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Settimane interlocutorie,
quelle che stiamo vivendo. L’occidente, da storico trascinatore dell’economia
mondiale quale è, oggi si trova ed essere succube delle scelte di altri e
passivo delle tigri orientali. Il prezzo del greggio, impennando, mette in seria
difficoltà tutti quei paesi che non hanno in patria questa fondamentale materia
prima. La crisi dei mutui americana rischia di contagiare anche la vecchia
Europa, il cui mercato immobiliare è arrivato a rallentare fino a fermarsi
(nella Spagna di Zapatero attualmente si assiste addirittura ad una contrazione
del mercato). E che dire poi dell’inflazione galoppante che colpisce la comunità
europea.
In Italia son tante le coltellate lontane e vicine, che sfiorano e colpiscono il
contribuente già barcollante per colpa d’un sistema zoppo di natura, dove
l’armata statale si muove impacciata; dove il privato è costretto troppe volte
ad evadere per essere concorrenziale, essere concorrenziale per vendere, vendere
per sopravvivere; dove demograficamente notiamo che la popolazione anziana è
eccessiva rispetto a quella giovane e la tendenza è quella di assumere
manodopera straniera; dove gli stranieri raramente si integrano come dovrebbero
e la società civile (talvolta a ragione) li vede come una fonte di paure e causa
di insicurezza.
Un incredibile insieme di fattori rischia di destabilizzare quelli che erano i
programmi di questo governo, ma con abili mosse si sta cercando di ottimizzare
gli sforzi col fine unico di tagliare le spese inutili ed alleggerire le spese
statali, tentando di normalizzare le palesi anormalità che contraddistinguono il
nostro paese.
E quindi in quest’ottica son da leggere le azioni economiche di Tremonti, le
osservazioni di Brunetta sulla trasparenza, gli impulsi alla
responsabilizzazione che il federalismo fiscale leghista cerca distribuire
indistintamente alle 20 regioni del Belpaese.
Senza contare altre questioni rimaste in sospeso che sono state risolte o in via
di soluzione, come il riavvio dell’opera della TAV, il problema dell’immondizia
in Campania o la questione Alitalia. Come poi non ricordare la cruciale presenza
di militari per le strade, accanto a carabinieri forze armate.
Come sempre però mi sento in dovere di cercare anche le ombre. Questo Governo,
seppur si sia comportato egregiamente su diversi fronti, deve apportare (a mio
modesto parere) alcune modifiche alla mira per quanto riguarda alcuni aspetti,
se veramente vuole centrare gli obbiettivi che si è prefissato.
Parlo del rapporto con le opposizioni. Farei meglio a parlare al singolare, dato
che ultimamente Di Pietro ha atteggiamenti da piazzista più che da uomo pensante
e pacato. Veltroni ha problemi a mantenere alta la bandiera del capo, quindi è
bonariamente comprensibile il suo cambio di stile: semplicemente ha capito che
il popolo di sinistra preferisce gli strilli della Guzzanti uniti a quelli del
leader dell’Italia dei Valori. Nel Partito Democratico malumori stanno
destabilizzando le varie correnti, all’interno delle quali mille duci e ducetti
si sentono in dovere di fare osservazioni, criticare, additare. La serenità di
questa sinistra ancora da scoprire non è sufficiente per poter irretire il
dialogo che permetterebbe di porre sullo stesso livello governo ed opposizioni.
Sia Silvio Berlusconi capace di interpretare le reali necessità anche
dell’elettorato che non l’ha votato, in quanto è Presidente di tutti gli
Italiani.
Parlo delle riforme. Il federalismo fiscale è fondamentale per mille motivi che
ho fino ad oggi descritto. La gente deve vedere nelle regioni il punto di
contatto. Le regioni devono sentirsi protagoniste anche dal punto di vista
fiscale. Non più nevralgico crocevia di soldi, i contributi dei cittadini non
dovranno più essere consegnati direttamente allo Stato. Le Regioni gestiranno
questi soldi, faranno muovere gli autobus, privare di buche le strade, evitare
l’accumulo d’immondizia. Quanti comuni spenderanno soldi per favorire compagni e
compagne? Sicuramente meno di oggi. Nessuno potrà più incolpare lo Stato: i vari
presidenti delle regioni hanno la grande responsabilità di far tornare i conti,
le Regioni diventano grandi. Queste grandi riforme devono assolutamente esser
fatte trovando un accordo con le varie opposizioni, proprio per renderle più
digeribili a tutti. In questo senso il muro contro muro politico a cui
assistiamo appare più che mai poco costruttivo.
Parlo del rapporto con la giustizia. Silvio Berlusconi ha le sue ragioni per
sentirsi oggetto di attenzioni fuori luogo, infinite sono state tuttavia le
diatribe che hanno visto il Cavaliere attaccare la giustizia tout court, vista
come congrega di comunisti antigovernativi (è da ricordare in effetti che i
giudici si ricordano di lui solo quando è al governo o ci si trova alla vigilia
di un appuntamento elettorale). La legge che si riferisce all’immunità per le 4
cariche più alte dello stato non è stato altro che un adeguamento a quello che
avviene in quasi tutti gli stati mondiali: niente di così straordinario, a
differenza di quello che sento dire da alcuni esponenti d’opposizione. Resta il
fatto che la politica che il Cavaliere ha nei confronti della giustizia è certe
volte fuori luogo e, da uomo intelligente quale ha dimostrato di essere,
basterebbe il silenzio per quietare la situazione. Lui, uomo d’immagine e frutto
anche del un battage pubblicitario che sa fare di sé stesso, dovrebbe capire che
le critiche (seppur negative) rappresentano pur sempre una fonte di popolarità.
Ma parlando in generale, l’attivismo decisionista di questo governo sicuramente
lo lascia preferire al precedente, impossibilitato per colpa dei mille rivoli
ideologici che lo suddivideva.
Va bene così, dunque: il mio giudizio è positivo.
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