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#Intervista sul socialismo

Intervista sul Socialismo;

RRiporto qui di seguito, a mo' di intervista, alcuni stralci di discussione sviluppata in un forum (il nuovo PoliticaOnLine su Ipbfree, nel quale tra l'altro sono diventato anche co-moderatore del sottoforum "Socialismo Libertario"), in cui grazie alle domande degli interlocutori, arrivo in qualche modo a descrivere la mia idea di Socialismo autogestionario e libertario.


Ciao a tutti e complimenti per l'apertura di questo spazio.
Volevo sapere cosa vi distingue dai comunisti e che cosa dai socialdemocratici e quali sono i vostri progetti per il prossimo futuro.



Penso che, chiaramente, la domanda sia piuttosto personale, nel senso che non necessariamente quanti sentano l'appartenenza al "Socialismo Libertario" la pensino allo stesso modo né sulle strategie/tattiche per perseguire i propri scopi, né necessariamente sugli scopi da perseguire (cosa, in sostanza, intendano per "Socialismo").
Proverò perciò a rispondere a modo mio, ed a titolo personale, su quali siano le differenze tra socialisti libertari e "comunisti" da una parte, tra socialisti libertari e socialdemocratici dall'altro.
Innanzi tutto, sicuramente, in entrambi i casi vi è la differenza sullo Stato: mentre sia i comunisti (leninisti), sia i socialdemocratici (liberali o di sinistra), sia altre forme di "socialismo autoritario" (socialismo prussiano, ecc.) auspicano l'accentuarsi del ruolo dello Stato in quanto vedono lo Stato come mezzo per il perseguimento dei propri scopi, i socialisti libertari (marxisti o anarchici) vedono lo Stato come ineludibile tipo di organizzazione sociale storica strumento di dominio delle classi dominanti capitalistiche, quindi inevitabilmente di queste espressione, non utilizzabile - proprio per propria natura - quale strumento per giungere al Socialismo. "Stato socialista" appare perciò un ossimoro, essendo il Socialismo per sua natura anti- ed a- statale, organizzazione generale della società alternativa all'orgtanizzazione statuale della società.
Dalla astatualità del Socialismo deriva come chiara conseguenza che i mezzi di produzione e di scambio debbano essere gestiti dalla società tutta (più o meno collettivamente) attraverso strumenti diversi da quelli statuali: c'è chi propone i consigli dei lavoratori (dal basso ed autogestionari), chi l'Unione industriale (per settori produttivi, che rimpiazza le divisioni amministrative), chi la comunità locale (comunalismo), chi altre forme di gestione diretta da parte della collettività.
Partendo da tale ottica, forme che si richiamano al "Socialismo" pur tirando in ballo lo Stato, non sono da intendersi come socialiste, ma come capitalismo di Stato: la dittatura dello Stato proletario di leniniana memoria, lungi dall'andare verso l'estinzione in pochi anni per lasciare il posto al Comunismo, si è via via burocratizzata durando per settant'anni, producendo in piano politico una dittatura sul proletariato, sul piano economico una delle tante forme di Capitalismo di Stato (sebbene alcuni la definiscano "Collettivismo burocratico"), in cui il proprietario dei mezzi di produzione non era la collettività, ma gli apparati statuali attraverso propri dirigenti, e tutta la produzione era orientata non al soddisfacimento dei bisogni reali della popolazione democraticamente (dal basso!!!) pianificati, ma al profitto come negli altri modelli capitalistici. La Socialdemocrazia, nel tentativo di governare il Capitalismo per riformarlo fino ad arrivare al Socialismo, per quanto a mio avviso - almeno inizialmente - in buona fede, ha finito o per accettare di gestire meramente lo Stato ed il Capitalismo, senza più neanche auspicare l'obiettivo di lungo periodo di arrivare al Socialismo (si veda il Programma di Bad Godesberg del 1958, in cui l'SPD accettava ufficialmente la gestione della realtà così com'era, senza più proporsi di gestirla per riformarla progressivamente fino a cambiarla con il Socialismo) proponendo mere riforme il cui risultato è stato più quello di spegnere il dissenso sociale che ottenere dei risultati qualitativi; in altri casi, pur rimanendo un riferimento teorico alla volontà di superare il Capitalismo per arrivare al Socialismo, addirittura autogestionario, non si osservano cambiamenti/progressi nel lasso di tempo degli ultimi quarant'anni (socialdemocrazia scandinava e sinistra "ferroviaria" di Gilles Martinet). A modo di vedere dei socialisti libertari, il """socialismo""" sovietico, il keynesismo, lo Stato del lavoro cogestionario, non sono altro che forme di Capitalismo più o meno di Stato, in cui continua a permanere la produzione orientata al profitto, il valore di scambio per la moneta, la proprietà escludente (privatistica o statuale) dei mezzi di produzione.




