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I comunisti esisteranno finché non
sarà fatta piena luce sui loro crimini occultati
Ha riscosso una grande partecipazione di pubblico il convegno
che si è tenuto a Napoli sui crimini negati del comunismo in
Italia organizzato dalla Fondazione Campi Flegrei. Grazie anche
a relatori di livello assoluto, presenti giornalisti del calibro
di Dario Fertilio e Giancarlo Lehner, oltre agli apprezzati De
Simone e Nardiello del quotidiano Il Roma, sono stati presentati
volumi di grande valore volti a rimuovere quel silenzio non
casuale che è calato su pagine ancora oggi inesplorate della
nostra storia. In sostanza non si tratta di riscrivere la storia
attraverso un'azione revisionista, ma si tratta di scoprire
eventi che fino ad oggi sono stati volutamente occultati,
manipolati e falsificati. Ma chi è che ha intrapreso questa
scientifica e metodologica azione di rimozione del passato? E'
stata la domanda alla quale si è cercato di dare una risposta.
Innanzitutto con Dario Fertilio, giornalista del Corriere della
Sera ed autore de La morte rossa (edito dalla Marsilio), per il
quale si sono dette pseudo-verità per occultare la realtà e
l'essenza dei fatti. Se alla parola lager corrisponde la
definizione di campo militare per addestramento militare, se
alla parola foiba corrisponde il significato di cavità carsica
più o meno profonda prodotta dalle acque correnti, a quella di
gulag si è attribuita la corrispondente traduzione di "campo di
rieducazione".
Due sono gli obiettivi perseguiti in questo modo. Dimenticare,
relegare "tra parentesi" esperienze che magari un domani possono
consentire di riprendere un discorso lasciato in sospeso;
negare, perché di fronte alla negazione dei crimini del
comunismo, è più semplice elevare simboli e bandiere di Lenin o
di Che Guevara, ovvero simboli di morte e umiliazione dei
diritti fondamentali dell'uomo e della sua dignità.
Foto sulle FOIBE
Il comunismo ha agito in maniera molto simile in tutti i Paesi
nei quali ha raggiunto il potere, dall'Unione Sovietica alla
Jugoslavia, dai paesi dell'Europa dell'Est all'Albania, da
quelli dell'Asia sovietica a quelli dell'America latina, ed ha
riprodotto quasi sempre gli stessi scempi che nell'arco di pochi
anni si sono compiuti per mano dei regimi nazionalsocialisti. Ma
la differenza che ha contraddistinto il comunismo dal
nazionalsocialismo è nella menzogna di fondo di cui il comunismo
si è dipinto, che pur mantenendo la sua identica forza
distruttiva, si travestiva da redentore. Per questo i genocidi
comunisti devono essere ricordati e non dimenticati o nascosti
come si è fatto fino ad oggi. Alle date del 27 gennaio ed ora
del 10 febbraio, che lasciano sovente spazio alla retorica che
accompagna la memoria, è doveroso elevare al medesimo rango
quella del 7 novembre, anniversario della rivoluzione bolscevica
e che è stata proposta come Giornata della memoria delle vittime
comuniste (Memento Gulag) grazie all'impegno caparbio dei
Comitati per le Libertà (www.libertates.org), di cui lo stesso
Fertilio è presidente e fondatore.
A chi ritiene l'anticomunismo come un disco rotto, ha replicato
Armando De Simone, autore con Vincenzo Nardiello dell'apprezzato
volume di ricerca Appunti per un libro nero del comunismo
italiano (ed. Controcorrente), che ha ricordato quale sia lo
scandalo che si è perpetrato fino ad oggi. Il vero tradimento
degli intellettuali è testimoniato proprio da un convegno come
quello di Napoli, dove a parlare di un simile argomento sono
stati quattro "giornalisti" e non storici o studiosi. Nessun
professore ci ha raccontato di 200 milioni di persone morte,
nessuno ha documentato questa che è una storia negata. Ed è
lecito indagare sulle ragioni per le quali chi sapeva ha
preferito tacere.
Fino ad oggi non è ancora stato compiuto alcun processo al
Partito comunista italiano e questo tema non lo si pone nemmeno
oggi, un periodo nel quale retoricamente si fa richiamo spesso
al dovere della memoria. Ma a quale memoria ci si fa appello e
perché questa deve essere pilotata, circoscritta? Per questo non
abbiamo bisogno di mentitori professionisti, ma di comunisti
veri, quelli come Massimo D'Alema che in Unione Sovietica c'è
stato 47 volte; abbiamo bisogno dei Fassino, che è stato
segretario della più grande federazione comunista italiana,
quella di Torino, e che oggi si definisce riformista
semplicemente perché al congresso dei Ds ha ricordato la figura
di Bettino Craxi come una delle più grandi del socialismo
europeo. E vogliamo sapere dove sono finiti i piani di
insurrezione contenuti in 5 valigie in pelle verde, laddove
addirittura Soave ha ammesso che questi piani furono organizzati
fino alla fine degli anni '80. Stiamo parlando di attentati alla
costituzione, reati imprescrittibili, sui quali nessun
magistrato ha voluto indagare. Come è stato possibile tutto
questo?
