La
commedia all'italiana non copre tutta la produzione comico-umoristica del
nostro cinema, è invece uno dei tanti filoni che compongono il macrogenere
della commedia italiana, andandosi ad affiancare alla commedia dei telefoni
bianchi, a quella neosofisticata degli anni '70 e '80 e alle farse erotiche.
Passando ad una prima analisi del genere, si possono riscontrare alcuni tratti
distintivi, contenuti in un’ipotetica scena:
1. Se ad una prima impressione questa richiama caratteri prettamente comici,
con il prossimo svolgersi della vicenda assume connotati drammatici; valga
come esempio la concezione (e la rappresentazione) della morte: ignota per la
commedia tradizionale, che può permettersi di ignorarla o irriderla, qui la
morte è in scena, rappresentata in modo crudo, senza veli né consolazioni. Di
conseguenza viene meno anche l’altra importante certezza della commedia di
tutti i tempi: il lieto fine; i finali apparentemente lieti di certe commedie
all’italiana si possono considerare tali da un punto di vista superficiale, ma
solo a patto di scordare come vi si è arrivati e quanto veleno si nasconde fra
le pieghe.
2. Dunque, quella che di per sé potrebbe essere una normale scena di commedia,
viene capovolta dal contesto e acquista un significato che va al di là del
semplice intrattenimento divertito; il lieto fine (solo apparentemente lieto),
è nuovamente un esempio di come tutti i meccanismi della commedia tradizionale
siano presenti nella commedia all’italiana ma finiscano perlopiù sovvertiti.
Come del resto lo spunto narrativo dell’equivoco, indirizzato non più a
risolvere determinate situazioni sociali, ma a metterne in luce le
contraddizioni.
3. La condizione del protagonista non viene considerata nella sua natura
strettamente personale, ma diventa l’occasione per delineare una situazione
più generale, il cui elemento chiave è l’opposizione fra individuo e società.
È abitudine del personaggio della commedia all’italiana fare di ogni caso
personale una questione universale: questi generalizza, fa del suo caso una
regola, della propria esistenza una massima: si qualifica immediatamente come
forza individuale contrapposta alla forza di massa della società. Ecco il tema
guida, il legame stretto che tiene unita questa commedia alla sua
contemporaneità: la solitudine dell’individuo nella società dei consumi, un
contrasto –narrativo ma anche figurativo- fra un “solo” (l’individuo) e un
“tutti” (la società). Il contrasto è continuo, inevitabile, senza soluzione e
si svolge dappertutto, ma di preferenza in alcuni luoghi caratterizzanti: la
spiaggia, l’automobile, la festa, magari anche il funerale. La società dei
consumi tenta in ogni modo di catturare l’individuo, di annetterselo, di
portargli via la sua principale ricchezza, l’individualità. E in queste
circostanze di estrema coercizione (non sempre violenta: il fascino femminile
può ancora giocare un ruolo determinante) l’individuo talora cede alle
lusinghe, talora vi sfugge, percorrendo una via alla salvezza che però quasi
inevitabilmente si concluderà con la morte.
In luce delle precedenti osservazioni, le commedie italiane che rispondono
alle caratteristiche ricordate appartengono ad un periodo ben definibile,
racchiuso indicativamente fra il 1958 e il 1980. Il 1958 è l’anno dei Soliti
ignoti di Mario Monicelli, il 1980 è invece l’anno della Terrazza di Ettore
Scola, che chiude coscientemente un’epoca e un genere: una sorta di manifesto
a posteriori, una passerella nostalgico celebrativa, una riflessione critica
la cui semplice esistenza testimonia l’avvenuto esaurimento di un fenomeno
artistico. Un denominatore comune lo si trova analogamente nella scelta
autoriale e attoriale: valgano i nomi di Age e Scarpelli fra gli
sceneggiatori, i registi Monicelli, Risi, Comencini, Germi, Scola; e quattro
attori –quattro caratteri- che incarnano in sé il complesso morale e sociale
del genere: Gassman, prototipo del borghese apparentemente soddisfatto, ma
internamente sconfitto, talvolta arrivista e voltagabbana; Manfredi, l'uomo
comune in balia degli eventi; Sordi, italiano medio per eccellenza, borghese
male arrivato capace di rivelare l'anima nera presente nella quotidianità e
Tognazzi, l'uomo meschino volgare e sessuomane.