ma scusa scapigliato: la dittatura del proletariato è anche in Marx, non è una contaminazione di Lenin...non conoscendo purtroppo in dettaglio il pensiero di Lenin mi dici secondo te cosa lo differenzierebbe da Marx? E se posso permettermi un'altra domanda: come si arriverebbe alla società comunista/socialista? Marx aveva parlato di una fase intermedia di organizzazione del proletariato come classe dominante...una fase che non è comunismo perché come hai detto bene te il comunismo è una società senza Stato...

io so già che mi risponderai che ci si arriva con le riforme...vero?


Personalmente ho un background più anarchico che marxista (pur essendo politicamente nato in un'organizzazione luxemburghista), e perciò di solito non utilizzo il termine "dittatura del proletariato". Ciò nonostante, attenzione: non è casuale che abbia usato nel mio precedente messaggio il termine "dittatura dello Stato proletario" anziché più semplicemente "dittatura del proletariato" tout court.
Riconosco infatti che il termine "dittatura" (del proletariato), per quanto a me soggettivamente non piaccia, è inteso da molti marxisti libertari nel senso etimologico di "direzione" (dal latino dictatus, direzione, appunto), non di "regime autoritario e coercitivo" come è nell'accezione che più o meno direttamente rimanda nella nostra contemporaneità. Il vero punto di svolta, probabilmente, è il 1871: in seguito all'esperienza della Comune di Parigi, lo stesso Marx sembra sposare la forma organizzativa sociale che si iniziava a delineare nella Comune, salutandola positivamente, in parte giungendo ad un ripensamento dalla sua stessa precedente asserzione che una qualche forma di Stato proletario fosse necessaria come fase di transizione. An che in seguito, pressoché tutte le correnti marxiste non leniniste, hanno difatti - in modalità complessivamente non eccessivamente diverse dagli anarchici - inteso la "dittatura del proletariato" come autogoverno effettivo della collettività, non come Stato leniniano (vedi i consiliaristi, da Ruehle a Pannekoek, i "deleonisti", come definisco io i radicali statunitensi, eccetera).
Non ritengo di dire un'enormità nel sostenere che correnti e sensibilità diverse all'interno del movimento operaio hanno indicato con terminologie diverse lo stesso concetto di "autogoverno effettivo della collettività", chi parlando di dittatura, chi di anarchia, chi di democrazia... ma indicando sostanzialmente qualcosa di molto simile... e forse purtroppo senza neanche prenderne coscienza e continuandosi purtroppo a scannarsi su vere e proprie diatribe nominalistiche ed etimologiche!!!
Il proletariato, nell'epoca in cui parla chi scrive, è da intendersi non esclusivamente come "la rude razza operaia", la tuta blu o l' "operaio massa" a cui ci hanno abituato le diverse vulgate negrian-operaiste o togliattiane, ma come la stragrande maggioranza della popolazione che non dispone direttamente dei mezzi di produzione. Personalmente, io estenderei la definizione dall'economico all'ontologico, ricomprendendo dentro la più generale categoria di "sfruttati" quanti, pur non essendo salariati e svolgendo un lavoro autonomo, subiscano nella vita quotidiana l'oppressione nella vita immateriale immediata del Sistema-Capitale/Stato.

