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La battaglia di Adua (1896), il più clamoroso disastro militare
che una nazione occidentale abbia mai subito in una guerra
coloniale, e che costò all’Italia, in termini di perdite, più
delle guerre risorgimentali, ebbe un solo risvolto positivo: la
caduta del governo presieduto da Francesco Crispi.
Rimesso in sella dagli scandali finanziari, don Ciccio
dovette levare le tende, sull’onda dello choc dovuto alla
sconfitta abissina del generale Baratieri, nonché della
minaccia, ventilata da parte di Giovanni Giolitti fin dal
‘95, di produrre un dossier da cui sarebbe emerso un
coinvolgimento del politico siciliano proprio nello scandalo
della Banca Romana.
Non esitiamo a crederlo, data la sicura commistione d’interessi
tra il gruppo di potere crispino e i "signori dell’acciaio", che
all’istituto di credito erano strettamente legati.
Comunque sia, divenne capo del governo Antonio di Rudinì
, che, almeno all’inizio, parve intraprendere una politica meno
autoritaria e repressiva di quella del suo predecessore,
introducendo blande riforme sociali, come l’assicurazione
obbligatoria per gli infortuni sul lavoro, o amnistiando qualche
protagonista della rivolta dei Fasci Sicilani, che Crispi aveva
schiacciato brutalmente, tra il 1893 ed il 1894, anno in cui
venne anche messo fuori legge, fino al’96, il Partito Socialista
dei Lavoratori Italiani (poi PSI), come organizzazione
sovversiva.
Un aumento improvviso del costo del pane, dovuto ad un cattivo
raccolto di grano, nel 1897, fu la buccia di banana su cui
scivolò il primo ministro: di fronte ai disordini e ai saccheggi
del popolo, esasperato dalla fame, Rudinì proclamò lo stato
d’assedio a Napoli, Firenze e Milano.
Proprio a Milano, il plenipotenziario, generale Bava Beccaris,
il 7 maggio del ’98, fece sparare l’artiglieria sui dimostranti:
un’ottantina di morti restarono sul selciato e il re Umberto
I, pensò bene di decorare il suo fedele soldato con l’ordine
militare di Savoia; gesto questo che gli sarebbe costato caro.
Naturalmente, a questo atto di gratuita brutalità, molto Vej
Piemont, le forze riformiste (le chiameremo, d’ora in poi,
per comodità "le sinistre") insorsero contro Rudinì, accusato di
aver adottato misure contrarie ai principi basilari della
libertà.
Anche i conservatori operarono per fare dimettere il presidente
del consiglio, reo, secondo loro, di scarsa intraprendenza e
tempestività nella repressione: se fosse intervenuto subito
(questa era l’accusa) non si sarebbe giunti alle cannonate in
piazza.
Tutto pareva spianare la strada ad una gloriosa rentrée di
Giolitti, già primo ministro nel ’92 ed esponente di spicco di
un riformismo moderato che si riconosceva nel liberalismo
progressista, ma il re decise altrimenti ed assegnò l’incarico
ad un suo generale, Luigi Pelloux, che il parlamento non
avrebbe voluto neppure come addetto alle corvées.
Anche Pelloux, secondo ed ultimo esponente di quei governi che
la storia ricorda come "governi della sciabola", recitò
all’inizio il ruolo del pacificatore, smorzando le iniziative
poliziesche del De Rudinì, ma, poi, si diede da fare per
confermare l’adagio che recita: "xe pezo el tacon del buso",
proponendo una serie di illuminate riforme quali la restrizione
del diritto di sciopero, di riunione e di associazione, o
l’allargamento della censura sulla stampa.
Unico risultato dei tentativi di liberticidio legale del Pelloux
fu la nascita di una prassi parlamentare, ad opera della
sinistra, che sarebbe divenuta assai popolare in tempi più
prossimi a noi: l’ostruzionismo; nonché lo schieramento
all’opposizione di molti nomi di spicco del liberalismo, tra cui
Zanardelli e lo stesso Giolitti.
Le elezioni del giugno 1900 diedero a Pelloux una maggioranza
assai risicata e, date le abitudini trasformiste del nostro
parlamento, certo non tale da garantire buone possibilità di
governo, così egli decise di cedere il passo e la poltrona al
presidente del Senato, Giuseppe Saracco, moderatissimo
liberale.
