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Mi accingo ora a parlare dell’economia nazionale e di
quelle che dovrebbero essere le sue ramificazioni nella società e nello Stato.
Per quanto mi riguarda, l’elemento “capitale” è da liberare ulteriormente e da
potenziare soprattutto in Italia, dove il giogo statale ha per troppo tempo
malamministrato gran parte del mondo finanziario. Il liberismo capitalista è una
gerarchia e non solo una rapace accumulazione di ricchezze. Solo grazie a questo
sistema avviene un’elaborazione, una selezione e una coordinazione di valori. E’
indubbio che il capitalismo ha il merito di infondere tra i lavoratori un senso
più ampiamente sviluppato della responsabilità individuale e li porta ad
affrontare la realtà con maggiore assennatezza. Senza il capitalismo l’Italia
non si sarebbe rialzata dopo la tragedia dopo la tragedia della Seconda Guerra
mondiale. Tutti i sistemi di economia associata, monopolistica e
cooperativistica, i quali prescindono dalla libera iniziativa e dagli impulsi
individuali, sono falliti più o meno pietosamente in un rapido volgere di tempo.
In luogo d’una inutile e dannosa “lotta di classe” , auspico la realizzazione
d’una più costruttiva collaborazione, col fine di non buttare al vento energie
fisiche e mentali. Se tutte le categorie del popolo italiano, da quella che
lavora con le braccia, a quelle che ripartiscono e distribuiscono la ricchezza,
a quelle che realizzano risparmio e lo investono nella produzione,si mettono
d’accordo nel constatare la necessità di disciplinare e di armonizzare tutti gli
sforzi, l’Italia avrà un futuro fatto di vittorie economiche, sia a livello
nazionale che internazionale. Le direttive di politica interna si riassumono in
queste parole:economia,lavoro,disciplina . Il Governo deve sapere aiutare
intelligentemente tutte le forze produttive della Nazione, incentivarle a creare
ricchezza e occupazione, lasciare all’iniziativa privata il suo libero gioco,
rinunziare ad ogni legislazione interventistica o vincolistica (che può appagare
la demagogia delle sinistre, ma alla fine riesce assolutamente dannosa agli
interessi e allo sviluppo dell’economia, come l’esperienza dimostra).
Alcune frange del sindacalismo italiano rappresentano un vero e proprio
problema. Qualsiasi logica porta a pensare che un sistema in cui certi sindacati
sono legati a partiti politici è controproducente, perché carico di
pregiudiziali. L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori
stessi, non venire gestita da una congrega più o meno numerosa di politicanti
tesserati. In Italia la politica dei partiti assassina il sindacalismo, in
quanto i criteri politici di alcuni dei suoi dirigenti prevalgono senza dubbio
su quello che è il reale compito di queste organizzazioni, vale a dire difendere
gli interessi economici e professionali dei lavoratori. Il fatto che durante i
cinque anni di governo centro-sinistroide i principali sindacati italiani sono
letteralmente caduti in letargo per poi bruscamente risvegliarsi dopo il 13
maggio, non fa altro che avvalorare le mie parole. Un personaggio come Sergio
Cofferati parla oramai da leader (?) politico, non più da leader sindacale.E’
quindi una conseguenza naturale paragonare le sue parole a quelle di uno degli
innumerevoli capofila di partito che costellano l’opposizione parlamentare e non
solo. Può certa gente difendere seriamente e credibilmente gli interessi dei
lavoratori? A essere difesi sono, al massimo, alcuni vetusti e insignificanti
principi sbandierati dalle sinistre di ieri, oggi e domani.
E’ necessario comunque che i datori di lavoro non approfittino del loro potere
per soddisfare stupidi egoismi; gli operai e i dipendenti di qualsiasi azienda
devono essere considerati come gli elementi necessari alla produzione: è
essenziale difendere dunque i loro interessi, poiché ciò significa difendere gli
interessi della Nazione.
La filosofia economica rinnovatrice che il nuovo Governo sta diffondendo tra la
gente ha il merito di abbassare le tasse e di incentivare i consumi (e quindi
l’economia). Per ora è prematuro iniziare a dare i voti a questo Governo, dato
che gli eventi internazionali (guerre, terrorismo, crisi dell’industria pesante)
stanno influendo eccessivamente al ribasso su quelle che sono le previsioni
economiche di tutti i paesi industrializzati mondiali.
Solo in futuro, quando i tempi saranno più tranquilli, potremo con maggiore
serenità giudicare la validità del liberismo berlusconiano.
Se l’economia della Nazione va a precipizio, tutto quello che vi è dentro,
istituzioni, uomini e classi, è destinato a subire l’identica sorte.
E’ quindi compito della gente credere, lavorare e operare affinché siano
l’Italia e gli Italiani a beneficiarne.
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Indice
Premessa
CAPITOLO
PRIMO:
La Nazione,
l’Europa
CAPITOLO
SECONDO:
Lo Stato, il
Governo
CAPITOLO TERZO:
Politica
Estera, Forze Armate
CAPITOLO
QUARTO:
La Giustizia
CAPITOLO
QUINTO:
Ordine,Democrazia, Efficienza
CAPITOLO SESTO:
Economia,
Liberismo, Sindacati
CAPITOLO SETTIMO:
I
Nemici dello Stato
Conclusione
Fonti
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