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#7 Riflessioni per un Nuovo Socialismo

Vecchi ed Attuali Profili del mondo Contemporaneo

Capitalismo di Stato, Imperialismo unitario, Terzo campo socialista
 



4.1 Stalinismo e Capitalismo di Stato

Potrebbe sembrare anacronistico, ad ormai molti anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda, che qualcuno continui – o addirittura inizi – a cimentarsi con categorie quali lo stalinismo o a ripercorrere logoranti diatribe e datate discussioni quali quelle inerenti l'effettiva natura dei “paesi socialisti” e la conseguente esigenza di un terzo campo socialista (anche tale categoria datata se non altro a livello terminologico). Occorre dunque effettuare, lungo il procedere della trattazione, delle precisazioni d'insieme ed una riconcettualizzazione su un più esatto significato dei termini e dei profili che si andranno man mano ad immettere, così da rendere evidente come gli stessi siano tutt'altro che obsoleti, e come l' incentrare una non trascurabile attenzione su di essi possa essere, ponendo in essere necessarie riconcettualizzazioni e riletture, attuale e tutt'altro che anacronistico anche oggi, e quindi utile ai fini di una più generale analisi politica.

Per stalinismo non si vuole qui intendere esclusivamente e non tanto l'insieme delle realtà che, non accettando nel merito le conclusioni del XX Congresso del PCUS del 1956 sulla destalinizzazione, hanno continuano fino ai nostri giorni a richiamarsi esplicitamente a Stalin e ad al suo operato politico nei propri discorsi, ad egli dedicando libri, busti di marmo, gigantografie. Ci si vuole invece riferire, nella sua accezione più ampia e meno specifica, a quell'ampia parte del movimento bolscevico internazionale che più direttamente è espressione delle strutture di potere statuale e politico nelle esperienze storiche dei “paesi socialisti”. Dunque l'accezione di Stalinismo – similmente all'uso che ne fecero e ne fanno le opposizioni di sinistra – vuole qui essere utilizzata per indicare principalmente l'insieme delle realtà filo-sovietiche (che esprimono una sostanziale difesa e giustificazione sul piano storico dell'esperienza sovietica e dei cosiddetti “paesi satelliti” all'Unione Sovietica alleati e legati nel Patto di Varsavia, sia ricoprendo funzioni di Partito-Stato, sia essendo in altro modo con l'Unione Sovietica collegati, come sostenendo sul piano internazionale la potenza sovietica, ricevendo da essa finanziamenti, aderendo ad appositi strumenti di collegamento quali la World Marxist Review - Problemi di Pace e Socialismo)[1] nonché le realtà dalle prime derivanti. Come le realtà filo-sovietiche hanno ripudiato – teoricamente – Stalin, così le realtà dalle prime derivanti – ugualmente teoricamente – hanno ripudiato il proprio trascorso legame con l'Unione Sovietica, “casualmente” quando non esistendo più la stessa, non ne potevano più ricevere finanziamenti. Ma entrambi le due fattispecie di realtà hanno continuato ad operare nel solco delle passate infatuazioni, conservando il metodo stalinista in politica e dunque rivelandosi i degni eredi e continuatori dello stalinismo, delineando una coerente e consequenziale continuità storica.

Non può dirsi, al giorno d'oggi, che lo stalinismo internazionale sia comunque diventato residuale, se si considera che a più di quindici anni dal crollo dell'Unione Sovietica gli stalinisti esercitano il potere e ricoprono funzioni politiche di governo in non poche regioni del mondo: solo per citare alcuni esempi, dalla Repubblica Popolare Cinese (nella quale vive oltre un miliardo di esseri umani), alla Repubblica Italiana (con i suoi quasi sessanta milioni di abitanti), fino a diversi Stati della popolosa Unione Indiana. La semplice constatazione di come oltre un quinto dell'intera popolazione terrestre sia ad oggi sotto il potere degli stalinisti, rivela come parlare oggi dello stalinismo sia tutt'altro che anacronistico. Nei “paesi socialisti” di ieri (blocco sovietico) e di oggi (vedi sopra) tale potere era ed è esercitato in modo equipollentemente autoreferenziale e dispotico: in Cina, in India, in Italia e altrove gli stalinisti promuovono l'accumulazione di sempre più ingenti capitali in mano a pochi, appartenenti ai ceti dominanti, a scapito dei ceti oppressi e dominati ai quali viene fatto sperimentare un massacro sociale sulla propria pelle; nel mentre, gli oppositori conoscono persecuzioni e repressioni.
 