Il governo di Saracco durò solo qualche mese ed è ricordato per
i suoi tentennamenti, oltrechè per aver assistito al regicidio
di Umberto I, assassinato a Monza, il 29 luglio del 1900,
dall’anarchico Bresci, venuto apposta dagli Stati Uniti a
vendicare i caduti di Milano e le decorazioni di Bava Beccaris.
Dopo la morte di un re che gli agiografi, non trovando niente di
meglio, felicitarono dell’aggettivo "buono", che vuol dire tutto
e niente, il suo successore Vittorio Emanuele III,
inaugurò il proprio regno affidando l’incarico di presiedere il
consiglio dei ministri all’insigne giurista liberale Giuseppe
Zanardelli, il padre del nuovo codice penale, che affidò il
dicastero degli Interni proprio a Giolitti, quasi ad indicarlo
come suo alter ego e (evidentemente) successore in pectore.
Dopo nemmeno tre anni (novembre 1903) dal suo insediamento,
Zanardelli si dimise per motivi di salute: nulla poteva ormai
impedire l’ascesa definitiva di Giovanni Giolitti; e, infatti,
il politico di Dronero subentrò al suo mentore.
Lo statista piemontese sarebbe rimasto al governo, quasi
ininterrottamente, fino alla vigilia della Grande Guerra, dando
all’Italia quell’impronta e quel carattere che prendono il nome
di Età Giolittiana.
L’ETA’GIOLITTIANA
L’Italia che Giolitti si trovò a governare non era certo un
paese prospero o tranquillo, nonostante le enormi potenzialità
che si erano già manifestate: alcune occasioni, come quella di
diventare il porto d’Europa verso il sud-est, dopo l’apertura
del canale di Suez (1869), erano già per buona parte sfumate;
l’emigrazione era una piaga enorme, l’analfabetismo interessava
ancora quasi il cinquanta per cento degli adulti, la rivolta
sociale minacciava di scoppiare ad ogni giro di vite: bisognava
costruire infrastrutture, trovare sbocchi lavorativi, pacificare
la società.
L’Italia, a differenza di quasi tutti i paesi europei, non
possedeva, salvo la modestissima Somalia, annessa nel 1905,
colonie da cui attingere materie prime a basso costo e verso cui
deviare le grandi masse, soprattutto contadine, di disoccupati o
sottoccupati; non aveva carbone e la sua agricoltura, salvo
alcune zone particolari del Paese, era ad uno stadio arretrato:
in seguito al trattato del Bardo, con cui la Francia, di fatto,
si annettè la Tunisia (1881) e ad un’aspra contesa economica coi
transalpini, il governo italiano, nel 1882, aveva aderito ad
un’alleanza difensiva con l’Austria Ungheria e con l’impero
germanico, di cui re Umberto I era grande ammiratore, ma questa
alleanza non riscuoteva grandi entusiasmi nella popolazione,
cresciuta nel culto della lotta risorgimentale contro il "nemico
ereditario" e risultava, in termini di politica estera, poco
fruttifera per il nostro Paese.
Inoltre, il nostro era uno stato giovane, scarsamente omogeneo
nella popolazione e politicamente poco evoluto; insomma,
Giolitti avrebbe dovuto mettere le mani in un bel gomitolo di
problemi.
Ma quello che sarebbe divenuto il "boja labbrone", aveva le idee
chiare, oltre che un fiuto rabdomantico per mantenere la
poltrona; si può ammirare o disprezzare Giolitti per una serie
di motivi, ma un fatto è certo: confronto ai presidenti del
consiglio dei nostri giorni, la sua fu una generazione di
giganti!
La prima cosa che Giolitti fece, fu di prendere atto
dell’esistenza di un cambiamento in corso nel Paese, dovuto alla
crescita industriale: da una parte erano mutati i presupposti
stessi dei rapporti di lavoro, dall’altra, masse sempre più
imponenti di lavoratori premevano per avere una maggiore
importanza come soggetto politico e per ottenere riforme
sociali, aderendo compattamente al Partito Socialista.
Il primo ministro comprese che queste forze politiche non
potevano essere, semplicemente, bollate di sovversivismo e,
quindi represse duramente: era necessario che entrassero,
debitamente emendate dei loro aspetti più eversivi, nel sistema
liberale giolittiano.
