“E
poi, doveva succedere, il film ormai pronto diventò una cosa di tutti.
Deflagrò come una bomba nel febbraio ’60 e il giorno dopo qualcuno si accorse
che l’Italia non era più la stessa. Certo non l’aveva cambiata la Dolce Vita,
ma ne era stato l’annuncio vistoso: il segnale di un decennio di mutazioni che
si sarebbero succedute a rotta di collo”. Tullio Kezich: “Su la dolce vita con
Federico Fellini”, Marsilio, Venezia 1996.
Come si desume dalle parole di Kezich, La dolce vita suggerisce, già all’atto
della sua prima rappresentazione, una via alternativa alla comprensione e allo
studio di quell’Italia in mutazione e ammodernamento, immersa nel boom
economico e in un inedito glamour, nella quale aveva mosso i primi passi la
commedia all’italiana. Ma se le opere di Risi, Monicelli e dei grandi autori
che si affacciano sul cinema di questi anni, richiamano una visione
dall’esterno, senza adesione né critica accesa, limitandosi quasi alla
semplice constatazione di un fenomeno oggettivamente più grande di loro, il
lavoro di Fellini non ha invece timore di immergersi completamente, gettarsi a
capofitto, nei riti e nei sistemi sociali di un mondo convulso e
(auto)distruttivo, assecondandone le eccentricità e assumendone i ritmi.
I personaggi protagonisti della commedia all’italiana si designano come
appartenenti a quella categoria di disadattati e arrampicatori sociali,
impegnati nel tentativo di agguantare il miraggio di una tranquilla e
soddisfatta esistenza borghese, ma di fatto sono impediti nello scopo o dalle
loro inettitudini o da una coincidenza (non sempre fortuita) di accidenti.
Guardano il mondo che li alletta, quasi sempre dall’esterno, vengono da esso
costantemente irretiti, ma all’atto di entrarvi mostrano inspiegabilmente
tutte le loro incapacità: è un mondo che intimamente non li desidera, anche se
apparentemente tenta in ogni modo di avvincerli.
A differenza dei Mostri o dei Soliti ignoti, il Marcello di Fellini è riuscito
ad integrarsi completamente in questo nuovo assetto sociale, riuscendo non
solo a sopravvivergli, ma anche a piegarlo ai suoi interessi: è un uomo
riconosciuto nel suo ruolo, è un’istituzione nell’alta borghesia romana, un
regista raffinato e smaliziato delle personalità che lo circondano. Tuttavia
in qualche modo risulta esserne il servo. All’occorrenza, smessi i panni del
cronista mondano, può trasformarsi nel diletto di una notte per qualche
ereditiera ricca tediata (senza mai perdere però il senso di essere lui il
protagonista della scelta) o essere il mattatore in un festino eccentrico, che
ricorda da vicino quanto raccontato dai rotocalchi in occasione dello
spogliarello di Haiche Nanà al Rugantino, solo per il divertimento di una
varia umanità annoiata. I fatti però dimostrano il contrario; Marcello, per
ottenere il suo status sociale e tutto il corollario di status symbol che lo
circondano (in molte scene la sua auto sportiva fa bella mostra di sé) ha
fatto una rinuncia importante: ha rinunciato all’idea di essere scrittore. E
questa decisione rappresenta metaforicamente l’abbandono della propria
individualità, del proprio libero pensiero, a favore dei lussi e dei facili
riconoscimenti mondani di una società sfavillante ma che mostra in più
occasioni già i segni preoccupanti dell’imminente cedimento. Marcello tuttavia
non se ne avvede: troppo impegnato a entrare e uscire da night club e
conferenze stampa, attività fra cui si inserisce come un’epifania l’episodio
straniante alla Fontana di Trevi, una purificazione in cui anche il tempo, per
una volta, si ferma. Eliminando la lucente patina superficiale, si intuisce
che Marcello non è dunque padrone di se stesso, il che si traduce in
un’insolita ansia di vivere, un affannarsi continuo nello stare al passo con
le star dello spettacolo, nobili assopiti e bambini visionari: un’esigenza
insaziabile di presenzialismo. Ad ogni evento lui c’è; ma rischia di non
esserci quando l’unica persona che lo ama, Emma, tenta il suicidio, motivato
proprio dalla mancanza di attenzioni nei suoi confronti da parte di lui.
Però esiste a tutto ciò un’alternativa, che Fellini ci offre con Steiner: un
intellettuale di prestigio che rappresenta la via della letteratura contro la
dissipazione del giornalismo e del cinema. E Steiner, in qualche modo, diviene
un modello per un Marcello, ora decisamente confuso sul prosieguo delle
proprie vicende personali, se continuare sulla via dell’effimero o tornare
agli affetti: quasi lo convince a rivolgersi sui suoi passi, semplicemente con
la sua testimonianza vivente, ma Fellini non prevede –giustamente- una
redenzione per il suo personaggio. Dunque il suicidio del mentore. La fine di
Steiner è quella dei profeti disarmati, che non hanno altro che cuore e occhi
aperti al futuro, ma nessuna forza di lavoro per realizzarlo. Steiner è un
personaggio solo (solitudine nella positività, ma tanto più pesante e
terribile) che viene travolto proprio da questo suo sentirsi, con lo spirito e
la mente, “fuori del tempo”, già nel futuro, e invece con la persona concreta,
e tutta la rete degli affetti, esposto in quel tempo, terribilmente indifeso,
inerme e anche senza capacità di impegnarsi più concretamente. Così l’episodio
della “serata in casa Steiner” sarà una specie di ansiosa veglia e vigilia di
un mondo nuovo, intuita però da gente che non ha armi e mani per realizzarlo.
Con l’uscita di scena di Steiner, Marcello ricade nell’oblio, in modo ancora
più profondo; ultimo passo verso il totale annientamento: il dolce annegare
nelle sfrenatezze ubriacate nell’orgia a Fregene, durante la quale sarà
nuovamente il Marcello acclamato protagonista, che sancirà il definitivo
distacco dalla vera (magari non così “dolce”) vita.
Ritorna in ultima analisi il raffronto con i personaggi coevi, con il tema
dell’incomunicabilità; ciò che allontana i personaggi della commedia
all’italiana da quel mondo che tanto agognano è anzitutto la mancanza di
dialogo, un dialogo mancante non per assenza di argomenti, di cui l’arrivista
è sempre prodigo, ma a causa dell’adozione di vocabolari diversi e
inconciliabili. Nella commedia all’italiana è molto frequente l’equivoco,
questo perché non ci si intende: a nulla valgono i tentativi di coloro che
vivono “una vita difficile” a farsi capire e accettare. Marcello è infine
caduto in questo regime, ma all’opposto: è un uomo arrivato che dall’interno
di un mondo sull’orlo dell’autodistruzione (gonfio e putrescente come il pesce
mostruoso tirato a riva nell’ultima sequenza) non riesce più a comunicare con
l’esterno, poiché non riesce più ad afferrare i messaggi che ancora gli
giungono dalla vita reale. Vi è un canale, nell’ultima scena, a separarlo
dalla ragazzina che tenta di comunicargli qualcosa: si vede distintamente
muoversi la bocca, ma le parole, ormai, non giungono all’orecchio.