4.2 Annullamento delle differenze in un solo Sistema

I processi di globalizzazione hanno portato e portano ad un intensificarsi sempre maggiore delle relazioni economiche tra le diverse aree del mondo, fino alla sempre più coerente e e strutturata creazione di un mercato capitalistico globale. Gli Stati in cui gli stalinisti esercitano il loro potere non sono astrusi da questo mercato capitalistico globale, ma ne sono ugualmente protagonisti che gli Stati la cui direzione politica è assunta da forze liberalcapitaliste. Già nel corso della guerra fredda i due blocchi liberalcapitalista e stalinista non costituivano due sistemi economici chiusi su se stessi ed incomunicanti tra loro, ma in ultima istanza sostanziavano un unico grande mercato capitalista globale. All'interno di questo i due blocchi componenti si distinguevano per le modalità di gestione dei capitali, le quali nel blocco stalinista si accentravano tendenzialmente di più nello Stato piuttosto che nei privati, come invece sempre tendenzialmente avveniva nel campo liberalcapitalista. Capitalismo “dei privati” e Capitalismo di Stato non sono ravvisabili come due sistemi economici di produzione totalmente distinti (se non altro anche per il fatto di essere comunicanti tra loro), bensì due sottosistemi o tendenze dello stesso sistema di produzione. Le stesse poi, non sono ravvisabili come fossero state le due componenti binarie del sistema capitalistico, quanto piuttosto una variegata gamma di sfumature ognuna delle quali la risultante di una miscela diversa di differenti quantità dei due elementi pienamente interscambiabili della gestione privata e della gestione statalizzata. Il fatto che uno Stato fosse essenzialmente a Capitalismo “dei privati” non impediva che alcuni suoi settori economici potessero essere a gestione statalizzata, mentre corrispettivamente nulla vietava ad uno Stato la cui natura fosse essenzialmente stata quella capitalista di Stato di gestire alcuni settori attraverso i privati, nel caso anche stranieri. Le fabbriche della Fiat impiantate in Polonia ed in Unione Sovietica, la rete televisiva Publitalia 80 inaugurata a Mosca, non sono che alcuni degli esempi che si potrebbero fare a dimostrazione di come i due blocchi, entrambi capitalisti, fossero comunicanti: capitali privati affluivano in entrambi i blocchi, comunque fruttando ai ceti dominanti sulla pelle dei dominati.

A partire dagli anni novanta si è assistito ad un generale processo di scomposizione e ricomposizione dei due elementi (gestione privata e gestione statalizzata) modellanti le tipologie di sistema capitalista. Tale composizione e ricomposizione, in ossequio alle necessità del sempre maggiore integrarsi del già esistente mercato capitalistico globale, ha fatto sì che i due elementi si miscelassero in modo tale che ne uscisse un tasso di uniformazione superiore a prima. Si ha oggi così un'omogeneità dal punto di vista del sistema di produzione tra paesi a guida liberalcapitalista e paesi a guida stalinista, che è maggiore rispetto ai decenni precedenti: rispetto al passato, quando già le differenze erano quantitative (legate cioè alla quantità di gestione privata e pubblica immessa) e non qualitative (in assenza di elementi concreti che facessero dei due blocchi due realmente distinti sistemi di produzione), ora anche le differenze quantitative vengono meno, e i due blocchi diventano totalmente uguali dal punto di vista economico, distinguendosi meramente dal punto di vista politico dall'ideologia delle forze politiche che ne sono alla guida. Ma tale processo di uniformazione non si sostanzia meramente nello slittamento delle economie statalcapitaliste nel campo di quelle liberalcapitaliste, bensì attraverso un riavvicinamento delle due tipologie economiche che convergono verso un equilibrio mediano di gestione statale e di gestione privata. In sostanza, a processi di liberalizzazione avvenuti nei “paesi socialisti” per vasti settori dell'economia, si sono al contempo svolti processi che potremmo definire di statalizzazione nei “paesi liberalcapitalisti” per altrettanti settori economici: accanto al riemergere di politiche protezionistiche e di sovvenzionamenti statali (ad esempio, Stati Uniti d'America ed Europa per quanto riguarda l'agricoltura), campi che hanno un'importanza strategica quali quelli della produzione militare o della ricerca, per lungo tempo demandati ai privati, vengono sempre più (ri)assorbiti dallo Stato.