Questione "riforme", vediamo: mi dispiace deluderti, ma non ti rispondo come pensavi di sapere (quanti soldi avevamo scommesso? ;) ). Probabilmente, o non hai letto nella sua interezza il mio precedente messaggio, nel quale, dopo la disanima del leninismo, ne faccio una ugualmente profonda della socialdemocrazia (nelle sue due forme a mio avviso attualmente esistenti), oppure non sono stato io in grado di esprimermi con sufficiente chiarezza. Ripeto perciò che non sostengo che bisogni gestire il sistema per portarlo, facendosi forza di governo e gradatamente e progressivamente, puntare ad una sua trasformazione in cui man mano scompaia il Capitalismo e ci si risvegli un giorno con la n riforma ultima per arrivare al Socialismo.
Al contempo, rispetto ad alcune correnti che in lingua italiana potremmo definire "impossibiliste" (il WSM del qui presente G.M.F., il "deleonismo" almeno nella sua forma ortodossa, alcuni tipi di anarchismo), che cioè sono sostanzialmente indifferenti a riforme immediate, per le quali non si battono, in quanto legittimamente le giudicano solo formali, non in grado di mutare la natura del Capitalismo, io ho un'idea diversa. Sostengo, similmente al gradualismo malatestiano, che alcuni miglioramenti immediati (sia nei diritti sociali, sia nei diritti civili) possano essere utili se non basilari. Ciò non significa però attuarli attraverso il "ministerialismo", ossia andando al governo (magari in coalizione con formazioni borghesi) e facendo pressione dagli scranni governativi nel quadro delle istituzioni presenti. Significa invece porsi nell'ottica per cui lo Stato ed il governo rappresentino la radicale controparte, alla quale è possibile, autorganizzandosi e conducendo lotte rivolte contro di essa, strappare/ottriare quanto più sia possibile dalla particolare forza che si riesce ad opporre in un particolare momento. In tal senso, ritengo che bisogna partire dall'ottica del "chiedere tutto e subito": se si chiede qualcosa, non verrà concesso niente, se si chiede tutto, verrà invece concesso qualcosa.
Le riforme (qualora) ottriate con lotte dal basso e non con la partecipazione alla gestione istituzionale della "cosa pubblica" oltre al pur relativo miglioramento delle condizioni di vita immediate (diritti sociali) e all'ampliamento delle possibilità di azione ed organizzazione politica (diritti e libertà civili), servono innanzi tutto al far prendere coscienza gli oppressi delle loro potenzialità, del fatto di rappresentare una forza che può spingersi ad ottenere degli obiettivi e di costituire una gatta da pelare per la classe dominante.
Ma le riforme non possono automaticamente portare al Socialismo: oltre un certo punto è necessaria la spallata decisiva al sistema.


quindi tu parli di disobbedienza civile e scioperi...e credi che attraverso questo mezzo sia possibile ottriare diritti mano a mano fino ad arrivare alla società comunista...e quale sarebbe lo sciopero o l'atto di disobbedienza civile n dopo il quale si ottiene tutto il pacchetto di diritti che fa una società comunista? E' sempre un problema di impossibilità di transizione...solo che sposti il mezzo di transizione: le riforme prima e gli scioperi/attività del proletariato organizzato nella tua visione...ma posso aver capito male anche stavolta



Non propriamente... sostengo che ottriando progressivamente diritti ci si rafforzi rendendo più plausibile il raggiungimento delle condizioni per un punto di rottura. Il punto critico di rottura è e rimane a mio avviso ineludibile, ma ottriando riforme e diritti ad esso si può più facilmente giungere.
Chiaramente non possiedo (come temo nessuno), la scienza innata che mi permetta di dire in un processo futuribile come potrebbero svolgersi storicamente ed effettivamente i fatti. Sicuramente la società comunista di cui parli non passa però per un "determinato pacchetto ultimo di diritti" concessi dalle autorità statali, ma per l'abbattimento dell'attuale ordine politico, economico e sociale, dei ceti dominanti e dello Stato suo diretto comitato d'affari.
Personalmente, come ho detto, le riforme a mio avviso non possono sostituire il processo rivoluzionario che può esplodere ad un certo punto in cui viene raggiunto un punto critico; possono invece essere utili per due motivi: per sviluppare la coscenzialità degli oppressi nelle proprie capacità organizzandosi, e per giungere più facilmente al punto critico di rottura, che resta ineludibile per il Socialismo.
In secondo luogo non mi illuderei troppo che la rivoluzione possa facilmente essere pacifica e senza un uso, pur minimo, di violenza: non perché nella vita ritenga di avere smanie machiste, ma semplicemente per la constatazione che, perfino avendo l'85% della popolazione contro, lo Stato ed i ceti dominanti cercherebbero di conservare il proprio potere anche dispiegando i carri armati. Cosa fare quindi, di fronte al più che verosimile uso della violenza da parte dell'attuale ordine politico e sociale?

