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Michele Santoro
è di una sinistra esistenziale e ideologica, e per capirlo non c’è bisogno di
rispolverare il fatto che scrisse su Servire il popolo: Michele Santoro è quello
che ha fatto Samarcanda e che 21 anni dopo continua a farla. È quello che
prepara agguati, coadiuvato da una regia che è parte essenziale dell’offensiva,
quello che d’un tratto alza la temperatura e richiama le piazze di Ruotolo, i
servizi di Iacona, e le grida, gli applausi, il semplicismo studentesco, il
vittimismo parentale, lo Stato che ci ha lasciati soli, e gli eroi e i corrotti,
il Rosso e il Nero, il Nord e il Sud. Santoro ha cresciuto eccellenti autori di
reportage, potrebbe rimanere una risorsa nel piattume generale: ma appena si
accorge che va tutto bene, eccolo rialzare il tiro e scatenare un bordello. Se
quattro ospiti su cinque sono di parte, se i servizi lo appaiono a loro volta,
se il suo sermonista senza contraddittorio se la canta da solo, Santoro non
pretenda che non accada nulla: desidera ardentemente che accada tutto.
Samarcanda era la grande creatura di Telekabul, della Raitre di Guglielmi, un
talkshow in diretta sull’attualità più tumultuosa: un periodo caotico e
rivoluzionario fece il resto. Crebbero gli ascolti e le polemiche, il
Pentapartito venne squartato e venduto a tranci, uno come Leoluca Orlando poteva
accusare Giovanni Falcone d’imboscarsi le inchieste nei cassetti: ma si poteva
intervistare. Poco prima che fosse freddato dalla mafia, anche uno come Libero
Grassi. Poi Santoro si fece furbo e divenne autore di se stesso: e scrisse il
libro «Oltre Samarcanda» nella consapevolezza che oltre Samarcanda non c’era
niente. Il successivo Il rosso e il nero fu la trasmissione del massimo fulgore,
la vera consacrazione, spettatori a medie da sei milioni: la politica
scompariva, massacrata anche da se stessa, e sul proscenio salivano i
giornalisti che avrebbero dovuto raccontarla. Persino Umberto Bossi, nel 1994,
dirà che «senza le trasmissioni di Santoro l’Italia non avrebbe preso coscienza
degli sprechi di denaro pubblico e del disastro sociale del Sud». Santoro
oltretutto sdoganò l’esistenza politica di Gianfranco Fini (parlò, per primo, di
un sondaggio che lo accreditava come oppositore del candidato sindaco Rutelli),
ma poi la discesa in campo di Berlusconi spaccò ogni fronte per sempre. Ecco le
prediche di Celentano, David Sassoli schierato come non potete ricordarvelo,
botte da orbi tra Giuliano Ferrara e Giampaolo Pansa, la liquidazione
fallimentare del craxismo, l’università dell’antiberlusconismo: e poi, nel 1994,
Temporeale, ultimo grande ruggito di una stagione di sangue. Ecco Mani pulite
agli sgoccioli, il caso Di Pietro, le telefonate di Berlusconi in diretta,
Santoro che cominciava a farsi caricatura, ecco quella «Rai dei professori» che
fu la peggiore di ogni tempo. Ma ecco, anche, l’uomo che di lì in poi sviluppava
una volta per sempre quel certo giornalismo autoriflesso che è il suo,
vittimista, proteso al martirio, spesso intriso di negatività disperante. Fu lì,
probabilmente, che maturò la convinzione che una moltitudine, là fuori,
agognasse un suo ritorno in video quale diritto naturale inalienabile. Parliamo
dell’uomo che nel suo libro successivo, «Michele chi?», riuscì a mettere in
copertina il suo nome, la sua foto, e poi ancora il suo nome. Ormai era Santoro,
figura passata in giudicato, marchio definitivo su ciò che da un certo programma
tv era lecito attendersi.