Il venir meno delle differenze in ambito del sistema di produzione tra paesi a guida liberalcapitalista e paesi a guida stalinista/statalcapitalista produce sul piano sovrastrutturale il venir meno anche delle differenze nei sistemi politici ed ideologici: “liberali” e “comunisti”, nell'immaginario ideologico collettivo già associati a simboli quali colori (“i blu” gli uni, “i rossi” gli altri) o ad ideali universali (“la libertà individuale” i primi, “la giustizia sociale” gli altri) perdono anche queste connotazioni superficiali ed esteriori, e diventano, volendoci soffermare sul piano delle associazioni arbitrarie care ai simbolisti, “grigi” e “per il dominio” come il mondo che da molto prima hanno contribuito a costruire. Il venir meno delle differenze anche a riguardo del sistema politico (ovunque le libertà politiche tendono a restringersi, attraverso la giustificazione della lotta al terrorismo internazionale) e più in generale del sistema ideologico, fa sì che liberalcapitalisti e stalinisti siano resi perfettamente intercambiabili: nessuno si stupisce se in Italia gli stalinisti siano al governo gestendo e conservando un sistema politico ereditato dalle forze liberalcapitaliste, nessuno si stupirebbe se domani stesso un ipotetico “partito liberale cinese” giungendo al potere conservasse l'intero attuale sistema politico (e l'odierno sistema di produzione, chiaramente) della Repubblica Popolare Cinese. Complessivamente si assiste in conclusione al venir meno delle differenze in un unico Sistema.



4.3 Unitarietà del Sistema e Imperialismo unitario

Poiché il Sistema che viene in essere dalla scomparsa delle precedenti anche effimere differenze si fonda sullo stesso ordine economico capitalista internazionalizzato, è caratterizzato al suo interno anche da un'unitarietà in condivisi obiettivi politici di fondo, funzionali alla sopravvivenza ed alla perpetrazione del Sistema stesso. Questa unitarietà si sostanzia in un mutuo e solidale reciproco sostegno di fondo tra i ceti dominanti dei diversi paesi, e dei loro Stati, principali attori componenti la politica internazionale, di fatto comitati d'affari dei ceti dominanti stessi: eventuali sovvertimenti in una regione del mondo, o anche in un solo Stato, aventi l'obiettivo di mettere in discussione in loco l'ordine economico capitalista, rischierebbero di avere degli effetti a catena deleteri per l'intero Sistema internazionale, sia per il rischio che sovvertimenti simili nascano e si sviluppino nei paesi limitrofi (ma anche in paesi geograficamente non contigui), sia perché se degli eventi contribuissero ad accelerare una crisi di accumulazione nell'economia di uno Stato o di una regione del mondo, gli effetti della crisi economica, in un sistema economico internazionalizzato, si ripercuoterebbero nelle altre economie e quindi nell'economia globalmente considerata, a scapito di tutti i ceti dominanti. I ceti dominanti e i loro Stati convergono perciò su uguali linee generali di politica estera, sostanzialmente condividendo l'ordine politico mondiale che debba essere mantenuto o costruito a difesa dei loro interessi collettivi.