I ceti dirigenti, avendo attualmente in mano tutte le leve, saprebbero bene come evitare che alle elezioni vinca un partito o una formazione costituito/a dagli oppressi e che vuole distruggere il loro potere. Non sono così sciocchi da mettere in gioco il loro potere affidandosi ad elezioni realmente libere e democratiche.


Ah, dimenticavo: il Cile di Allende ci ha dimostrato che quella del voto è una strada percorribile (anche se non si trattava ancora di una vera rivoluzione socialista).


ella società reale.


Io tendo, come penso anche tu, a considerare la compagine e la breve esperienza di Salvador Allende molto più simile alle altre varie correnti da me definite "socialdemocratiche di sinistra" (da Chavez e Morales in Sud America, a Martinet e socialisti riformatori in Europa, per intenderci) che non alle nostre rispettive visioni ed interpretazioni con cui intendiamo il Socialismo.

Fatta questa premessa, e senza voler comunque mettere in discussione la "buona fede" di Allende (sebbene l' "attardarsi" in tali particolari possa apparire velleitario e "psicologista" in un'analisi propriamente detta), il Cile di Allende dimostra a mio avviso anche e soprattutto un'altra cosa: anche ammesso che si riesca - lungi da ogni previsione - a vincere le elezioni, ed anche ammesso - per quanto più inverosimile - che la nuova classe politica che si fa nuova classe dirigente non si faccia anche classe economica dominante, ed anzi lungi dal lasciarsi "corrompere" e "degenerare" dai meccanismi di potere, rimanga coerente con le proprie idee di partenza, dando il via - come una sorta di "sovrani illuminati" ad un processo di "socialismo non dal basso", che porti in prospettiva all'estinzione del proprio stesso (transitorio) potere....
il Cile di Allende dicevo dimostra, anche ammesso tutto quello che ho appena citato, come comunque i vecchi ceti dominanti possano comunque riprendersi il potere (e rafforzarlo) se non si è precedentemente e contemporaneamente provveduto a fiaccare e distruggere gli interessi economici dei ceti dominanti, nonché le loro strutture ed istituti di (auto)conservazione del proprio potere, dallo Stato alle altre strutture di potere.

In tal senso la "via elettorale" del WSM, o il "Socialismo per emendamento costituzionale" di Daniel De Leon, possono a mio avviso anche andare bene... a condizione che si siano già sostanzialmente cambiati gli equilibri e le cose nella vita materiale. Per intenderci, in un sistema saldamente socio-economico capitalista una vittoria alle elezioni e una deliberazione assembleare che proclama il Socialismo non possono avere una valenza sostanziale nell'abolire lo stato di cose presenti. Se si immagina una società che stia attraversando una fase rivoluzionaria, nella quale gran parte delle attività produttive sono già finite sotto la diretta autogestione dei lavoratori, in cui su ampi settori del territorio la popolazione abbia iniziato a costituire reti e forme associative che dal basso sostituiscono ed esautorano il potere dello Stato, autogestendo tutte le necessità della vita immediata, dall'organizzazione della produzione alla fornitura dei servizi, dalla sanità all'istruzione... in questa seconda situazione una vittoria elettorale ed una successiva deliberazione assembleare a favore del Socialismo rappresenterebbero invece un punto di svolta formale che di fatto legittimerebbe anche giuridicamente la situazione di fatto sostanzialmente già venuta in essere o avviatasi nella società reale.








Mah, io penso che l'attività principale di un socialista dovrebbe essere quella di formare altri socialisti tramite la propaganda e la discussione.