Era la quadratura del cerchio: da una parte la rinuncia
all’utilizzo della forza contro le manifestazioni dei
lavoratori, sancita dall’atteggiamento del governo in occasione
del primo sciopero generale italiano (1904), smorzò
l’esasperazione delle sinistre e, dall’altra, gli imprenditori
illuminati videro in questo paternalismo umanitario la valvola
di sfogo che li preservava da problemi maggiori.
Agli imprenditori meno illuminati non restava che assoldare i
loro freikorps privati, per reprimere, per così dire, in
proprio, le manifestazioni sindacali: si tratta di un precedente
interessante, che trovò larga imitazione al tempo dello
squadrismo fascista dell’immediato dopoguerra.
L’idea chiave di questa posizione di Giolitti verso il rapporto
tra datori di lavoro e dipendenti prende il nome di "neutralità
statale"; essa postulava il non intervento dello stato nella
contrattazione tra domanda ed offerta di lavoro, che dovevano
misurarsi solo sul piede di un libero mercato, unico fattore a
determinare i salari.
Psicologicamente, così, agli occhi del proletariato chi era
colpevole di eventuali nequizie salariali non poteva essere lo
Stato: Giolitti indicava ai lavoratori nuovi nemici; non era più
il tempo di Bava Beccaris!
Il Partito Socialista, nel frattempo, doveva risolvere una grave
crisi interna, che descriviamo un po’ sbrigativamente come il
contrasto tra i cosiddetti "rivoluzionari", che sostenevano la
via dal basso al riscatto sociale del proletariato, ed i
"riformisti", che credevano in una possibilità parlamentare di
cambiamento della società.
Questi ultimi erano l’interlocutore privilegiato di Giolitti, e,
in particolare, il loro leader Filippo Turati, cui
Giolitti propose a più riprese di fare parte del suo governo.
Per evitare di giungere a quella scissione che, inevitabilmente,
poi ci fu, Turati non accettò l’offerta del primo ministro, pur
condividendone l’impostazione politica: lui, Treves, Bonomi,
Bissolati e, in definitiva, coloro che erano l’incarnazione di
un socialismo democratico, si avviavano, inevitabilmente, ad una
sconfitta contro chi li voleva superare a sinistra, come
Serrati, Lazzari o il rampante dirigente rivoluzionario Benito
Mussolini, che sarebbe stato l’autore dell’OdG che li espelleva
dal partito, in occasione del congresso di Reggio Emilia, nel
1912, con il plauso di Lenin.
Se i Socialisti litigavano su tutto, neppure per Giolitti,
comunque, erano tutte rose e fiori, poiché egli doveva
perennemente barcamenarsi (attività in cui eccelleva) tra le
tensioni delle sinistre e le preoccupazioni dei moderati:
questo, senza dubbio, rappresentò un forte vincolo alla sua
attività riformista e causò il formarsi di un atteggiamento,a
noi, purtroppo, ben noto, per il quale, più dell’attuazione dei
programmi, contava il tenere unita una maggioranza che
appoggiasse il governo, pur indossando la giubba di Arlecchino:
dopo il no di Turati, Giolitti si spostò verso il moderatismo,
strizzando l’occhio ai radicali.
Nel panorama politico italiano, tuttavia, aleggiava l’ombra di
un convitato di pietra, che ufficialmente non era un soggetto
politico, ma che lo sarebbe ben presto divenuto e che
rappresentava una larga fetta di elettorato potenziale: il mondo
cattolico.
L’Italia risorgimentale fu, senza dubbio, dominata dal laicismo,
spesso dalla massoneria e, qualche volta, dal vero e proprio
anticlericalismo: da una parte c’erano i Savoia, che avevano
violato lo Stato della Chiesa e che avevano costretto il
pontefice a rinchiudersi nelle mura leonine, cui si
contrapponeva il "non expedit", il divieto per i cattolici di
partecipare alla vita politica italiana.
L’intransigenza pontificia verso i re d’Italia, però, vuoi per
le guarentigie, vuoi perché i tempi cambiano, andava
addolcendosi, e, già nel 1904, Papa Pio X aveva concesso, per
arginare i successi socialisti, ai cattolici di alcuni collegi
di votare per i liberali: si trattava di un passo modesto, ma,
in proiezione, di grande importanza.
Al posto delle organizzazioni di cattolici più intransigenti
iniziò ad affermarsi l’Azione Cattolica, di posizioni assai più
vicine al sociale (ed al politico), mentre don Luigi Sturzo
poneva le basi per la nascita del Partito Popolare, che sarebbe
divenuto il punto di riferimento dell’elettorato cattolico
italiano.
