali della ricchezza, tanto se la proprietà di tutti viene
attribuita esclusivamente allo Stato. Nel primo caso il
fallimento della rivoluzione sarebbe evidente. Nel secondo caso,
malgrado le illusioni che molti si fanno, le condizioni del
proletariato resterebbero sempre quelle di una classe soggetta.
Il capitalismo non cesserebbe
d'essere tale se da privato divenisse " capitalismo di Stato "-
Lo Stato in tal caso non avrebbe compiuta una espropriazione,
bensì una appropriazione. A molti padroni sarebbe succeduto un
padrone unico, il governo, il quale sarebbe anche più
prepotente, appunto perché, oltre all'essere sterminatamente
ricco, avrebbe dalla sua la forza armata con cui piegare al suo
volere i proletari. E questi nelle fabbriche e nei campi
sarebbero sempre dei salariati, vale a dire degli sfruttati e
degli oppressi. Viceversa lo Stato, che non è cosa astratta ma
organismo fatto di uomini, sarebbe l'insieme organizzato dei
dominatori e padroni di domani, - cui non mancherà modo di
cercare una sanzione pel loro dominio in una nuova legalità più
o meno a base elettorale o parlamentare.
Ma l'espropriazione, si insiste,
bisogna che sia fatta con un certo metodo, organizzata a pro' di
tutti; bisogna sapere i mezzi di produzione disponili, le case
ed i terreni, ecc. L'espropriazione cioè non può essere fatta da
singole persone o da gruppi privati, che la volgerebbero a
proprio profitto egoistico, costituendo nuovi proprietari
privilegiati. Ci vuole dunque un potere proletario che se ne
occupi.
Tutto sarebbe giusto, senza la coda
in cui.. c e il veleno! Ma è ben curiosa questa gente, che
vorrebbe arrivare.., in teoria all'abolizione dello Stato, ed in
pratica non sa concepire la minima funzione della vita che non
abbia carattere statale!
Neppure gli anarchici concepiscono
l’espropriazione come una specie di " chi piglia, piglia ",
lasciato all'arbitrio personale e senza alcun ordine ~. Pur
essendo prevedibile all'inizio del disordine, inevitabile, ed
altresì che nei centri più arretrati e in certe piaghe di
campagne l'espropriazione possa in principio assumere carattere
individuale, non è affatto nell'intenzione dei comunisti
anarchici d'adottare un simile criterio. Sarà, di fronte a
questi casi, interesse di tutti i rivoluzionari di non mettersi
troppo in urto con certi strati della popolazione, che più
facilmente potranno essere convinti in seguito con la propaganda
e con l'esempio della superiorità dell'organizzazione comunista
libertaria. Ciò che importa soprattutto è che nessuno,
all'indomani della rivoluzione, abbia il potere
o i mezzi economici di sfruttare il
lavoro altrui. Ma noi anarchici pensiamo che fin da ora bisogna
preparare le masse spiritualmente, con la propaganda Bucrani
critica anche l'idea antidiluviana della spartizione, sia pure
in pani uguali, della ricchezza. Non ha tono, naturalmente; ma
ficcare ciò in una critica generale dell'anarchismo è un vero
anacronismo. Ciò che dice Bucharin in proposito lo si ritrova in
Lutti gli opuscoletti e giornali di propaganda, che gli
anarchici pubblicavano qnarant'anni addietro. propaganda, e
materialmente, con l'organizzazione anarchica e proletaria, a
disimpegnare subito, durante la rivoluzione e dopo, tutte le
funzioni della lotta e della vita sociale e collettiva; ed una
delle prime sarà precisamente la funzione espropriatrice. Per
sottrarre il compito dell'espropriazione all’arbitrio
individuale o di gruppi privati, non c'è affatto bisogno di
gendarmi, non c'è affatto bisogno di cadere dalla padella nella
brace della tutela statale:
non c'è bisogno del governo.
Il proletariato ha già, località
per località, dovunque, ed in stretto rapporto le une con le
altre, una quantità di istituzioni proprie, libere, indipendenti
dallo Stato: leghe e sindacati, camere di lavoro e cooperative,
federazioni, unioni è confederazioni, ecc. Altri organismi
collettivi si formeranno, durante la rivoluzione, più in armonia
coi bisogni del momento; ed altri ancora, sia pur d’origine
borghese ma radicalmente modificati, potranno essere utilizzati,
di cui oggi non ci curiamo: consorzi, enti autonomi, ecc. La
Russia stessa ci ha dato, almeno nei primi momenti della
rivoluzione quando il popolo fruiva ancora della sua libertà
d'iniziativa - l'esempio della creazione di questi nuovi
istituti socialistici e libertari nei suoi sovieti e nei suoi
consigli di fabbrica.