Vennero, però, tempi duri. L’operazione Moby Dick portò Santoro a Mediaset e
dimostrò come il pensoso conduttore potesse piegarsi per non spezzarsi. Non andò
benissimo, soprattutto per gli ascolti: ma prese dei bei soldi, e in ogni caso
era solo tempo di aspettare che in Rai cambiasse l’aria. Rieccolo allora nel
1999, smarrito in trasmissioni di cui si fatica a ricordare il nome: Circus,
Sciuscià. Sino all’elaborare un nuovo tipo di trasmissione da cui ricominciare
tutto: Samarcanda, non altro. La chiamò Il raggio verde, riflesso dei tempi
d’oro, benché in climi più freddi e presto berlusconiani: l’ideale. Le accuse di
partigianeria si fecero più pressanti e l’Authority fu costretta a spiegare che
«Il raggio verde non è un programma di comunicazione politica o una tribuna
elettorale, ma una trasmissione di informazione e approfondimento che deve
seguire l’attualità, le notizie». Santoro ebbe l’ordine di presentare una
puntata riparatoria a favore di Marcello Dell’Utri, ma la toppa si rivelò
peggiore del buco. Berlusconi intervenne telefonicamente e accusò il programma
di essere un processo in diretta, e finì a maleparole. Ne seguì un altro esposto
e stavolta la multa, dapprima rifiutata con sdegno dal presidente Roberto
Zaccaria, salì a 200 milioni di lire. Forza Italia presentò addirittura due
esposti per far chiudere il programma, ma furono respinti. Al
sopravvalutatissimo e infelice «editto bulgaro» mancava pochissimo. Epilogo:
dopo l’accoglimento dell’ennesimo esposto all’Authority, Santoro venne
allontanato dalla Rai e però le fece causa.
Iniziava la fase più penosa, per quanto potesse essere penoso il candidarsi al
Parlamento europeo, con Prodi, prendendo 730mila preferenze. Cominciava una
sfiancante e ronzante campagna per la libertà d’informazione (con Lilli Gruber,
un’altra che presto si sarebbe stufata), ma dopo venti minuti Santoro non ne
poteva già più. Fu una fortuna, nel 2005, che un giudice del lavoro condannò la
Rai a risarcirlo con un milione e 400mila euro, nonché a reinserirlo nel suo
posto di lavoro in prima serata: dettando, di fatto, i palinsesti della Rai. E
così, dopo altri rinvii, ecco finalmente Samarcanda, pardon Annozero: il nuovo
missile decollò il 17 settembre 2006 con a bordo il vignettista Vauro, il fido
Ruotolo e una ciurma da urlo: Marco Travaglio, il monologante, più le bellezze
Rula Jebreal e Beatrice Borromeo. Si ricominciava. Puntate chiassose ma
inevitabili (quella sulla Sicilia di Totò Cuffaro) più altre scomode ma
giornalisticamente lecite (il reportage della Bbc sui preti pedofili), sino alla
tentazione di farla subito fuori dal palinsesto: era arrivata l’antipolitica.
E lì, forse, c’era un’occasione da cogliere. Aveva preso tante di quelle sberle
anche dalla sinistra, Santoro, che fare giornalismo è ciò che gli rimaneva
solamente da fare. Dopo che Clemente Mastella aveva abbandonato in diretta lo
studio, per via di critiche giudicate scortesi, Santoro disse così: «L’arroganza
della politica sta diventando insopportabile, devono abituarsi di nuovo a
discutere, a parlare con chi li critica». E aveva ragione. S’avanzava una certa
puzza di conformismo in una stagione dove la classe politica stava cominciando a
credere, forse, che le buone trasmissioni dovessero essere tutte come Ballarò. E
così cominciarono a disertare Annozero. Per migliorare la situazione, Santoro,
tipicamente, la peggiorò una volta per tutte: e riecco Samarcanda, il ridicolo
caso De Magistris, riecco certa piagneria meridionale, la Forleo che sbroccava
in diretta. La solita storia. Michele Santoro ricominciava a fare quello che
deve farsi cacciare per forza, quello che resiste stoicamente al ritorno del
regime. Perciò, oggi come ieri, alza il carico non appena gli gira: comunque
vada, sarà un eroe. Solo una persona, oggi come ieri, può veramente cacciarlo:
Michele la osserva nello specchio ogni mattina.
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