Per spiegare come e perché la commedia all’italiana sia nata e si sia
sviluppata, occorrerà ricordare alcuni fatti storici avvenuti in Italia tra la
fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta:
1. La formazione di un governo di centro-sinistra in seguito al primo calo
elettorale della Democrazia Cristiana;
2. L’elezione di Giovanni XXIII, che dal 1958 intraprenderà una serie di
riforme all’interno della chiesa, traghettandola nella contemporaeità e
facendola approdare al Concilio vaticano secondo;
3. Il cosiddetto “boom” o “miracolo economico”;
4. La comparsa di nuovi mass-media, su tutti la televisione, che spianano la
strada al consumismo e impongono in Italia un nuovo modello di vita da paesi
ricchi, superiore alle possibilità economiche e mentali degli italiani;
5. La conseguente diffusione di nuovi status symbol, che creano nuove rivalità
sociali e una distinzione sempre più accentuata fra ricchi e poveri;
6. Il tramonto delle forme culturali più ingenue e spontanee come
l’avanspettacolo, la poesia dialettale, i giornali umoristici;
7. L’attenuarsi, dal 1958, del controllo della censura;
8. Il rilancio del cinema italiano nel mondo, in virtù anche delle nomination
all’Oscar per I soliti ignoti e La grande guerra.
A sua volta, la commedia all’italiana, è un insieme di generi che individua
ulteriormente tre fasi:
1. “La commedia del boom” (1958-1964);
2. “La commedia del dopo-boom” (1964-1971), che descrive gli effetti della
congiuntura e ripiega sul privato, anteponendo i temi civili a quelli sociali;
3. “La commedia del ripensamento” (1971-1980), che nell’attraversare gli anni
più grigi della storia italiana recente riflette su se stessa e si giudica.
Ai fini di questo approfondimento, l’attenzione sarà focalizzata sul primo
periodo della Commedia all’italiana per eccellenza, “La commedia del boom”
che, estendendosi fra il 1958 e il 1964, comprende il miracolo economico e ne
racconta splendori e miserie.
La commedia di questi anni è essenzialmente “estiva”, si svolge principalmente
nei luoghi fondamentali della nascente civiltà dei consumi: l’automobile e la
spiaggia. Il nuovo paese appare repentinamente così ricco di allettamenti, di
status symbol, che l’interesse per i problemi privati diviene marginale, ma in
realtà, dietro il trionfalismo, è anche l’epoca del contrasto sempre più
evidente, fra la crescente ricchezza media e la sua inadeguata e ingiusta
distribuzione: epoca di forti opposizioni. Infatti la commedia di questi anni
è quasi esclusivamente in bianco e nero, per avvalorare visivamente il
contrasto fra l’individuo-simbolo e la società consumistica. Sotto una esile
pellicola protettiva composta sui riti entusiastici dell’italiano medio, sulle
esuberanze e vitalità trascinanti, emerge una commedia triste, drammatica,
piena di presentimenti, che ritrae al tempo stesso l’euforia e la
consapevolezza della sua fragilità e della malcelata convinzione che tanto
ottimismo non potrà durare a lungo. Considerando dunque tutti i caratteri di
una ipotetica commedia-tipo di questi anni, si otterrebbe una trama in cui il
protagonista, ad esempio un Gassman probabile neoricco con qualche debito e
molte ambizioni sociali, parte con un amico per un viaggio estivo in
automobile. Ha parecchie esperienze ed avventure, la sera finisce in un locale
notturno (in sottofondo, le canzonette più in voga). Al mattino, in un bagno
di sole, trascorre qualche ora felice su una spiaggia sovraffollata, infine
decide di tornare in città, ma muore in un incidente stradale. Si osservi: si
otterrebbe un risultato non troppo dissimile dal Sorpasso di Dino Risi
Storicamente, come già affermato, tuttavia è I soliti ignoti la prima commedia
all’italiana vera e propria: nata casualmente, per sfruttare le scenografie
delle Notti bianche di Visconti, è una storia di ladri improbabili anelanti la
borghesia, il cui contesto potrebbe appartenere ancora agli anni Cinquanta. Ma
ciò che vi si trova di decisamente nuovo è lo stile: le inquadrature dal
taglio moderno ed essenziale, la struttura agile e tuttavia ricercata, giocata
fra sequenze ironiche e didascalie alla maniera del cinema muto, il gusto per
la ricerca musicale rappresentata da un’elegante commento jazz in luogo dei
motivetti provinciali, i dialoghi e la sceneggiatura impeccabili. E compare
anche la morte in scena. A prima vista questi personaggi denotano una naturale
somiglianza con gli eroi di borgata anni Cinquanta, i “poveri-ma-belli”, con
la fondamentale differenza che se i protagonisti del neorealismo rosa
riuscivano giungere al compimento delle proprie intenzioni, questi sono
inevitabilmente dei perdenti. Tutto sembra facile, ma alla fine niente si
riesce a compiere: esattamente come accadrà per il boom economico italiano.