Tutte queste forme d'organizzazione
libera del proletariato e della rivoluzione sono state sempre
accettate dagli anarchici, checché spropositino coloro che
descrivono gli anarchici come contrari agli organismi di masse e
li accusano di evitare per " ragioni di principio " di prender
pane ad azioni di masse organizzate. Tutto il contrario è la
verità. Gli anarchici non vedono alcuna incompatibilità tra
l'azione vasta e collettiva delle grandi masse e quella più
limitata dei loro liberi gruppi: anzi questa essi cercano
d'inquadrare in quella, per ispirarle più che possono il proprio
indi. rizzo rivoluzionario. Chè se più volte si trovano a
discutere e criticare le organizzazioni proletarie guidate dai
loro avversari, gli anarchici non combattono con ciò il fatto in
sè dell'organizzazione, ma esclusivamente il loro indirizzo
riformista, legalitario, autoritario e collaborazionista, ciò
che del resto fanno anche i comunisti autoritari dovunque non
sono essi i dirigenti dell'organizzazione proletaria.
Alcuni scrittori comunisti
dittatoriali, rimettendo a nuovo la vecchia fandonia
social-democratica che gli anarchici voglian solo distruggere e
non ricostruire, e che perciò siano avversi all’organizzazione
delle masse, ne deducono che l’interessamento degli anarchici
pei sovieti, in Russia, sia in contraddizione con le loro idee,
un semplice modo di sfruttarli ed anche di disorganizzarli.
Se ciò non è calunnia pura e
semplice, è però una prova dell'incapacità di codesti maniaci
d'autoritarismo di capire qualunque cosa che non sia la
prepotenza statale. Il regime soviettista, per gli autoritari
del comunismo, non consiste nel fatto che i sovieti liberi e
padroni di sè gestiscano direttamente la produzione, i servizi
pubblici, ecc… bensi esclusivamente nel governo che, dicendosi
soviet-tista, si è in realtà sovrapposto ai sovieti, ne ha
annullata ogni libertà d'azione, ogni spontaneità nella loro
formazione, riducendoli a meccanici e passivi ingranaggi,
ubbidienti al governo dittatoriale centrale. Il quale, quando vi
sia qualche soviet che mostra delle velleità d'indipendenza, lo
scioglie senz'altro e ne fabbrica artificialmente un altro di
suo gradimento.
Tutto ciò vien chiamato " dare base
più larga al potere delle organizzazioni proletarie "; e per
conseguenza gli anarchici russi che logicamente e giustamente si
son sempre opposti a questo vero strozzamento del primitivo
movimento soviettista liberamente sorto dalla Rivoluzione (che
cioè difendono i sovieti contro i dittatori come li han difesi
contro la reazione borghese) diventano -miracoli della
dialettica marxista - proprio essi i nemici dei sovieti.Data la
loro mentalità, i marxisti non san capire che il cosidetto "
potere soviettista " è l'annullamento dei sovieti proletari e
popolari, e che perciò gli avversari di quello possono essere -
nell'ambito proletario e rivoluzionario, s'intende i migliori
amici di questi.
Gli anarchici non hanno dunque
affatto quella avversione preconcetta, di principio, al " metodo
dell'azione di masse metodica ed organizzata " -che si
compiacciono di suppone per comodo polemico e per spirito
settario i nostri avversari, - ma soltanto oppongono allo
speciale metodo autoritario e dispotico dei comunisti di Stato,
il metodo libertario, più suscettibile appunto di interessare e
mettere in moto le grandi masse, poiché lascia a queste libertà
d'iniziativa e d'azione e le interessa all'azione coordinata fin
dal primo momento, dando loro per principale e diretto obiettivo
l'espropriazione.
Quest'indirizzo libertario potrà
anche non riuscire a sboccare direttamente nell'abolizione dello
Stato non perchè sia impossibile, ma per non essere sufficiente
il numero di coloro che la vogliono, per esser troppo numeroso
ancora il gregge umano che sente bisogno del pastore e del
bastone, - ma anche in tal caso avrà reso un grande servizio
alla rivoluzione, riuscendo a salvare in essa quanta maggiore
libertà è possibile, influendo a che l'eventuale governo sia il
meno forte, il meno accentrato, il meno dispotico che le
circostanze permettano: vale a dire spremendo dalla rivoluzione
il massimo di utilità per il proletariato, il massimo di
benessere e di libertà.
Verso l'abolizione del Capitalismo
si va espropriando i capitalisti a beneficio di tutti, e non
creando un capitalismo peggiore: il capitalismo di Stato.
Verso l'abolizione dello Stato si
va combattendolo finché esiste, scalzandolo sempre più,
togliendogli più ch'è possibile d'autorità e di prestigio,
indebolendolo e spogliandolo di quante funzioni
sociali il popolo lavoratore s e
reso capace di compiere da sè per mezzo delle sue organizzazioni
rivoluzionarie o di classe, - e non, come pretendono i comunisti
autoritari, costituendo sulle rovine dello Stato borghese un
altro Stato anche più forte, con maggiori funzioni e maggior
potere.
Prendendo quest'ultima via, sono
proprio i comunisti autoritari che ostacolano l'organizzazione e
l'azione delle grandi masse, che si mettono per la strada
diametralmente opposta a quella che conduce al comunismo ed
all'abolizione dello Stato. Essi sono nell'assurdo, come
nell'assurdo sarebbe chi, volendo incamminarsi da Roma verso
Milano, prendesse all'opposto la strada che conduce a Napoli.
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