Stavolta è Vincenzo Nardiello che prova l'impresa di dare una
spiegazione, evidenziando come la storia sia stata messa a
servizio di un progetto politico, visto che qui non si parla di
fatti interpretati male, non conosciuti o posti correttamente,
ma di pagine che sono state espulse completamente dal dibattito
storico. Pagine che nessuno storico si è preso la briga di
raccontare, come quella che vide Palmiro Togliatti invitare ad
accogliere i titini come liberatori e di realizzare uno scambio
tra Gorizia e Trieste.
Perché tutto questo? Una prima risposta è rinvenibile nel fatto
che una parte degli storici erano di fatto dirigenti o esponenti
comunisti. Ma questi da soli non erano sufficienti per portare a
compimento questa impressionante opera mistificatoria. E qui ci
viene in soccorso Ernesto Galli della Loggia che recentemente ha
ammesso quanto gli storici e gli intellettuali moderati si siano
piegati al volere dei comunisti che non gli chiedevano di essere
comunisti, ma semplicemente di non essere anticomunisti.
Immaginate che cosa sarebbe accaduto, ad esempio, se un agente
della CIA avesse seguito Aldo Moro, il segretario del più grosso
partito italiano, fino al giorno prima del suo sequestro. E'
successo, invece, che sia stato pedinato da un agente del Kgb
come dimostrano i documenti ufficiali provenienti dagli archivi
dell'Unione Sovietica. Non patacche, ma prove scritte, atti
ufficiali, drammaticamente sconcertanti sui quali continua ad
aleggiare un silenzio che si fa sempre più assordante.
Dunque oggi ha senso rileggere la storia nel tentativo di
depurarla da questi inaccettabili condizionamenti che hanno
fatto sì che alcune verità non venissero alla luce? Ed ha senso
dichiararsi ancora anticomunisti, oggi che il Muro di Berlino è
crollato ed il regime sovietico si è dissolto?
Ebbene sì, un simile comportamento è prima di tutto un dovere,
perché, come ci ricorda Giancarlo Lehner, autore de La Tragedia
dei comunisti italiani, le vittime del Pci in Unione Sovietica
(edito per la collana le Scie della Mondadori), essere contro il
comunismo non è una contingenza politica, ma è un principio ed
un dovere morale. E ricorda anche che il comunismo non lo si
combatte con l'anticomunismo urlato ma semplicemente raccontando
i fatti e ricercando la verità.
Del resto basta riportare alcune chicche presenti nel libro del
giornalista e storico, direttore de Il Giusto Processo, per
rendersi conto di quanto sia stato enorme il lavoro di
dissimulazione prodotto fino ad oggi: in una lettera inviata al
suo comando firmata da Giorgio Bocca, all'epoca attivista
partigiano, è possibile leggere il suo sconcerto per taluni
eccessi di partigiani comunisti, come quelli di un comandante
partigiano di nome Rocca "specializzato ad uccidere
personalmente i prigionieri fascisti squartandoli a colpi di
pala". Un Bocca allibito si domandava fino a che punto fosse
lecito arrivare. Questo valoroso partigiano, ovviamente, non ha
avuto alcun problema per i suoi atti, se non una medaglia d'oro.
Ma se un tempo erano pagati per disinformare, oggi a sinistra si
segnalano professori per la loro imbarazzante ignoranza. E' di
pochi giorni fa un articolo pubblicato sul quotidiano La
Repubblica di Tabucchi, autore tanto in voga e pompato
dall'intellighenzia di sinistra, che tranquillamente si è preso
il lusso di dichiarare che Gramsci fosse morto in carcere.
E' evidente che dinanzi a simili mistificazioni si comprende
anche perché sia abilmente taciuto da questi "professionisti
della menzogna" la vera essenza del patto Molotov-Ribbentrop che
nel 1939 ha sancito la nascita dell'asse nazi-comunista e che
diede il via libera a Hitler per l'eliminazione degli ebrei. Fu
in quel frangente che Stalin, in segno di concordia, si permise
di offrire in "regalo" ad Hitler tutti gli ebrei internati nei
gulag. Questo è un dato storico, provato, inconfutabile: la
persecuzione degli ebrei partì con il benestare di Stalin, dei
comunisti. Innegabile a tal punto che nei libri di storia non
v'è menzione alcuna. All'epoca, inoltre, Hitler non doveva di
certo apparire come un mostro dai "benpensanti rossi", visto che
esiste un saggio vergognoso di Palmiro Togliatti per il quale il
patto fu la conseguenza dell'aggressione ai danni della Germania
compiuta da Francia e Gran Bretagna.