Sicuramente concordo con quanto tu dici: la propaganda così come la controinformazione hanno una valenza basilare. E questo soprattutto in una fase di crisi dell'ordinamento socio-economico come quella che stiamo vivendo, in cui si ripropone l'opposizione radicale socialismo o barbarie: se non si sarà in grado di veicolare in quanto più ampi possibili settori della società e dell' "opinione pubblica" la validità delle proposte socialiste libertarie da noi sostenute, non si riuscirà a dare uno sbocco rivoluzionario, in quanto chiaramente i ceti dominanti avranno gioco facile a traghettare e spingere tanti, con spirito gregario e senza capacità di pensiero critico, verso sbocchi autoritari. E questo si vede soprattutto in Italia: mentre di fronte alla crisi economica internazionale i ragazzi greci sono in rivolta, mentre in Islanda vi sono state sollevazioni e manifestazioni contro il governo... in Italia ampi settori popolari vedono lo sfogo delle proprie frustrazioni nelle minoranze etniche e negli immigrati, non riconoscendo nel governo e nello Stato il loro unico, vero avversario. E questo grazie alla completa ideologizzazione dei mezzi di informazione scandalosamente schierati con il governo fino al grottesco, che montano notizie ad arte e decidono un'agenda dei media tale che la società sia spinta o ad interessarsi di "temi non nocivi" o a sfogare le proprie frustrazioni su altri, certamente non sui veri problemi e sui veri avversari. L'attività di propaganda e di controinformazione, ma anche la ricerca di sviluppare tutti quanto più spirito critico possibile, sono fondamentali per contrastare questo scenario che si sta delineando anche nel paese in cui viviamo.

Senza propaganda e controinformazione, non si riesce poi neanche a rendere coscienti un sufficiente numero di persone in grado di fare "massa critica": manifestazioni o azioni di contrasto al potere o restano inefficaci, o espongono solo alla repressione. Né, del resto, si può riuscire a fare propaganda e controinformazione senza avvicinare le persone, né si possono avvicinare persone senza ascoltare i loro problemi e condurre a fianco di esse battaglie per miglioramenti immediati. propaganda ed attivismo dovrebbero in ultima analisi andare di pari passo, in una spirale virtuosa nella quale entrambi crescano e si alimentino.




Io faccio parte di una delle tante etnie che vivono all'interno di questo stato multinazionale che è l'Italia, che io detesto, e spero che un giorno arrivi il momento della libertà per la mia amata terra.
In sostanza quello che mi accomuna a voi è l'anticapitalismo, quello che mi divide è che io il socialismo lo intendo come etnico, nazionale, nel senso che voglio il bene della mia etnia, ma di come vive un africano o un asiatico o un sudamericano non me ne può fregare di meno.



Benvenuto nel forum.

Chiaramente non starò a chiederti di quale etnia minoritaria tu sia, poiché, anche personalmente appartenendo all'etnia maggioritaria, mi sento ogni volta un senso di colpa nello spulciare gli affari che non mi riguardano, quasi che si corra il rischio di avere sempre delle curiosità morbose verso le minoranze, gli aspetti che non si conoscono, i pregiudizi e le errate convinzioni.

Tuttavia, senza alcun problema, ti faccio notare una cosa: perché dici che delle altre etnie "non te ne può fregar di meno?" (con quest'espressione mi pare dicano anche e sopratutto a Roma).
Nessuno vuole negare il fatto che diverse etnie e popoli avrebbero, anche e soprattutto in una società socialista, in quanto autogestite, tutta la possibilità di mantenere e sviluppare la propria cultura, la propria lingua e le proprie abitudini. Nessuno vuole insomma imporre a nessuno un'omogeneizzazione né linguistica, né delle abitudini.
Fatta questa premessa, ti spiego perché non condivido e non comprendo la tua posizione, e questo è per almeno due motivi, un etico, l'altro strategico:
1) nessuno sceglie dove nascere, è il caso che attribuisce l'appartenenza ad una data popolazione ed etnia piuttosto che ad un'altra. Come puoi, anche da un punto di vista etico ed umano, disinteressarti del fatto che qualcun altro, che il caso ha voluto appartenere ad un'altra etnia, subisce ugualmente gli stessi meccanismi - o meccanismi simili, di dominio, sfruttamento ed oppressione, da parte dello stesso sistema? Come puoi non trovare empatia per un altro essere umano?
2) anche al di là di motivazioni etico-morali, analizziamo il fattore tattico-strategico: se abbiamo detto che in una società socialista non verrebbero a scomparire di certo culture e lingue diverse, non è forse meglio che tutta l'umanità oppressa si unisca per combattere il comune nemico (il Capitalismo) anziché dividersi prima, ognuno pensare a sé stesso ed andare in ordine sparso? Come fa inoltre una singola popolazione o etnia - ad avere il Socialismo se tutt'intorno il mondo rimane capitalista? Non pensi che se se anche la tua etnia si organizzasse su basi socialiste, lo Stato italiano la spazzerebbe via il giorno dopo? Non ha allora più senso, lottare su due livelli? Cioè affinché tutti gli oppressi che vivono nel territorio dello Stato italiano facciano fronte comune contro lo Stato stesso che su tutti loro esercita la propria giurisdizione, ed affinché - a livello più ampio - tutta l'Umanità oppressa non faccia fronte comune anche in questo caso contro il comune nemico - il Capitalismo?
Riguardo a Röhm, so di certo che fu un nazista, e tanto basta. Da che parte stava quando c'er ala rivolta degli spartachisti?


