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La Rai
non cambierà mai. È davvero impossibile tentare di riformarla, di raddrizzarla,
di rinnovarla. Vive prigioniera di tre carcerieri: il sistema soffocante dei
partiti che le impedisce ogni ariosa riforma ed ogni seria politica fondata
sulla valorizzazione delle buone idee e del vero talento; la nomenklatura
interna, il cosiddetto partito Rai, ingessato e imbolsito, refrattario ad ogni
modifica di assetto e ad ogni fuoruscita dall’abitudine oziosa e viziosa. Il
sindacato, giornalisti e dipendenti, i soviet di rete e di testata che
impediscono ogni minimo spostamento di ruoli e di mansioni, ogni flessibilità e
ogni innovazione.
Provate a spostare o a licenziare qualcuno che non lavora o viceversa a far
lavorare uno che vorrebbe farlo ma il Palazzo non vuole che venga utilizzato.
Provate a cambiare taglio, profilo, linguaggio alle reti, ai programmi, ai
settori vitali della Rai. Missione impossibile. Provate ad assumere un ragazzo
di talento, a dare un incarico ad uno che potrebbe giovare ai programmi. Macché.
Non si può. Provate a proporre programmi di qualità e di servizio, campagne
educative, a elaborare piani strategici e a varare laboratori di ricerca per la
nuova tv, a inventare nuovi canali e nuovi format senza importarli dall’estero o
comprarli dalle solite grandi ditte fornitrici, provate a rilanciare un discorso
di cultura popolare, provate semplicemente a denominare diversamente reti
inutilmente battezzate in gergo similamericano. Non è possibile niente, tutto si
ri-forma, torna come prima, la coazione a ripetere è l’unica filosofia
possibile, la sopravvivenza per forza di inerzia e servitù di padrinato riprende
subito il sopravvento, ogni elemento non conforme viene espulso, rigettato,
dall’organismo Rai. L’impresa non viene riconosciuta e vieni cancellato, senza
nemmeno l’onore delle armi.
Lo dico con dolore, mica rallegrandomi, perché credo che sia importante un
servizio pubblico televisivo, per utilità e rispetto dei cittadini, per far
crescere civilmente e culturalmente il Paese, per intrattenerlo, informarlo e
promuovere il suo sviluppo, per educarlo perfino. Ho sempre difeso l’idea di
un’azienda pubblica culturale, anzi della principale impresa di cultura popolare
del Paese. Ma devo ammettere, per esperienza diretta e per osservazione
dall’interno, che la Rai non si può riformare, nessuno ha il potere di farlo,
tutti passano e nessuno ha pieni poteri. Neanche i leader politici, peraltro
disinteressati al destino della Rai, interessati solo a piazzare un loro cliente
o una marchetta in loro devozione.
Prendete il caso Santoro. Nessuno in Rai ha il potere di decidere davvero, tutti
hanno paura di qualcuno e di qualcosa, tutti pensano prima a campare e a pararsi
il fondoschiena. In un Paese serio si farebbe una scelta di fondo, di assoluta
trasparenza. O si sceglie che il servizio pubblico è ispirato per intero ad uno
sforzo di obbiettività e di rispetto della libertà plurale e chi è vistosamente
fuori da questi canoni è fuori dalla Rai; o si ha il coraggio di una svolta
radicale e allora si ridisegna la missione della Rai, ritenendo che anche le
opinioni estreme abbiano diritto di cittadinanza. Differenziamo le reti Rai non
per colore politico ma per tono e taglio. E allora una rete resta il più
possibile neutrale e moderata, rispettosa di tutte le opinioni e tesa a
unificare anziché dividere il Paese, trovando punti d’incontro. Un’altra rete
invece ha la missione opposta, quella di dar voce a tutte le opinioni forti, a
tutti gli estremismi eccetto quelli che fomentano violenza e illegalità; ed una
terza rete si allontana dal politico e si dedica al culturale, al sociale, al
civile, alla pubblica utilità di servizio.
Avremmo
così una rete moderata ed ecumenica, una talebana e radicale, ed una neutrale e
apolitica. Offerta variegata. Una rete che punta a scoprire la concordia e i
valori condivisi di un Paese, una rete che rappresenta invece i valori divisi,
le fratture e mira a trasferire la guerra civile in un conflitto civile ma
regolamentato; ed una rete impolitica, laboratorio, aperta su scenari futuri.
Traduco nel caso specifico: Santoro finirebbe nella rete dedicata ai tribuni
della plebe, ma in quella rete si avvicenderebbero non solo i giacobini alla
Travaglio ma anche i sanfedisti, i talebani di sinistra e i mujaheddin di
destra, i radicali di ogni risma, gli ultra-conservatori, insomma gli
estremisti. Allora avrebbe un senso Santoro nel servizio pubblico: tra i
predicatori, gli imam e gli estremisti.
Aggiungo una notazione: programmi come quelli di Santoro non hanno finalità
politica come si ripete, ma settaria. Sono due cose diverse. Una tv politica
sposta consensi, fa cambiare opinione, si rivolge a quelli che la pensano
diversamente per far loro vedere anche l’altra faccia della luna. I programmi
alla Santoro non sono così, radicalizzano le convinzioni di ciascuno, non
spostano consensi, confermano ciascuna tifoseria nell’odio o nell’amore e dunque
hanno finalità di setta o di curva, producono l’effetto fatwa o Colosseo. Non
fanno pensare e dubitare chi la pensa in un modo, ma ti fanno uscire più
berlusconiano e più antiberlusconiano di prima, rafforzando le rispettive
convinzioni. La missione giornalistica dunque è tradita due volte: la prima
perché non informa ma deforma, la seconda perché non fa mutare opinioni ma
rafforza la fede in una tesi. Questa è la ragione per cui i politici di
centrodestra non devono agitarsi contro di lui temendo danni politici e facendo
il suo gioco agitandosi; e i politici di sinistra non devono esultare per la sua
campagna perché propaga l’immagine di una sinistra cupa, feroce e settaria.
Ma lasciamo il picciotto e torniamo alla mamma. Serve una Rai così, che non fa
servizio pubblico né aiuta a maturare opinioni, che non fa crescere il senso
critico ma la tifoseria, che non fa interagire valori divisi e condivisi,
dissensi e consensi ma spinge ognuno a chiudersi nel proprio fortino? Non serve.
Allora se non si riesce a dare una forte autonomia decisionale ai vertici Rai,
con persone in grado di decidere, che abbiano il coraggio di rilanciare o di
privatizzare l’azienda, di rivoluzionare o di smembrare il suo corpaccione, il
destino della Rai, canone o no, è segnato: un declino indecoroso, indecente,
inarrestabile. Buona Notte, Santorai.
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