Possiamo continuare ricordando la storia di don Pietro Leoni che
tornò in Italia dopo essersi fatto 10 anni di gulag accusato di
un reato che nell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche
era assolutamente vietato: avere rapporti col Vaticano. Certo
che per un prete sarebbe stato davvero ostico non averne, ma la
tragedia per quest'uomo si materializzò con il suo ritorno nel
suo paese natale, Bologna. Qui cominciò a raccontare la sua
esperienza, la verità sull'URSS e su come si viveva. Roba da far
impazzire il Pci, tanto che i "compagni" italiani arrivarono a
dire che il vero prete fosse morto, che quello che parlava era
solo un impostore o un sosia. E cosa fece Sacra Romana Chiesa?
Pensò bene di spedirlo in Canada perché "era disfunzionale alla
strategia del dialogo" intrapresa dal papa buono.
Ma vi è un documento storico che vale più di mille altre storie
raccontate, che inchioda definitivamente Palmiro Togliatti alle
sue responsabilità. Sono trascorsi 50 anni di dibattiti,
riflessioni e scontri tra gli storici nello stabilire se
Togliatti avesse o meno fatto qualcosa in favore degli italiani
comunisti arrestati, perseguitati e trucidati in URSS. In realtà
si è trattato di un falso problema, perché il vero dilemma è
stabilire quanti siano stati gli italiani consegnati
direttamente da Togliatti ai sovietici.
In un documento datato 25 dicembre 1936, catalogato come
«segretissimo», al terzo paragrafo c'è una lista di tredici
comunisti italiani, fra cui Vincenzo Baccalà, bollati come
«elementi negativi». Accanto ai nomi di Rossetti (pseudonimo di
Baccalà) e di Modugno, c'è una nota: «troskista, deportare», E
in fondo al testo, la scritta: «Soglasen» («Sono d'accordo»),
firmato «Ercoli», ovvero il nome in codice di Togliatti. Da
notare un particolare agghiacciante: «Soglasen» era la formula
di ratifica dell'incaricato dell'Nkvd che prendeva visione dei
mandati di cattura e degli ordini di perquisizione. Togliatti,
dunque, anche nel lessico, il codice ristretto dei carnefici,
appare tutt'uno con la polizia segreta sovietica. Del resto,
come poteva non essere d'accordo, visto che le prime denunce
contro quei poveri compagni di base erano partite proprio dai
dirigenti «vigilantes» del PCd'I?
Ma esistono ancora i comunisti in Italia? Forse sono cambiate le
sigle, ma nei fatti anche il più anticomunista (sua
dichiarazione) dei comunisti della storia italiana, Walter
Veltroni, spesso ne ha subito la cultura e le metodologie. Basta
riprendere l'Unità diretta dall'attuale sindaco di Roma dell'11
novembre 1993, a pagina 10, dove appare un trafiletto in cui si
comunica la morte del compagno Penco, e si legge "vecchio
militante comunista, perseguitato politico per le sue idee di
libertà e di socialismo". Peccato che Veltroni abbia scordato di
aggiungere un particolare: Penco fu sì un perseguitato politico,
ma lo fu da suoi compagni facendosi pure 14 anni nei gulag
sovietici. Certo, un particolare irrisorio per chi è cresciuto
nella cultura della menzogna.
Ebbene si, i comunisti esistono ancora e condizionano tuttora la
ricerca della verità storica se è vero che tra i consulenti
della Commissione parlamentare sul dossier Mitrokhin vi sia
anche Giulietto Chiesa, corrispondente dell'Unità dall'80 all'88
che non veniva pagato dal suo giornale, ma dal Comitato della
mezzaluna e croce rossa sovietica. Pagato in sostanza da Breznev.
Ebbene, Chiesa che veniva pagato tre volte più del direttore
della Pravda, con casa, automobile, spese per i viaggi, vacanze
garantite, tutte a carico del valoroso stato sovietico, era il
giornalista italiano che doveva informare delle cose sovietiche.
Dinanzi ad un così illuminante scenario, riteniamo di poter
chiudere rimarcando il messaggio che Giancarlo Lehner ha
lanciato: il lavoro serio dello storico non è quello di usare
aggettivi o invettive, ma cercare dati, documenti e fatti.
Questo è il principio da seguire per chi vuole rendere giustizia
alla verità ed alla storia del nostro paese e che 60 anni di
storia repubblicana non sono stati sufficienti a garantire.
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