Da una mia lettera:

In merito alla cosiddetta "questione nazionale", sono contrario alle prospettive di "lotta di liberazione nazionale" e di "fronte unito" con la "propria" borghesia nazionale. Ritengo quindi che anche le singole soggettività ed i gruppi umani appartenenti o a minoranze etniche all'interno di uno Stato, o a popolazioni autoctone di colonie, debbano ricercare l'unità d'azione ed il coordinamento con quanti, presso la "maggioranza nazionale" interna ad uno Stato, o presso la "madrepatria" da cui il territorio in cui vivono dipende, lottino per il Socialismo.
Un basco od un neo-caledoniano, in sostanza, anziché prendere parte a movimenti politici regionalisti/nazionalisti per l'autonomia/indipendenza nazionale, dovrebbero coordinarsi ed aderire a realtà politiche socialiste internazionaliste presenti nel resto dello Stato Spagnolo o nel territorio metropolitano francese. Ovviamente, con lo stesso grado di autonomia che una data organizzazione politica riconosce alle altre singole federazioni e circoli territoriali. Il fine da perseguire è quello per cui il proletario francese e quello neo-caledoniano, il reietto castigliano e quello basco, riconoscano come comune nemico lo Stato e la classe borghese che su entrambi esercitano il loro potere. Sciocchi e suicidi sarebbero al contrario atteggiamenti di astio da parte di soggetti appartenenti ad una minoranza o ad un gruppo autoctono coloniale contro le semplici persone del gruppo etnico maggioritario o della "madrepatria".
Fatta questa premessa, sostengo tuttavia che non vi sia alcuna contraddizione con l'internazionalismo socialista se gruppi di persone appartenenti a minoranze etniche territoriali o d'oltremare, financo impegnati politicamente per il Socialismo (nelle modalità che ho esposto), decidano parallelamente in campo culturale di dar vita a delle associazioni/aggregazioni per la conservazione, la salvaguardia e la valorizzazione di diversi aspetti culturali indigeni, tra cui la lingua, che altrimenti rischierebbero di scomparire.
Allo stesso tempo non è possibile semplicisticamente liquidare come "istanze piccolo-borghesi" le lotte di quanti, appartenenti a minoranze etniche all'interno di uno Stato o di un territorio coloniale, senza alcuna illusione nei discorsi di "liberazione nazionale", si battano (magari insieme a chi a minoranze non appartiene) per la rimozione immediata delle discriminazioni negative formali o sostanziali, economiche e/o giuridiche, che li differenzino rispetto agli altri cittadini; discriminazioni la cui esistenza è peraltro funzionale anch'essa alla preservazione della divisione sociale del lavoro e della divisione in classi della società (afroamericani negli Stati Uniti, arabi/palestinesi in Israele/Palestina, aborigeni in Canada ed in Australia, curdi in Turchia, eccetera), e che spesso si lega al razzismo - strisciante o palese, anch'esso da combattere - degli sbirri e degli apparati di controllo dello Stato e delle classi dominanti.
In riferimento all'autonomia ed all'autogoverno di tutte le comunità umane, già accennato nel punto 2., il discorso vale ovviamente anche per le popolazioni indigene, una volta che il dominio dello Stato e del Capitale sarà stato spazzato via attraverso una lotta internazionalmente concepita ed attuata. In tal senso in ogni comunità umana concetti quali quelli dell'etnia o della lingua potranno sopravvivere come elementi caratterizzanti il gruppo, la formazione sociale di appartenenza, l'ambito territoriale in cui si vive, alimentandosi di cultura e tradizioni, tuttavia riplasmate in un più ampio quadro di solidarietà umana e di libera unione di tutti gli esseri umani.

 

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Data Creazione/Modifica: 14-04-09

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