Questa unitarietà di fondo del Sistema, non solo per quanto riguarda il sistema di produzione, ma anche per la condivisa visione nelle dinamiche politiche, non è tuttavia affatto nuova, ma la si riscontra anche lungo tutta la guerra fredda. Già Arrigo Cervetto, uno dei marxisti più in vista nell'ambito della sinistra comunista italiana, nelle sue analisi sull'imperialismo, raccolte poi nell'opera L'imperialismo unitario[2], dimostra come tutta la guerra fredda sia caratterizzata, oltre che da un (pur esistente) più esteriore scontro tra le due superpotenze ed i rispettivi blocchi, ad un piano più subsidente fosse caratterizzata da un accordo di fondo tra gli stessi soggetti inerente la conservazione e la salvaguardia dell'ordine politico mondiale come allora definito, ordine politico mondiale nato alla Conferenza di Yalta tra il 4 e l'11 febbraio del 1945. Uno scontro più acceso avveniva esclusivamente per le aree del mondo la cui assegnazione non era stava ivi precedentemente concordata.

Ieri come oggi, la condivisione di uno stesso sistema di produzione e di un ordine politico mondiale da salvaguardare non deve far pensare che i momenti di scontro tra diversi Stati e fazioni siano fittizî. Nient'affatto: la politica internazionale si è sempre caratterizzata, e continua ad esserlo, come un palcoscenico sul quale Stati sovrani interagiscono ognuno perseguendo i propri esclusivi interessi economici e politici. Nel perseguire i propri interessi economici e politici gli Stati debbono tuttavia salvaguardare il comune scenario-ordine-palcoscenico in cui la rete di giochi, di game, si svolge, facendo fronte comune contro i comuni pericoli e contro i nemici esterni, ossia quanti nelle regole del gioco (le game's rules) non si riconoscono. Similmente il perseguire i propri interessi non raramente comporta per gli Stati la necessità di trovare tra loro accordi e compromessi (anche questi fanno parte delle game's rules), pena il non riuscire isolatamente a conseguire i propri scopi.

Alcuni esempi di come Stati anche con interessi contrapposti concorrano nella condivisa definizione dell'ordine politico mondiale si riscontrano nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ove potenze quali Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese si trovano concordi nel riconoscere come legittime le occupazioni militari di Iraq ed Afghanistan da parte di coalizioni internazionali, e legittimi i rispettivi governi insediatisi con le occupazioni. Gli stessi Stati, anche non in sede di Consiglio di Sicurezza, tutti nel conflitto arabo-israeliano sono schierati con lo Stato d'Israele ed il sionismo; tutti – Stati Uniti, Cina, Federazione Russia – nello scontro interno palestinese concordano nel riconoscere come legittimo il governo di al-Fatah e non quello di Hamas. Esempi di accordi tra Stati per perseguire ciascuno i propri interessi sono le coalizioni internazionali con le quali è stata resa possibile l'occupazione di Iraq ed Afghanistan: queste rappresentano degli accordi di mutuo sostegno tra distinti imperialismi funzionali ad una spartizione interimperialistica della “torta/bottino”.

In sintesi ed in conclusione, come in molte altre relazioni sociali, anche riguardo ai rapporti tra Stati si può assumere che competizione e cooperazione siano due elementi che non si escludano a vicenda, ma anzi possano contemporaneamente sussistere ed effettivamente sussistono su due piani diversi: competizione superficiale per il perseguimento di interessi economici e politici contrapposti, cooperazione subsidente per il perseguimento di interessi economici e politici convergenti, nonché per la difesa dell'ordine economico e politico mondiale, nel quale tutti si riconoscono, dalle minacce dei nemici esterni. Tale dinamica di coesistenti competizione e cooperazione può essere ulteriormente compresa ricorrendo ad un esempio: prendiamo un centro sociale o un altro ambiente nel quale si svolgono le relazioni tra eterogenei soggetti appartenenti al Movimento extraistituzionale. Al proprio interno potranno sorgere tra tali soggetti anche forti contrapposizioni tra diverse aree e componenti in funzione di divergenti posizioni teorico-ideologiche, di distinte strategie nel perseguimento degli obiettivi, o addirittura di antipatie personali. Gli stessi soggetti tuttavia ritroveranno tra loro un'unitarietà ed attueranno strategie di cooperazione qualora si presenti loro una comune minaccia esterna quale un'ondata repressiva o un tentativo di sgombro. Anche gli Stati sono fenomeni sociali e quindi pure umani, regolati dalle umane dinamiche dei giochi delle alleanze a cerchi concentrici, e dai principi di competizione e cooperazione in continuo variabile rapporto dinamico.
 

