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#Ventennio Fascista: Opere del Fascismo

Ventennio fascista: Pagina 40;

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ANALISI DELL' ECONOMIA FASCISTA

Il decennio si apre con la breve ma intensa crisi del 1921, legata alla caduta internazionale della domanda e della produzione e aggravata dagli squilibri nei rapporti economici tra Stati e dalle difficoltà legate alla riconversione dall'economia di guerra a un'economia di pace. In quell'anno, la disoccupazione cresce di oltre sei volte rispetto all'anno precedente. La ripresa si manifesta già nei primi mesi del 1922, e alla fine dell'anno la disoccupazione risulta riassorbita per un terzo. Dal 1922 al 1926 si ha un periodo di rapida espansione economica, soprattutto nel settore industriale. La produzione manifatturiera cresce del 10% l'anno. Il nuovo ministro delle finanze Alberto De Stefani avvia una politica di disimpegno dello Stato dall'economia, pur non rifiutando di intervenire per salvare banche e industrie in difficoltà. Vengono così definitivamentesmantellati i controlli e i vincoli statali inaugurati durante la guerra, sono privatizzate le aziende pubbliche in attivo, viene ridotta l'incidenza delle imposte dirette.
L'obiettivo di De Stefani è riportare in pareggio il bilancio dello Stato: per far questo egli punta su una drastica restrizione della spesa pubblica, che in soli quattro anni scende dal 35% al 13% del reddito nazionale. La riduzione del disavanzo pubblico, comportando una minore richiesta di finanziamenti da parte dello Stato, fa sì che il denaro dei risparmiatori si orienti verso gli impieghi industriali. Contemporaneamente si assiste alla svalutazione della lira rispetto alle maggiori monete. Ciò consente una crescita della competitività delle merci italiane sui mercati internazionali. La domanda risulta trainata soprattutto dalle esportazioni e dagli investimenti industriali, giacché i consumi privati ristagnano. La crescita annua di questi ultimi è infatti di poco superiore al 2%. I salari crescono meno della produttività, nonostante la riserva di manodopera si riduca. Il numero dei disoccupati ufficiali scende infatti dalle 600 000 unità del 1921 alle 100 000 del 1926. La stabilità dei salari, pur in presenza di una forte crescita economica, è soprattutto effetto del nuovo clima politico e del monopolio fascista sui sindacati. Contemporaneamente si manifesta una generale tendenza nei paesi europei alla stabilizzazione dei cambi, avviata nel 1925 con il ritorno della Gran Bretagna a una parità fissa della sterlina con l'oro. Si presenta pertanto come quasi obbligata per l'Italia la scelta di una politica deflazionistica, attuata tra il 1926 e il 1927 con drastiche riduzioni del credito, che mira a tenere alta la parità della lira con le altre monete forti. In meno di un anno la lira è rivalutata di oltre un terzo: è la battaglia per la "quota 90": 90 lire per una sterlina.

Su "Il Popolo d'Italia" del 1° luglio 1926 Mussolini scriveva:
''Ho ancora una battaglia da vincere : è la battaglia per la restaurazione economica dell'Italia. Nelle altre battaglie che il regime fascista ha dovuto combattere, la vittoria è già stata conseguita. Abbiamo vinto la battaglia contro la faziosa opposizione parlamentare, siamo riusciti a riunire tutte le forze produttive della nazione in uno Stato corporativo, abbiamo trionfato nel campo della finanza nazionale convertendo il deficit annuo in un sopravanzo di quasi due miliardi di lire. Ora dedico tutta la mia attenzione alla restaurazione della bilancia commerciale e alla stabilizzazione del cambio sulla lira. Bisogna innanzi tutto vedere chiaro il proprio scopo, e dopo andarvi incontro direttamente. Io studio le cifre del nostro commercio nazionale e vedo chiaramente che importiamo troppo, con deleteri effetti sull'economia del paese. Dopo aver consultato gli esperti, io preparai una prima lista dei rimedi da applicare, e sono appunto questi i rimedi annunziati testé alla nazione. Essi potranno procurare danni e fastidi a qualche individuo o a qualche categoria della popolazione, ma è meglio che qualche minoranza soffra anziché tutta intera la nazione. In una tempesta, se il capitano della nave decide di fare buttare a mare le merci dei passeggeri per alleggerire lo scafo, i proprietari non protestano perché sanno che il sacrificio a loro inflitto serve per il bene di tutti, e, per conseguenza, anche per il loro personale vantaggio. Io sono sicuro che le nuove restrizioni imposte testé alla vita economica dell'Italia saranno accettate non solo senza opposizione, ma con entusiasmo. Io so che, se avessi invitato gli italiani a lavorare dieci ore anziché nove, avrebbero acconsentito. Essi si rendono conto che dietro tale innovazione non vi è il capriccio del Governo, ma la necessità nazionale. Essi sanno, del resto, che io sono il primo a dare l'esempio, lavorando quattordici o diciotto ore. Fu il capo della Federazione italiana del lavoro che assicurò il Governo che gli operai italiani erano pronti a lavorare un'ora di più al giorno senza paga straordinaria. D'altra parte soltanto in quelle industrie che sono più soggette alla concorrenza straniera, come per esempio l'industria tessile, sarà necessaria un'ora di più di lavoro alla quota ordinaria di salario. Nelle

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Data Creazione/Modifica: 26-09-09

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