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Il Cav è uscito
dalle brume tremontiane? Sì. Ha acceso i fendinebbia e ha ripreso a viaggiare
nella politica? Sì. Ha retto bene il confronto con Bossi e Fini? Sì. Deve
attendersi oggi dall’incontro con Casini un nuovo slancio per proseguire la
legislatura? No. Qui Silvio si incasina. E non per colpa sua. Il Cav ha fatto
benissimo a cercare l’appuntamento odierno. Lo impone il bon ton della politica,
l’agenda con le sue scadenze non rinviabili, il cinismo del Palazzo che usa e
consuma accordi e disaccordi a seconda del momento, del senso, del controsenso e
qualche volta pure del non senso. Così oggi Berlusconi rivede quella sagoma di
Casini. Silvio e Pier, il leader che da quindici anni decide le sorti del Paese
e il miglior erede della tradizione democristiana che costruisce un futuro
politico fuori dai confini del PdL. A entrambi oggi verranno per un attimo quasi
impercettibile i lucciconi, poi la spietatezza della politica tornerà a dominare
i caratteri. Sarebbe bello poter assistere a un rendez-vous tra i due campioni
dell’Italia moderata in un momento così particolare, difficile e anche
drammatico.
Berlusconi è un vulcanico inventore di opportunità, ma Casini in questi anni di
solitudine centrista s’è fatto duro, roccioso - non spigoloso - ma
difficilissimo da scalfire. Pier non vuol stringere alcun accordo con Silvio.
«Noi ascolteremo, aspettiamo di capire che cosa ha da proporci Berlusconi.
Vedremo i suoi piani sulla giustizia, sulle riforme. Siamo sereni», dice uno dei
migliori cervelli dell’Udc. Ecco, è tutto in quel «siamo sereni» di
democristianissima memoria il succo della faccenda: Casini sa di avere in questo
momento non solo una straordinaria posizione di rendita sulle Regionali del
2010, ma conosce benissimo la rischiosa condizione in cui si trova il capo del
governo. Sotto la spada di Damocle della giustizia, accerchiato sul piano penale
e fiscale, Berlusconi è senza scudo. Vulnerabile. Un leone che si batte per
sopravvivere. Pier lo sa. Non ne gode, perché a differenza di molti è figlio di
una tradizione politica che ha vissuto una grande tragedia, ma non gli sfugge
che forse è meglio attendere gli eventi, lasciare che la storia (giudiziaria)
faccia il suo corso e poi sarà lui, Pier, a raccogliere i cocci di un sistema in
pezzi e in cerca di un uomo nuovo che sappia rassicurare l’Italia moderata,
quella lontana dalle minoranze rumorose. «Nessun accordo», ha detto Casini a chi
lo interpellava sui destini del vertice odierno.
Il Cav dovrà usare non solo il suo charme, ma il suo consumato talento per
strappare all’Udc se non un accordo quanto meno una promessa di collaborazione.
Tutto questo non riuscirà probabilmente a imprimere una svolta né alla
legislatura né alla complicata partita per restituirgli il briciolo di immunità
che serve per non far crollare la legislatura.
«E dal PdL potevano pure rispiarmiarsi tutte le mozioni d’affetto di questi
giorni», sibila un altro centrista attento alla forma e alla sostanza. Una frase
che non lascia presagire niente di buono. Casini è un grande manovratore,
Berlusconi questo lo sa benissimo e figurarsi se non ne tiene conto. Il
sommergibile del Cavaliere ieri è emerso subito a quota periscopica per vedere
se per caso Fini e Casini tramassero qualcosa durante il loro incontro. Gli
stessi stretti consiglieri di Berlusconi sono piuttosto freddi: «Non ci
aspettiamo per forza una soluzione dei problemi. Ma un giro d’orizzonte con i
centristi va fatto», dicono quasi all’unisono da via dell’Umiltà. Un po’ lo
fanno per scaramanzia, molto perché dei «furbacchioni» dell’Udc conoscono vita,
morte e miracoli. Sono stati compagni di viaggio e di sventura per troppi anni.
Silvio offrirà Casini un calumet della pace, state certi che Pier lo fumerà,
salvo poi dire che non c’è mai stata guerra. Certo, al leader Udc converrebbe un
accordo, per passare dall’essere determinante (a volte) sul piano delle Regioni,
al contare sul serio sullo scenario nazionale e proporsi come alternativa futura
al Cavaliere, ma Casini è in una posizione perfetta per giocare un po’ al gatto
con il topo. Può promettere senza impegnarsi troppo. Ha qualche problema sul
territorio perché la base vorrebbe delle scelte di schieramento chiare, ma Pier
è il leader indiscusso. Altro che carisma, dietro di lui c’è sostanzialmente il
vuoto. Sì, ci sono i siciliani, ma quello è un capitolo a parte e il leader Udc
alla fine della fiera è sempre riuscito a contenerli e utilizzarli benissimo.
Dunque restano loro, Pier e Silvio, Casini e Berlusconi, a giocarsi una partita
cortissima nel nome di un interesse che nei calcoli di ciascuno potrebbe anche
essere non reciproco. La liturgia di Casini è un prologo perfetto di quel che
vedremo oggi: «Noi incontriamo tutti, perché la gente è stanca solo dei litigi».
E poi «abbiamo rinunciato al potere ed è una scelta che confermiamo. Pensiamo di
andare da soli nella maggior parte delle Regioni. Poi ci saranno delle
eccezioni, con candidati condivisi e al di sopra di ogni sospetto, che avranno
programmi chiari». Fantastico. Un distillato del miglior scudocrociato, quello
che con Silvio vuol «parlare dei problemi del Paese». Sublime. Ricorda i
congressi in cui «i delegati democristiani si stringevano tutti intorno al
segretario». I cultori dello humour nero chiosavano: per soffocarlo meglio.
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