Con I Soliti ignoti si inaugura un filone dalla fisionomia giallo-rosa in cui,
più della trama gialla, importano agli autori le vicende di alcuni disgraziati
accarezzati per qualche attimo, a contatto con il mondo dei signori, dal
miraggio di una ricchezza facile che significa prestigio sociale. Ne emerge un
carattere ben definito, un personaggio specifico che andrà a comporre, insieme
a moltissimi altri, una galleria di ritratti fra virgolette che nella sua
lunga storia la commedia all’italiana è andata compilando, un esauriente
dizionario sociologico degli italiani di cui I Mostri sarà la programmatica
attuazione filmica. Le pellicole più rappresentative sono quelle in cui
“l’articolo determinativo precede un sostantivo che indica lo stato civile o
il mestiere dei protagonisti”. Ad esempio, già negli anni Cinquanta è Sordi ad
offrire un vasto campionario di maschi italiani nei loro disastrosi rapporti
con l’altro sesso: dapprima è Il Seduttore (1954), poi diventa Lo Scapolo
(1956), Il Marito (1958), Il Vedovo (1959). In particolare, Il Vedovo di Dino
Risi è la prima commedia del boom in senso stretto: Alberto Sordi vi delinea
magistralmente il tipo del borghese inetto, vile e opportunista che insegue
con tutti i mezzi leciti e illeciti il successo economico, finendo vittima dei
suoi stessi piani di ricchezza. Allo stesso filone dell’italiano medio alle
prese con il boom appartengono Il Moralista (1959, di Giorgio Bianchi),
L’impiegato (1959, di Gianni Puccini) e Il Mantenuto (1961, di Ugo Tognazzi).
Una galleria di ritratti a sé è dedicata anche ai tutori dell’ordine,
prosecuzione di un filone già fiorente negli anni Cinquanta: Il Vigile (1960,
di Luigi Zampa), Il Corazziere (1960, di Camillo Mastrocinque) Il Carabiniere
a cavallo (1961, di Carlo Lizzani) e l’unico film di Totò protagonista che
possa essere considerato commedia all’italiana, Il Comandante (1963, di Paolo
Heusch).
Con l’effetto dirompente della Grande Guerra (1959, di Mario Monicelli), in
cui la più efferata di tutte le guerre viene raccontata senza retorica ,
attraverso le vicende di due antieroi-tipo, sempre soli, anche
figurativamente, contro tutto e tutti, l’Italia troverà il coraggio di mettere
in scena anche l’epoca fascista, seppur con molteplici eccessi farseschi. La
continuità tra il filone storico-fascista e la commedia del boom è attestata
da uno dei migliori film degli anni Sessanta, Una vita difficile (1961, di
Dino Risi su soggetto di Rodolfo Sonego) che inizia come commedia storica nel
1943 e si conclude in pieno boom nel 1961. Saga ventennale e prototipo per i
successivi Il padre di famiglia e C’eravamo tanto amati, Una vita difficile è
un film commosso e immediato, mettendo a confronto i grandi problemi della
vita, idee, sentimenti e disillusioni di un uomo senza grandi qualità, “medio”
per eccellenza, ma coerente e idealista: nonostante i suoi difetti, quest’uomo
svetta moralmente su un’Italia facile, mercenaria, incoerente, sempre pronta a
concedersi al miglior offerente, e osserva il boom soltanto attraverso gli
occhi e la solitudine di chi ne è escluso.
Una vita difficile indica chiaramente in Risi il regista per eccellenza
dell’epoca, specializzato nel fissare su pellicola con tempismo cronometrico
ogni nuovo fenomeno di costume, maestro nella “prima impressione” grazie alla
quale i suoi film offrono una significativa sintomatologia dei mali sociali
degli anni a venire. Il sorpasso (1962, sceneggiatura di Risi, Scola e Maccari
su soggetto di Rodolfo Sonego) presenta attraverso la struttura del road-movie
il ritratto acutissimo di un’Italia al culmine della ricchezza, dove però
l’euforia è già turbata dai primi presentimenti. E poiché Il sorpasso otterrà
un inatteso successo commerciale, si penserà a bissarlo l’anno seguente con Il
Successo (1963), che rappresenterà una sorta di postilla per chi non avesse
colto appieno il vero significato dell’episodio precedente: stessa produzione
e regista (ma solo in un secondo tempo) e stessi attori protagonisti, anche il
titolo è una non casuale assonanza.
Un vero e proprio campionario di tipi e situazioni del boom è anche il film
successivo di Risi, I mostri (1963): venti episodi brevi, alcuni brevissimi,
trattano all’incirca tutti i problemi dell’epoca: le raccomandazioni e
l’educazione alla vita facile, i tradimenti di borghese routine e gli inghippi
politici, il mondo del cinema e della tv, la spiaggia e i vigili urbani, il
mito della Seicento e le corse a perdifiato dietro al successo. I mostri
inaugura quel filone a episodi di cui resterà anche l’esempio migliore.
