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Ritengo che l’attuale forma di stato italiana abbia già le
caratteristiche necessarie per attuare il processo di cambiamento e rinnovamento
che ho in mente. E’ infatti grande il valore del testo scaturito dall’ Assemblea
Costituente e si adatta quasi alla perfezione a quella che è l’attuale
situazione politico-partitica.
Le modifiche che dal mio punto di vista andrebbero attuate sono poco numerose e
non sconvolgono il testo originale.
Prima di continuare è necessario affermare che è sempre il principio della
sovranità popolare a vigere. Di conseguenza, in tutto e per tutto, sottolineo
che è il popolo ad avere la funzione di legittimare il potere di qualsiasi
organo esistente, di governo e non.
La Repubblica Italiana è caratterizzata dalla presenza di cinque organi
costituzionali: corpo elettorale, Parlamento, Governo, Corte Costituzionale,
Presidente della Repubblica. Di seguito, una dopo l’altra, ecco le modifiche che
ritengo necessarie.
Iniziamo con il corpo elettorale. Il diritto di voto permette alla gente
d’esprimere un’opinione politica ogni volta che ci sono le elezioni. Il non
votare significa disinteressarsi completamente dello Stato, non partecipando
attivamente alla costruzione d’un futuro migliore. In quest’ottica comprenderete
facilmente il motivo per cui “votare” rappresenta un dovere morale. Per tutti
coloro che disertano le urne, tranne che per motivi di primaria gravità,
proporrei la decadenza del loro diritto di voto per la tornata elettorale
successiva. Dalle elezioni devono scaturire vincitori scelti solamente dalle
persone interessate. Il senso civico tornerebbe così ad essere un valore di
moda. Anche per i referendum abbatterei (laddove è previsto) l’inutile quorum
del 50% : spesso infatti non viene raggiunto perché le materie trattate sono
troppo lontane dai cittadini. In questo caso, solo in questo caso, giustifico il
parziale disinteresse della gente.
Chiunque è libero di affermare che tra “il votare e il non votare non cambia
nulla”. La cosa di cui vorrei sottolineare l’importanza è che codeste persone
non si devono permettere, in un secondo tempo, di avanzare lamentele di alcun
tipo, dato che la loro scelta l’ hanno fatta decidendo di non andare a votare.
Disinteressarsi in un momento così cruciale del processo democratico equivale a
non curarsi delle proprie condizioni. Una scelta da rispettare, ma che è
radicale. Se si decide di essere qualunquisti, bisogna portare avanti con
coerenza la propria decisione.
Passiamo ora al parlamento. Esso ha una struttura bicamerale, essendo diviso in
due camere che svolgono di fatto le stesse funzioni; per quale motivo la
Costituente ha adottato questo sistema, apparentemente così complesso? Era il
1861 quando accanto a una camera elettiva se ne pose un’altra di nomina regia.
Dopo la caduta del fascismo la Monarchia perse il referendum contro la
Repubblica. Si decise in seguito di mantenere la distinzione in due camere e,
ovviamente, entrambe furono volute elettive. Oggi è ancora conveniente avere due
camere paritetiche aventi le stesse funzioni? Il “vantaggio” sarebbe quello di
costringere il legislatore a una doppia riflessione su ciascuna legge. Il mio
personale giudizio su questo sistema? Farraginoso, laborioso, complesso, lungo e
colmo di inutili sprechi di tempo: l’iter parlamentare della legge potrebbe
durare mesi e, al momento della tanto auspicata approvazione, non essere magari
più adeguata alle necessità del momento. Vogliamo per caso continuare in questo
modo ancora a lungo? E’ necessaria una radicale riforma istituzionale che porti
all’abolizione del senato. Un sistema monocamerale, snello, veloce e adeguato ai
tempi, risparmierebbe un enorme mole di burocrazia. C’è chi parla di senato
federale, senato delle regioni, o cose simili: capisco che le poltrone
disponibili sarebbero di numero inferiore, ma il senato non per forza deve
essere rimpiazzato con un’ altra inutile congrega di parolai. Agire, agire,
agire!