 


4.4 L'Italia tra sovranità e imperialismo

Per quanto potrebbe essere banale, occorre tuttavia prendere in analisi la situazione italiana in rapporto al quadro dei profili del mondo contemporaneo come già delineati, senza quindi introdurre ulteriori elementi che non siano già quelli visti sopra. Questo è necessario per una maggiore chiarezza che diradi dubbi o erronee concezioni nelle quali molti, chi in buona fede, chi decisamente meno, cadono nella lettura della realtà italiana, provocando nella prassi uno slittamento dell'avversario da combattere, nelle strategie da perseguire, e negli obiettivi da concretizzare da quelli reali e materiali ad altri inesistenti ed inconsistenti, o comunque astrusi dal contesto.

Va perciò ribadito chiaramente che la Repubblica Italiana, a differenza del Portorico o di Guam, non è una colonia sottoposta alla sudditanza di un fantomatico “Impero americano” (tra l'altro gli Stati Uniti sono una repubblica federale), ma uno Stato sovrano che persegue esclusivamente il proprio tornaconto ed i propri interessi economici e politici (intendendo con propri interessi quelli dei ceti dominanti dei quali lo Stato è espressione politica), vogliasi da solo, vogliasi in accordo con altri Stati sovrani con i quali proprio di interessi e di finalità trova una convergenza. Incentrare l'azione politica su una (già esistente) indipendenza dello Stato italiano ed assumere come controparte prioritariamente se non esclusivamente i ceti dominanti statunitensi anziché quelli italiani comporta un errore di prospettiva foriero di ulteriori distorsioni nella strategia politica: l'antiamericanismo rischia di diventare un'ideologia e quindi assumere un carattere ossessivo ed onnicomprensivo quale unica chiave di lettura dei fenomeni internazionali ed interni; da questa ideologia ossessiva ne potrebbe derivare che qualsiasi paese si contrapponga agli Stati Uniti sia “il bene incarnato” portatore di un “imperialismo buono” e anzi non passabile di imperialismo; si sottovaluta specularmente il problema dell'imperialismo italiano, concependolo come emanazione dell'imperialismo americano; si rischia di finire per scagliarsi esclusivamente contro l’imperialismo di altri paesi disinteressandosi e non incidendo su quello di casa nostra, dando invece una scossa al quale si potrebbero indebolire a catena anche quelli degli altri Stati.

Il primo dovere di un antimperialista dovrebbe essere quello di lottare contro l'imperialismo di casa propria, quello dello Stato in cui vive. Solo così, lottando prioritariamente contro il “proprio”(virgolette obbligatorie) imperialismo, e non solo indirettamente contro altri, può sperare di incidere in qualche misura, contribuendo costruttivamente ad indebolire il superimperialismo / imperialismo unitario dell'intero Sistema.

Sicuramente si può osservare, all'interno del quadro economico globale, l'esistenza di gruppi di potere (economico) transnazionali. Proprio perché sono di natura transnazionale, è errato asserire che siano espressione degli interessi statunitensi, in quanto di tali gruppi fanno trasversalmente parte composizioni sociali dei ceti dominanti dei diversi Stati, motivo per cui molteplici Stati non per servilismo, ma per proprio tornaconto, ne agevoleranno l'azione anche con apposite legislazioni o con scelte di ambito politico. In definitiva si può affermare che il capitalismo non ha nazione, e neppure la “nazione” statunitense. Quello che caratterizza l'Italia, gli altri Stati, lo stesso Sistema nel suo complesso, non è la dipendenza politica da alcuno, quanto l'interdipendenza economica, caratterizzante l'ordine economico mondiale. Questa interdipendenza comporta che ad esempio anche gli Stati Uniti (inter)dipendono dall'Arabia Saudita, se si pensa che quest'ultima contribuisce per il 7 % degli investimenti esteri presenti negli States, così come che tutte le potenze ed i ceti dominanti si trovano sostanzialmente a condividere uno stesso ordine politico mondiale posto a tutela dell'ordine economico.