Non solo le opere Risi, ma anche alcune commedie di altri autori colgono
magistralmente il boom nella sua doppia componente di ostentata euforia e
sotterranei presentimenti: La voglia matta (1962, di Luciano Salce)
rappresenta la voglia, naturalmente insoddisfatta, del sesso come un
allettamento consumistico fra i tanti, attraverso la vicenda di un maturo
ingegnere milanese (Ugo Tognazzi) che sogna una facile avventura balneare con
una conturbante sedicenne (Catherine Spaak), salvo uscirne prostrato e con la
dignità in frantumi.
L’altra voglia matta (di ogni epoca), la brama di denaro, la fa invece da
padrone nel Boom (1963, di Vittorio De Sica), uno dei capolavori del cinema
italiano: tutto il film sarà una smentita del titolo, cioè una conferma della
tendenza istituita, nella commedia all’italiana, di mettere fra virgolette un
concetto e di ribaltarlo sistematicamente. Ci sia pure il boom, lo spettatore
intanto viene coinvolto nelle vicende di un uomo (Sordi) costretto a vendere
un occhio per mantenere l’affetto della moglie e la possibilità di soddisfare
i suoi bisogni superflui. Benché annoverato fra la produzione minore del
tandem DeSica-Zavattini, oltre al soggetto, il film è girato benissimo, anche
meglio dei classici neorealisti, con uno stile cinematografico aggiornato agli
anni Sessanta ma non incompatibile con la misura che si addice alla commedia.
Leggermente in disparte dalle tematiche principali della commedia
all’italiana, ma ad essa accomunata dallo stile e dagli orizzonti satirici, si
pone la commedia “meridionalistica”, inventata da Pietro Germi, costituisce un
genere a sé: il luogo e il tempo non sono quelli dell’Italia del boom, la
civiltà dei consumi sembra lontana, richiamata solo da vaghe allusioni che
riconducono alla contemporaneità; sussiste invece una società antica e
immutabile ma che paradossalmente diviene lo stesso oggetto di critica di film
come Il sorpasso.
Divorzio all’italiana (1961,di Pietro Germi) nasce come un film drammatico, ma
a conti fatti l’esito è quello di una satira feroce, dirompente, però con una
sua compostezza di fondo; Germi, collocando la vicenda in un paesino più o
meno immaginario, dove il parroco invita dal pulpito a votare liberamente “un
partito che sia democratico e cristiano”, aggancia i malcostumi antichi a
quelli dell’Italia contemporanea. Sulla scia del successo (dovuto anche ad
un’interpretazione magistrale di Mastroianni), verranno prodotti altri film
sulla Sicilia rituale e medioevale, ma solo Sedotta e abbandonata (1964,
ancora di Germi) sarà degno del predecessore: quasi un documentario
antropologico su un mondo di barbari, sull’arcaico codice penale che permette
di riparare con il matrimonio qualunque misfatto sessuale.
Negli anni Sessanta si va delineando un ulteriore filone rappresentato da tre
pellicole incentrate più marcatamente sul personaggio femminile, assunto come
ritratto da Antonio Pietrangeli: Adua e le compagne (1960), La parmigiana
(1963), e La visita (1963). Questi film, in cui sia gli elementi comici sia
quelli drammatici risultano abbastanza sfumati, raccontano le stesse vicende
di donne sole, avviate senza convinzione sulla strada dell’anticonformismo,
che sfiorano la normalità borghese e il matrimonio, ma infine li mancano o li
evitano per scelta, anteponendo la propria libertà in una società che la
ricchezza facile ha reso maschilista oltre l’eccesso. Pietrangeli è maestro
dello stile medio, rasenta non di rado la satira di costume, specie
all’indirizzo dei maschi predatori, ma al contrario di Risi o Monicelli,
preferisce al bersaglio in modo indiretto.
Nel 1964 l’economia italiana entra in una fase di arresto. Il boom è finito e
una parola nuova si fa strada nell’opinione pubblica: recessione. Non potendo
più scagliarsi contro la boom-society, la commedia di costume ripiega sui
problemi privati. Da una parte intraprende una crociata progressiva a favore
del divorzio; dall’altra prende le distanze dalla nuova generazione che sta
avviandosi al ’68. La generazione del boom, e adesso del dopo boom, sembra
aver perso entusiasmo, vittima di un appiattimento generale; come lamenta
Tognazzi nella Vita agra, sono aumentati a dismisura gli uomini medi, uomini
fatti in serie, almeno nell’ambito della borghesia, protagonista assoluta
della commedia del boom: tutti hanno ormai la macchina, tutti la televisione,
tutti possono permettersi quindici giorni di ferie a Riccione. Il boom non si
è esaurito da un giorno all’altro, è stato soltanto riedito in versione
“tascabile”, economica: è diventato tranquillo benessere di un intero paese.
Tutto appare soltanto più ambiguo e si gettano le basi per la crisi delle
ideologie che caratterizzerà gli anni Settanta.