Un’analisi
approfondita di qualche tipico racconto d’avventura potrebbe mostrare il tema
sotto una nuova luce: l’avventura potrebbe quindi avere due componenti
essenziali, il personaggio e l’ambiente che si possono mettere al plurale ma
che non possono vivere separatamente.
Quanto più attraenti sono il personaggio e l’ambiente, quanto più l’uno è
misterioso l’altro esotico, tanto più affascinante può risultare un’opera
avventurosa (indipendentemente dai successi ottenuti, è chiaro che Spielberg e
Lucas l’hanno capito bene, quando hanno creato Indiana Jones ).
Ma per lo sviluppo d’un personaggio è fondamentale la componente narrativa
quella classica caratterizzata dal piacere di narrare, di raccontare una
storia seguendo il tradizionale schema esposizione – intrigo- risoluzione, e
che si può recepire senza dover necessariamente ricorrere agli sgradevoli
espedienti del pretesto, del secondo livello di lettura o della smitizzazione
termine quest’ultimo che secondo il filosofo spagnolo Savater, “si è
trasformato in un gioco al ribasso, assolutamente conformista rispetto alla
mitica immagine dominante della società razionalista e progressista”.
Di solito la storia viene raccontata dal punto di vista dell’eroe: per fare un
esempio classico , in , si può seguire soltanto dalla prospettiva dell’inglese
che, per caso, viene trasformato in re di Ruritania, e mai da quella del
villain Roberto di Hentzau: i fatti vengono esposti sempre passando attraverso
la sensibilità del primo, senza mai tener conto della sensibilità del secondo.
Ma questa è una caratteristica comune ad altri generi, incentrati sulla figura
dell’eroe (western, cinema d’azione in generale), che è parte integrante del
genere, ma non aiuta a definirlo.
Come il romanzo d’avventura, il cinema d’avventura si distingue per una
seducente ricostruzione di ambienti che conduce il lettore e lo spettatore –
citando ancora una volta Savater – “in un lungo viaggio attraverso il quale si
sperimentano la meraviglia e il timore dell’ignoto”, e qui si inserisce il
concetto di esotismo.
Credo però, che sia necessaria una spiegazione.
Quando parlavo di letterarietà classica, e del principio di esposizione
intrigo risoluzione, quindi dei suoi metodi, non mi riferivo alla scrittura
classica, personale e non trasferibile, perché il cinema possiede un suo
linguaggio – benchè alcuni registi sembrano averlo dimenticato - , ma
piuttosto ad un atteggiamento vitale a ciò che si narra, al fatto di
considerare il piacere della narrazione come uno scopo di per se stesso
nobile.
In questi romanzi succede spesso che dietro le tecniche narrative esistano
implicazioni, lezioni di vita, o discorsi occulti, succede quasi sempre;
spesso il racconto ha fini didattici, dato che in genere parte
dall’esperienza, e questo è un altro problema: un buon spettatore, come un
buon lettore , saprà trarne vantaggio e si renderà conto del significato di
quei discorsi. Comunque non è indispensabile cercarli per forza, perché
normalmente spiegazioni o lezioni di ordine etico o morale sono contenute nel
racconto, e a volte sono perfino il motore dell’avventura.
In conclusione , il romanzo e il cinema d’avventura sono sempre didattici : a
lungo andare, prima o poi, la lettura o la visione esercitano una funzione
formativa.