Il rientro ufficiale dell’elettorato cattolico in politica fu
sancito da un patto che impegnava i liberali, eletti in
parlamento coi voti dei cattolici, ad opporsi ad ogni iniziativa
legislativa contraria alla morale cattolica: dal nome del suo
ideatore, questo patto fu noto come "patto Gentiloni"e venne
applicato in occasione delle prime elezioni politiche a
suffragio universale maschile, nel 1913.
Nel frattempo, Giolitti cercava di dare la propria impronta al
Paese, mettendo, però, anche in luce quei limiti che la
situazione politica poneva alle sue riforme.
La politica estera vide un riavvicinamento progressivo alla
Francia, iniziato nel 1902 con gli accordi Prinetti-Delcassé,
che mise in posizione traballante la Triplice Alleanza e, se
vogliamo, pose le premesse del Patto di Londra del 1915, che
segnò lo schieramento dell’Italia accanto alle potenze
dell’Intesa.
Il progetto di risanamento del Mezzogiorno si limitò ad una
serie di leggi speciali (niente di nuovo, insomma) che non
dovevano assolutamente ledere gli interessi dei conservatori,
che erano l’espressione della classe dominante meridionale,
legata al latifondismo e con cui il primo ministro tessè
rapporti non sempre adamantini.
Quando, poi, mise mano alle infrastrutture, Giolitti dovette
mandare avanti un suo prestanome, Alessandro Fortis, che
governò tra il 1905 ed il 1906, giusto in tempo per fare
approvare la legge di nazionalizzazione delle ferrovie, compreso
un articolo che vietava lo sciopero dei ferrovieri, e
raccogliere insulti e proteste del personale ferroviario, cui
rispose con la forza pubblica: il timoniere di Dronero non si
era sporcato le mani neppure questa volta.
Nel febbraio 1906, salì al potere il combattivo livornese
Sidney Sonnino, capo dei liberali non giolittiani, quello
dell’inchiesta con Jacini sulle reali condizioni
dell’agricoltura nel Mezzogiorno, che subito propose delle
incisive (a dir poco) riforme, a base di bonifiche,
ridistribuzione di terre, ridiscussione dei patti agrari
eccetera; con quale entusiasmo delle baronie meridionali è
facile immaginare.
A maggio, Sonnino era già giubilato, a favore del ritorno in
pompa magna di Giolitti, che sedette sullo scranno di primo
ministro per quarantadue mesi filati, fino al dicembre del 1909.
Principale atto di governo di questi anni fu la diminuzione dei
tassi d’interesse sui titoli di Stato, che permise di diminuire
il debito pubblico: la legge sulla conversione della rendita.
Quando Giolitti, però, ripropose il suo vecchio progetto sulla
tassazione progressiva dei redditi, che già aveva dovuto
accantonare nel 1903, il Parlamento esplose ( a riprova del
fatto che, quando si tocca il portafoglio, sono tutti
d’accordo), e riapparve Sonnino (visto da tutti come l’antigiolitti
per antonomasia) che fece il solito "mordi e fuggi", visto che
fu sostituito solo tre mesi dopo dall’economista Luigi
Luzzatti, che, a sua volta, lasciò il posto ad un quarto
governo Giolitti, nel marzo del 1911, caratterizzato da una più
marcata impronta riformista.
Fu questo governo che s’imbarcò nell’impresa libica, anche se il
primo ministro, personalmente, non ne era affatto convinto.
Lo costrinsero alla guerra contro la Turchia le pressioni dei
nazionalisti, capeggiati da Enrico Corradini, che
chiedevano per l’Italia "un posto a sole"( e l’ultimo
disponibile era, appunto, la Libia), e poi di quasi tutta
l’opinione pubblica, socialisti rivoluzionari esclusi, che
vedeva nella conquista del paese nordafricano la panacea per i
problemi del Paese.
Di fatto, chi ne trasse beneficio furono soprattutto i grandi
industriali, che fabbricavano le armi ed i mezzi che la guerra
assorbiva.
