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#Miscellanea di Francesco Luzzi

La Dolce Vita” (Parallelismi e continuità con la commedia all’italiana);

“E poi, doveva succedere, il film ormai pronto diventò una cosa di tutti. Deflagrò come una bomba nel febbraio ’60 e il giorno dopo qualcuno si accorse che l’Italia non era più la stessa. Certo non l’aveva cambiata la Dolce Vita, ma ne era stato l’annuncio vistoso: il segnale di un decennio di mutazioni che si sarebbero succedute a rotta di collo”. Tullio Kezich: “Su la dolce vita con Federico Fellini”, Marsilio, Venezia 1996.

Come si desume dalle parole di Kezich, La dolce vita suggerisce, già all’atto della sua prima rappresentazione, una via alternativa alla comprensione e allo studio di quell’Italia in mutazione e ammodernamento, immersa nel boom economico e in un inedito glamour, nella quale aveva mosso i primi passi la commedia all’italiana. Ma se le opere di Risi, Monicelli e dei grandi autori che si affacciano sul cinema di questi anni, richiamano una visione dall’esterno, senza adesione né critica accesa, limitandosi quasi alla semplice constatazione di un fenomeno oggettivamente più grande di loro, il lavoro di Fellini non ha invece timore di immergersi completamente, gettarsi a capofitto, nei riti e nei sistemi sociali di un mondo convulso e (auto)distruttivo, assecondandone le eccentricità e assumendone i ritmi.

I personaggi protagonisti della commedia all’italiana si designano come appartenenti a quella categoria di disadattati e arrampicatori sociali, impegnati nel tentativo di agguantare il miraggio di una tranquilla e soddisfatta esistenza borghese, ma di fatto sono impediti nello scopo o dalle loro inettitudini o da una coincidenza (non sempre fortuita) di accidenti. Guardano il mondo che li alletta, quasi sempre dall’esterno, vengono da esso costantemente irretiti, ma all’atto di entrarvi mostrano inspiegabilmente tutte le loro incapacità: è un mondo che intimamente non li desidera, anche se apparentemente tenta in ogni modo di avvincerli.

A differenza dei Mostri o dei Soliti ignoti, il Marcello di Fellini è riuscito ad integrarsi completamente in questo nuovo assetto sociale, riuscendo non solo a sopravvivergli, ma anche a piegarlo ai suoi interessi: è un uomo riconosciuto nel suo ruolo, è un’istituzione nell’alta borghesia romana, un regista raffinato e smaliziato delle personalità che lo circondano. Tuttavia in qualche modo risulta esserne il servo. All’occorrenza, smessi i panni del cronista mondano, può trasformarsi nel diletto di una notte per qualche ereditiera ricca tediata (senza mai perdere però il senso di essere lui il protagonista della scelta) o essere il mattatore in un festino eccentrico, che ricorda da vicino quanto raccontato dai rotocalchi in occasione dello spogliarello di Haiche Nanà al Rugantino, solo per il divertimento di una varia umanità annoiata. I fatti però dimostrano il contrario; Marcello, per ottenere il suo status sociale e tutto il corollario di status symbol che lo circondano (in molte scene la sua auto sportiva fa bella mostra di sé) ha fatto una rinuncia importante: ha rinunciato all’idea di essere scrittore. E questa decisione rappresenta metaforicamente l’abbandono della propria individualità, del proprio libero pensiero, a favore dei lussi e dei facili riconoscimenti mondani di una società sfavillante ma che mostra in più occasioni già i segni preoccupanti dell’imminente cedimento. Marcello tuttavia non se ne avvede: troppo impegnato a entrare e uscire da night club e conferenze stampa, attività fra cui si inserisce come un’epifania l’episodio straniante alla Fontana di Trevi, una purificazione in cui anche il tempo, per una volta, si ferma. Eliminando la lucente patina superficiale, si intuisce che Marcello non è dunque padrone di se stesso, il che si traduce in un’insolita ansia di vivere, un affannarsi continuo nello stare al passo con le star dello spettacolo, nobili assopiti e bambini visionari: un’esigenza insaziabile di presenzialismo. Ad ogni evento lui c’è; ma rischia di non esserci quando l’unica persona che lo ama, Emma, tenta il suicidio, motivato proprio dalla mancanza di attenzioni nei suoi confronti da parte di lui.

Però esiste a tutto ciò un’alternativa, che Fellini ci offre con Steiner: un intellettuale di prestigio che rappresenta la via della letteratura contro la dissipazione del giornalismo e del cinema. E Steiner, in qualche modo, diviene un modello per un Marcello, ora decisamente confuso sul prosieguo delle proprie vicende personali, se continuare sulla via dell’effimero o tornare agli affetti: quasi lo convince a rivolgersi sui suoi passi, semplicemente con la sua testimonianza vivente, ma Fellini non prevede –giustamente- una redenzione per il suo personaggio. Dunque il suicidio del mentore. La fine di Steiner è quella dei profeti disarmati, che non hanno altro che cuore e occhi aperti al futuro, ma nessuna forza di lavoro per realizzarlo. Steiner è un personaggio solo (solitudine nella positività, ma tanto più pesante e terribile) che viene travolto proprio da questo suo sentirsi, con lo spirito e la mente, “fuori del tempo”, già nel futuro, e invece con la persona concreta, e tutta la rete degli affetti, esposto in quel tempo, terribilmente indifeso, inerme e anche senza capacità di impegnarsi più concretamente. Così l’episodio della “serata in casa Steiner” sarà una specie di ansiosa veglia e vigilia di un mondo nuovo, intuita però da gente che non ha armi e mani per realizzarlo. Con l’uscita di scena di Steiner, Marcello ricade nell’oblio, in modo ancora più profondo; ultimo passo verso il totale annientamento: il dolce annegare nelle sfrenatezze ubriacate nell’orgia a Fregene, durante la quale sarà nuovamente il Marcello acclamato protagonista, che sancirà il definitivo distacco dalla vera (magari non così “dolce”) vita.

Ritorna in ultima analisi il raffronto con i personaggi coevi, con il tema dell’incomunicabilità; ciò che allontana i personaggi della commedia all’italiana da quel mondo che tanto agognano è anzitutto la mancanza di dialogo, un dialogo mancante non per assenza di argomenti, di cui l’arrivista è sempre prodigo, ma a causa dell’adozione di vocabolari diversi e inconciliabili. Nella commedia all’italiana è molto frequente l’equivoco, questo perché non ci si intende: a nulla valgono i tentativi di coloro che vivono “una vita difficile” a farsi capire e accettare. Marcello è infine caduto in questo regime, ma all’opposto: è un uomo arrivato che dall’interno di un mondo sull’orlo dell’autodistruzione (gonfio e putrescente come il pesce mostruoso tirato a riva nell’ultima sequenza) non riesce più a comunicare con l’esterno, poiché non riesce più ad afferrare i messaggi che ancora gli giungono dalla vita reale. Vi è un canale, nell’ultima scena, a separarlo dalla ragazzina che tenta di comunicargli qualcosa: si vede distintamente muoversi la bocca, ma le parole, ormai, non giungono all’orecchio.

 

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Data Creazione/Modifica: 09-02-09

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