|
Torna
Indietro
«Domenica
quando ho visto mio padre con il volto insanguinato a Studio aperto ho avuto
davvero paura». Pier Silvio Berlusconi indossa un maglione. A Cologno Monzese
gli uffici di Mediaset la domenica sono deserti e freddi. «Avrei preferito
vederla ad Arcore — dice — ma come ben sa dai giornali, a casa nostra è un gran
via vai. Mio padre è lì. E stando bene riceve amici, la famiglia, politici...
Sarà difficile davvero trattenerlo per molto. Anzi, diciamo pure che non si è
mai fermato».
E certo, ancora sabato sera ad Arcore c’erano a cena Bossi e Tremonti...
«E lo so bene. Anche se Arcore è la casa che amo di più, fortunatamente ho un
appartamento a Milano con Silvia (Toffanin, la sua compagna; ndr ), anche perché
tra problemi di sicurezza e ospiti, per quanto la casa sia grande, non è agevole
muoversi». Il secondogenito di Silvio Berlusconi sembra rilassato. Solo 48 ore
prima ha concluso un’operazione da oltre un miliardo comprando in Spagna
un’altra rete televisiva (Cuatro) dal gruppo Prisa (editore di El País ), ed
entrando nella tv satellitare Digital Plus con il 22% accanto a Telefonica
(21%) e al gruppo guidato da Juan Luis Cebrian. Una mossa che porterà Mediaset a
essere la prima società in Europa nel campo delle tv commerciali.
Ma quando ha visto suo padre aggredito non ha pensato che il momento politico
non consigliasse più di procedere a un’operazione così rilevante?
«Sono due cose completamente diverse. L’aggressione è figlia di un clima
politico deprecabile che è sotto gli occhi di tutti e che spero si contribuisca
a rendere meno drammatico. L’altra è una questione di Mediaset, di sviluppo.
Quello che ho pensato è stato: questa settimana dovrò andare in Spagna due o tre
volte, riuscirò a stare vicino a mio padre lo stesso? Sono due piani
completamente differenti».
Ma che riguardavano la stessa persona.
«Lo so che molti tendono a identificare l’azionista con l’azienda. Ma così non
è. Da molto tempo. Vede, due-tre anni fa assieme al presidente Fedele
Confalonieri e a mia sorella Marina facemmo una riunione su Mediaset. C’era
anche mio padre in qualità di azionista. In quell’incontro io spiegai che o
l’azienda provava a crescere in maniera importante o saremmo rimasti
sicuramente una società rilevante, ma con il rischio di perdere peso e
confinati in un Paese solo. Al termine il messaggio fu: capiamo cosa si può
fare per crescere. E oggi direi che siamo ben oltre le previsioni: Premium,
Endemol e l’ultima operazione in Spagna».
Ma comprando Cuatro avete dato una mano al gruppo, ora fortemente indebitato,
che ha pubblicato le celebri foto di Villa Certosa. Non ha provato alcun
imbarazzo?
«Da parte mia sicuramente no. Non so da parte loro. Io sapevo, e con me tutta
Mediaset da Confalonieri a Marco Giordani, che ha seguito passo dopo passo
l’operazione, che avevamo davanti la possibilità di aggiungere a Telecinco
(rete assimilabile a Canale 5 come pubblico e offerta), Cuatro che è una sorta
di Italia Uno (sempre come audience e programmazione). In più con Digital Plus
entriamo nella pay tv via satellite. Questo era il nostro obiettivo. Non altri».
E, trattandosi di media, il governo spagnolo se n’è stato alla finestra?
«Sulle vicende aziendali ovviamente sì. Ma come per tutte le acquisizioni
importanti abbiamo ritenuto naturalmente di informare prima il governo spagnolo
delle nostre intenzioni».
La politica è sempre molto sensibile ai media... Zapatero si è fatto sentire?
«Con Confalonieri abbiamo incontrato il primo ministro nella sua residenza».
E qual è stato il risultato?
«Che si è dimostrato molto aperto al fatto che un’azienda con un forte know how
televisivo e leader del settore come la nostra investisse in Spagna e puntasse
allo sviluppo».
Dando una mano a Prisa di orientamento di centrosinistra.
