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#Ventennio Fascista: Nascita ed Avvento al Potere

Ventennio fascista: Pagina 01;

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L ' ITALIA DEL PRIMO DOPOGUERRA


Gli effetti della Grande Guerra sull`economia e sulla società italiana furono drammatici. Le cifre della bilancia commerciale per il 1919 rivelarono che le esportazioni coprivano solo il 36% delle importazioni. Il costo della vita era 4 volte superiore a quello del 1913, mentre il deficit di bilancio aveva raggiunto livelli senza precedenti. Incombevano l'enorme aumento del debito pubblico; la necessità di riconvertire a non facili e immediati processi produttivi normali del tempo di pace quei settori industriali che proprio durante la guerra avevano raggiunto eccezionali livelli di profitto e di concentrazione; le difficoltà di fronteggiare l'aumento dei prezzi mentre i salari diminuivano e gli stipendi dei dipendenti pubblici erano bloccati dallo Stato; la contraddizione di dover accelerare la smobilitazione dell'esercito per alleggerire le finanze pubbliche, ma senza poter prevenire l'automatico surplus di disoccupati che, lasciata l'uniforme, non trovavano lavoro nella vita civile. Al momento dell`armistizio c`erano oltre 3.000.000 di uomini sotto le armi e 500.000 prigionieri in mano agli austriaci. La rapida smobilitazione produsse 2.000.000 di disoccupati già alla fine del 1919. I lavoratori organizzati erano decisi a proteggere il posto di lavoro e il loro tenore di vita contro le devastazioni della disoccupazione e dell`inflazione.


IL BIENNIO ROSSO

Mai come allora apparve più concreta in Italia la possibilità della rivoluzione. Nel 1919 si registrarono 1663 scioperi industriali e 208 scioperi agricoli. L'impennata dei prezzi, causata dalla congiuntura internazionale e dai debiti dell'Italia, fece scoccare la scintilla a La Spezia l'11 giugno 1919, in seguito alla serrata dei commercianti per protestare contro l'aumento dell'imposta sui consumi. Fra giugno e luglio il moto si estese rapidamente dal nord al centro-sud; dove la forza pubblica aprì il fuoco, lo scontro si radicalizzò. Fra il settembre e il novembre del 1919, i contadini dell`Italia centrale e meridionale iniziarono spontaneamente l`occupazione delle terre povere o non coltivate. Lungo l`intera penisola, una violenta lotta di classe divampò in forme che assunsero l`aspetto di una vera e propria guerra civile. Nell'interno del Partito Socialista si rafforzava l'ala massimalista, cioè quella corrente che propugnava il programma massimo per rovesciare il sistema capitalistico. Avvalendosi delle tensioni sociali, provocherà l'incremento della violenza e l'occupazione delle fabbriche. L'esito di questa prova di forza portò certamente alcuni vantaggi economici agli operai, ma i sindacati di sinistra più di tanto non furono in grado di ottenere. Gli scioperi del 1919 e del 1920, guidati dai socialisti, crearono ondate di risentimento fra il ceto medio, che vedeva nelle agitazioni un disturbo e una minaccia al proprio stato. Il sistema dell`istruzione pubblica, inoltre, continuava a sfornare diplomati e laureati senza che si provvedesse in pari tempo a uno sbocco adeguato nel campo professionale. La disoccupazione, l`inflazione e le diffuse attese che la guerra aveva generato tra tutte le classi sociali avevano creato una situazione esplosiva. Il 29 luglio 1920 l'anarchico Bruno Filippi, che sognava "la rivoluzione sovietica", fece esplodere alcune bombe a Piazza Fontana, a Milano, a Via Paleocapa, poi al Palazzo di Giustizia, sempre a Milano. E ancora nel capoluogo lombardo, sempre ad opera dell'attivissimo anarchico, una nuova bomba il 31 agosto. Infine, lo stesso attentatore, nel porre un nuovo ordigno, il 7 settembre a Palazzo Marino, gli esplose in mano dilaniandolo. Né gli attentati cessarono con la morte del Filippi; infatti altri gravi episodi di terrorismo funestarono la vita italiana. Il più grave ebbe luogo la sera del 23 marzo 1921, quando una bomba esplose nel teatro Diana a
Milano, causando la morte di 21 spettatori e il ferimento di un altro centinaio. La Nazione di Firenze il 2 marzo 1921 titolava: "Le strade di Firenze insanguinate dalla guerra civile". Il giornale riportava che verso la fine di febbraio e i primi di marzo del 1921 "giorni di rivolte armate e di conflitti tragici si conclusero con un bilancio di diciotto morti e oltre cinquecento feriti". Il giorno dopo, altri quindici morti e cento feriti. Da Lenin partivano messaggi incitanti al terrorismo. L'ordine era di essere "implacabili in modo esemplare. Bisogna incoraggiare il terrore di massa. Fucilate senza domandare niente a nessuno e senza stupide lentezze". Sono solo alcuni estratti del Komsomolskaja Pravda, riportati da Andrea Bonanni, corrispondente a Mosca del Corriere della Sera. A queste direttive, l'Italia trovò masse diseredate che, aspirando ad una più equa giustizia sociale, fecero proprie le indicazioni che provenivano da Est.

 

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Data Creazione/Modifica: 20-09-09

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