La Libia nel 1911 nascondeva ancora nel suo sottosuolo quegli
enormi giacimenti di petrolio che ne avrebbero determinato la
ricchezza e, in termini coloniali, l’appetibilità: per molti era
solo uno "scatolone di sabbia", reso desiderabile unicamente da
considerazioni di politica coloniale in chiave antifrancese,
dalle ambizioni imperialistiche di un paese giovane e dalle
utopie migratorie di chi vedeva nel paese nordafricano la
risposta ai milioni di italiani costretti a migrare verso le
Americhe o l’Australia.
D’altra parte, anche quando le truppe dell’Asse arrivarono ad
arrestare la propria offensiva ad Alamein, nel 1942, afflitte da
una terribile penuria di carburante, una sorte ironica le faceva
transitare per la via Balbia sopra alcuni dei depositi
petroliferi più cospicui del mondo, senza che nessuno ne
sospettasse l’esistenza!
Dei giorni della polemica sull’intervento o meno dell’Italia in
Libia, quando il governo non assumeva una posizione chiara a
riguardo, è la nascita del mito di un Giolitti espressione
vivente dell’Italietta, un paese mediocre, incapace di
grandi progetti e grandi imprese, governato da un primo ministro
vile e sornione; immagine che avrà grande fortuna nel periodo
fascista ed oltre.
Più per conservarsi la poltrona che per un reale convincimento
politico, Giolitti ruppe gli indugi e, subissato di contumelie
da parte socialista, dichiarò guerra all’Impero Ottomano e fece
sbarcare le truppe a Tripoli, il 29 settembre del 1911.
Nel 1912, col trattato di Losanna, la Libia divenne una colonia
italiana, con in soprammercato Rodi e le isolette del
Dodecaneso.
La guerra era tutt’altro che finita, però: nell’interno del
paese continuava una guerriglia che fu contrastata da parte
nostra con sistemi, a dir poco, sbrigativi, e che durò fino agli
anni Trenta.
Già durante il conflitto, comunque, i nostri soldati si erano
mostrati assai diversi da quel popolo di bonaccioni che tanto
dovette alla leggenda degli "Italiani brava gente": il lancio di
gas velenosi (da noi stigmatizzato, quando lo applicarono gli
austroungarici, sul San Michele, nella Grande Guerra) e le
rappresaglie contro obiettivi civili sono un’invenzione tutta
italiana, che ebbe nella guerra libica il suo laboratorio
ideale.
Al di là di qualche assegnazione di terre, perloppiù di
difficile bonifica, tutto ciò che il proletariato italiano
ottenne dalla guerra di Libia fu, da una parte, di partecipare
alle prove generali di un dramma che l’avrebbe visto, di li a
pochi anni, protagonista sull’Isonzo e sul Carso, e dall’altra
di ottenere, in nome di un diritto acquisito combattendo, una
legge che assegnava il diritto di voto a tutti i maschi
maggiorenni; legge, questa, voluta da Giolitti per riconciliarsi
con le sinistre, insorte, in nome del pacifismo, contro la
"gesta d’oltremare".
Nonostante questa dimostrazione di accondiscendenza, la stella
del politico piemontese si avviava al declino, e le elezioni del
1913 non fecero che confermarlo, portando a Giolitti una
maggioranza estremamente eterogenea e divisa, tanto che, nel
marzo del 1914, egli dovette lasciare il posto ad un
conservatore come Antonio Salandra, espressione del
liberalismo di destra.
In realtà, più che la fortuna politica di Giovanni Giolitti, ciò
che tramontava era la fiducia in un sistema come quello
democratico e liberale, che lui rappresentava: la guerra di
Libia aveva messo a nudo i limiti di una politica giocata con
reti di alleanze finalizzate alla sola conservazione del potere,
portando alla ribalta una politica più legata alla piazza,
dominata dai tribuni, più che dai diplomatici, e, soprattutto,
in cui il conflitto sociale assumeva toni di aperto scontro, che
presero nelle manifestazioni della "settimana rossa", del giugno
1914, i connotati di una vera e propria insurrezione.
L’attentato di Serajevo, pochi giorni dopo (28 giugno 1914),
avrebbe catalizzato l’attenzione del mondo, spezzando la
Belle Epoque e dando il via ad uno dei più spaventosi
conflitti della storia: con l’Italietta giolittiana,
tramontava tutto un mondo, fatto di eleganza ed ingiustizia, che
per secoli aveva caratterizzato l’Europa.
Al loro risveglio, dopo l’immane catastrofe, i cittadini europei
avrebbero constatato che nulla era più lo stesso.
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