Per quanto riguarda il partitismo dilagante degli ultimi anni la soluzione è
presto detta: permettere d’avere parlamentari solo ai partiti che superano lo
sbarramento del 10%. In questo modo i partiti minori tenderebbero ad allearsi
creando realtà di maggiore importanza (l’esempio della “Margherita” nelle
elezioni politiche 2001 è ad hoc). Governabilità e rappresentanza, le due parole
d’ordine d’ogni sistema democratico, sarebbero in questo modo preservate nella
loro più profonda importanza.
Un sistema elettorale misto (40% maggioritario e 60% proporzionale) dovrebbe
essere accompagnato da un premio di maggioranza per chi vince le elezioni come
minimo del 10% nei confronti di chi le perde. In questo modo il Governo potrebbe
godere d’una più ampia maggioranza parlamentare grazie alla quale poter operare
con tranquillità le riforme necessarie per il bene del paese. Si troverebbe
oltretutto al riparo da “ribaltoni”, i quali, seppur costituzionalmente validi,
sono immorali in quanto non giustificati dal voto popolare. Cancellerei da
qualsiasi emiciclo parlamentare soggetti non votati da nessuno, come oggi ad
esempio avviene con i Senatori a vita.
Mi accingo ora a parlare del ruolo che avrebbe, in questa nuova organizzazione
politica, il Capo del Governo. Innanzitutto, come abbiamo avuto modo di vedere
nelle ultime tornate elettorali, gli scontri politici sono avvenuti tra i
leaders delle due coalizioni in campo, evidenziando una personificazione della
disputa particolarmente marcata. La mia speranza è che in futuro gli elettori si
trovino a dover scegliere non solo tra due schieramenti, ma tra uomini
potenziali capi di governo. Dopo che in ambito locale s’è data alla gente la
possibilità di scegliere direttamente (senza intermediazioni partitiche) i
propri rappresentanti, non comprendo il motivo per cui ciò non possa avvenire
anche a livello nazionale per il Capo del Governo: questa sarebbe un’ulteriore
risorsa democratica. Una doppia scelta: coalizione (o partito) e leader (da
scegliere da un elenco proposto dalla direzione del partito). Basta primarie,
primariette, inutili diatribe o finte libertà. La gente sceglie, le oligarchie
rispettano la decisione popolare. Il Presidente della Repubblica continuerebbe
ad avere quel ruolo di garante. Verrebbe ora eletto solo da una camera.
Perderebbe il compito di scegliere il Capo del Governo, essendo quest’ultimo
eletto direttamente dal popolo. Assumerebbe un nuovo incarico, quello di
ministro degli esteri: questo permetterebbe allo Stato d’avere continuità anche
in politica estera, pur alternandosi i governi. Ne gioverebbe il prestigio
dell’Italia anche a livello internazionale e , soprattutto, in un contesto
europeo.
La corte Costituzionale manterrebbe il compito di giudicare sulle controversie
relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti dello Stato e
delle Regioni, continuando a controllare la conformità delle leggi ordinarie
alla costituzione.
In passato lo Stato aveva prestigio tra la gente. Se veramente vuole
riappropriarsi della propria autorevolezza, non deve più apparire come un eterno
rimorchiato dalle correnti vive del Paese, piuttosto dovrà sapere precorrerle e
anticiparle.
Impadronendosi nuovamente di quel ruolo di guida che gli è proprio, lo Stato
potrà con decisione rilanciare l’economia e stroncare sul nascere fenomeni
sociali degeneranti che di positivo non hanno nulla.
Mostrandosi deciso e voglioso di fare del bene, riacquisterà credito tra gli
stessi Italiani. La gente ha bisogno di uno Stato efficiente, un Governo forte
ed una classe dirigente valida, che ispirino e conducano sulla retta via la
Nazione tutta.
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Indice
Premessa
CAPITOLO
PRIMO:
La Nazione,
l’Europa
CAPITOLO
SECONDO:
Lo Stato, il
Governo
CAPITOLO TERZO:
Politica
Estera, Forze Armate
CAPITOLO
QUARTO:
La Giustizia
CAPITOLO
QUINTO:
Ordine,Democrazia, Efficienza
CAPITOLO SESTO:
Economia,
Liberismo, Sindacati
CAPITOLO SETTIMO:
I
Nemici dello Stato
Conclusione
Fonti
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