L'americanizzazione, che comporta sul piano culturale una parziale acquisizione degli usi e costumi statunitensi, e sul piano linguistico elementi di anglofonizzazione, non è un malvagio piano scientemente studiato dalle agenzie degli Stati Uniti, quanto invece avviene perché è funzionale agli interessi del capitalismo globalmente considerato: tutti i soggetti che hanno come riferimento il mercato globale non possono che accogliere positivamente una standardizzazione di usi e costumi, lingua e bisogni, dato che ciò significa la costruzione di uniformati format di prodotti, dai beni di consumo alle pubblicità degli stessi, che comporterebbero un abbattimento dei costi legati alle spese di produzioni differenziate a seconda di differenziate abitudini nel globo. Tuttavia occorre sottolineare che questo processo non è, almeno attualmente, del tutto univoco: la globalizzazione non corrisponde con un'americanizzazione, quanto con un reciproco mescolarsi di usi e costumi nel quale anche gli Stati Uniti subiscono apporti esterni.
 



4.5 Per un terzo campo socialista

La risposta al presente quadro politico internazionale può essere offerta dalla costruzione di un terzo campo socialista a livello internazionale, alternativo ai due campi liberalcapitalista e stalinista che in realtà costituiscono un unico Sistema ed un solo ordine politico ed economico internazionale.

Il concetto di terzo campo, la cui origine si deve soprattutto a Max Shachtman[3], e che sarebbe poi stato sviluppato da altri sulla scia di questi, nasce anch'esso durante la guerra fredda, andando ad indicare quell'insieme di movimenti e correnti che, richiamandosi in vario modo al socialismo, non si schieravano a difesa né del Capitalismo, né dello Stalinismo, ma esclusivamente dei lavoratori e degli oppressi ovunque collocati.

Il terzo campo di cui si avverte la necessità oggi è quello di un socialismo democratico e libertario, autogestionario, anticapitalista ed antimperialista, che rigetti sia la socialdemocrazia liberalcapitalista sia lo stalinismo, schierandosi al fianco dei lavoratori e dei popoli; un socialismo che attinga, tra le molteplici esperienze storiche, anche al movimento sindacalista rivoluzionario e che abbia tra i padri nobili socialisti come Francesco Saverio Merlino, Carlo Andreoni, Lelio Basso ed Ignazio Silone[4].





[1] Di fatto, la prosecuzione dell'internazionale stalinista.

[2] Arrigo Cervetto, L'Imperialismo unitario, ed. Lotta Comunista, Milano (1981) 1996.

[3] Max Schachtman (1904-1972), polacco naturalizzato statunitense, rigettando la concezione di “Stati burocraticamente degenerati” in riferimento ai “paesi socialisti”, di conseguenza negò la necessità di schierarsi in difesa di essi, passando quindi dal trozkismo a delineare un “socialismo del terzo campo”. Nell'ultima parte della sua vita si spostò tuttavia su posizioni socialdemcoratiche di destra, arrivando a schierarsi con il campo capitalista in quanto visto in qualche misura migliore di quello stalinista.

[4] Ignazio Silone (1900-1978), all'anagrafe Secondo Tranquilli, oltre che famoso scrittore fu anche militante socialista. Fondatore nel 1949 insieme ad altri del Partito Socialista Unitario (PSU) e direttore di Europa Socialista, si fece portatore di una visione di autonomia dell'Europa sia dal capitalismo sia dallo stalinismo. In seguito alla confluenza del PSU nel filo-americano PSLI, abbandonò la vita politica tornando a dedicarsi a tempo pieno alla letteratura, attraverso la quale continuò a dare profondi moniti sulla politica e sulla vita.


 

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Data Creazione/Modifica: 27-01-09

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