«Guardi che qui la politica non c’entra nulla. Semmai il governo di Madrid
avrebbe potuto essere interessato alla sorte di un’altra tv di imprenditori
vicini, la Sexta, più che a Cuatro. E poi, in un momento di crisi come questo,
dal futuro incerto, che ci sia qualcuno che dimostra coraggio, che si assume
la responsabilità di prendere una tv che perde come Cuatro e di rilanciarla, è
un segno che anche in Italia dovrebbe essere preso come indicazione del fatto
che il nostro sistema Paese regge e può guardare al futuro».
Ma c’è chi dice che dando Cuatro a Mediaset ora si può dare Telecom a
Telefonica.
«In Italia siamo molto bravi a fare dietrologia. Premesso che di Telecom e
Telefonica non so nulla, mi pare invece che la Spagna si sia dimostrata molto
moderna. Ci sono gruppi come la stessa Rcs, De Agostini, l’Enel, che hanno fatto
grandi acquisizioni. Insomma se la logica fosse di scambio, e non mi pare lo
sia, avrebbero potuto farsi sentire anche prima».
Eppure vi ritrovate soci di Telefonica in Digital Plus.
«È vero. Ma perché Telefonica con intelligenza vuole stare in un settore
importante come quello della pay tv».
Ha incontrato anche il numero uno di Telefonica Cesar Alierta?
«No, mai visto. Ma è quello che hanno sostenuto i loro manager durante le
negoziazioni per l’accordo. Un accordo che, vorrei sottolineare, fa fare passi
importanti non solo a noi ma all’intero Paese. Pensi solo alla pubblicità.
L’amministratore delegato Giuliano Adreani gestirà l’intero comparto in modo
complessivo. In questo caso 1 più 1 fa più di 2 e credo che già l’anno prossimo
i risultati lo dimostreranno».
Certo il passo non è di poco conto vista la spada di Damocle della sentenza
Mondadori che pende sulla Fininvest: potrebbe essere condannata a pagare 750
milioni alla Cir di Carlo De Benedetti. Forse avrebbero voluto più dividendi
nella holding e invece si ritrovano a sostenere un forte investimento. Per non
parlare della separazione possibile di suo papà...
«I dividendi arriveranno. La Fininvest e mia sorella Marina ci sono stati subito
al fianco. Il divorzio poi...».
Anche quello peserà, o no?
«Su questo vorrei essere chiaro. Mio padre c’è e sta bene, tutto questo parlare
di successione mi dà un grande fastidio. È comunque evidente, e lo dico ancora
una volta, qualsiasi cosa deciderà mio padre sarà per me la scelta giusta ».
Le strade intraprese in questi anni stanno però cambiando quasi totalmente il
gruppo...
«Certo. Da quando abbiamo deciso di crescere abbiamo creato dal nulla un
concorrente al monopolista Murdoch. Mi ricordo lo scetticismo che circondava la
nostra decisione di lanciare un’altra pay tv: oggi tutti ci riconoscono la
lungimiranza e il coraggio. Siamo poi entrati con Endemol nel mondo sempre più
decisivo dei contenuti acquisendo una grossa fetta dell’unica grande
multinazionale di format tv. E ora un altro passo verso
l’internazionalizzazione con la Spagna. Saranno possibili tante sinergie, per
esempio sui diritti, il rapporto con major come Warner, Universal e via dicendo
sarà facilitato dal poter parlare con loro essendo leader in due Paesi».
Per quanto riguarda Murdoch ammetterà che il governo italiano vi ha dato una
mano mettendo un tetto agli spot alle tv a pagamento.
«Non credo proprio. Oggi ci tocca marginalmente visto che per scelta in Premium
inseriamo poca pubblicità, ma un domani sarà un freno anche per noi. E per
paradosso, se il governo voleva darci una mano allora poteva fare come
l’esecutivo socialista di Zapatero o quello conservatore di Sarkozy che hanno
tolto tutta la pubblicità alle rete pubblica. Ma è evidente che fare una cosa
del genere alla Rai, che è una delle aziende culturali migliori in Europa,
sarebbe creare un danno enorme al Paese. Le faccio io una domanda: perché non la
si smette di leggere ogni nostra azione alla luce del conflitto di interessi?».
Ammetterà che non è facile...
«Eppure credo che Mediaset se ne sia conquistato il diritto. Pensate a dove
eravamo e dove siamo adesso. Alla spinta innovativa, alla crescita
internazionale. Mi piacerebbe che il Paese, non dico ci aiutasse, ma ne avesse
consapevolezza, a cominciare dalle istituzioni politiche ed economiche, fino a
Confindustria. Non per riconoscerci meriti, ma per un minimo di orgoglio
nazionale».
.
Torna
Indietro
|