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Capitalismo di Stato, Imperialismo unitario, Terzo campo socialista
4.1 Stalinismo e Capitalismo di Stato
Potrebbe sembrare anacronistico, ad ormai molti anni dalla caduta del muro di
Berlino e dalla fine della guerra fredda, che qualcuno continui – o addirittura
inizi – a cimentarsi con categorie quali lo stalinismo o a ripercorrere
logoranti diatribe e datate discussioni quali quelle inerenti l'effettiva natura
dei “paesi socialisti” e la conseguente esigenza di un terzo campo socialista
(anche tale categoria datata se non altro a livello terminologico). Occorre
dunque effettuare, lungo il procedere della trattazione, delle precisazioni
d'insieme ed una riconcettualizzazione su un più esatto significato dei termini
e dei profili che si andranno man mano ad immettere, così da rendere evidente
come gli stessi siano tutt'altro che obsoleti, e come l' incentrare una non
trascurabile attenzione su di essi possa essere, ponendo in essere necessarie
riconcettualizzazioni e riletture, attuale e tutt'altro che anacronistico anche
oggi, e quindi utile ai fini di una più generale analisi politica.
Per stalinismo non si vuole qui intendere esclusivamente e non tanto l'insieme
delle realtà che, non accettando nel merito le conclusioni del XX Congresso del
PCUS del 1956 sulla destalinizzazione, hanno continuano fino ai nostri giorni a
richiamarsi esplicitamente a Stalin e ad al suo operato politico nei propri
discorsi, ad egli dedicando libri, busti di marmo, gigantografie. Ci si vuole
invece riferire, nella sua accezione più ampia e meno specifica, a quell'ampia
parte del movimento bolscevico internazionale che più direttamente è espressione
delle strutture di potere statuale e politico nelle esperienze storiche dei
“paesi socialisti”. Dunque l'accezione di Stalinismo – similmente all'uso che ne
fecero e ne fanno le opposizioni di sinistra – vuole qui essere utilizzata per
indicare principalmente l'insieme delle realtà filo-sovietiche (che esprimono
una sostanziale difesa e giustificazione sul piano storico dell'esperienza
sovietica e dei cosiddetti “paesi satelliti” all'Unione Sovietica alleati e
legati nel Patto di Varsavia, sia ricoprendo funzioni di Partito-Stato, sia
essendo in altro modo con l'Unione Sovietica collegati, come sostenendo sul
piano internazionale la potenza sovietica, ricevendo da essa finanziamenti,
aderendo ad appositi strumenti di collegamento quali la World Marxist Review -
Problemi di Pace e Socialismo)[1] nonché le realtà dalle prime derivanti. Come
le realtà filo-sovietiche hanno ripudiato – teoricamente – Stalin, così le
realtà dalle prime derivanti – ugualmente teoricamente – hanno ripudiato il
proprio trascorso legame con l'Unione Sovietica, “casualmente” quando non
esistendo più la stessa, non ne potevano più ricevere finanziamenti. Ma entrambi
le due fattispecie di realtà hanno continuato ad operare nel solco delle passate
infatuazioni, conservando il metodo stalinista in politica e dunque rivelandosi
i degni eredi e continuatori dello stalinismo, delineando una coerente e
consequenziale continuità storica.
Non può dirsi, al giorno d'oggi, che lo stalinismo internazionale sia comunque
diventato residuale, se si considera che a più di quindici anni dal crollo
dell'Unione Sovietica gli stalinisti esercitano il potere e ricoprono funzioni
politiche di governo in non poche regioni del mondo: solo per citare alcuni
esempi, dalla Repubblica Popolare Cinese (nella quale vive oltre un miliardo di
esseri umani), alla Repubblica Italiana (con i suoi quasi sessanta milioni di
abitanti), fino a diversi Stati della popolosa Unione Indiana. La semplice
constatazione di come oltre un quinto dell'intera popolazione terrestre sia ad
oggi sotto il potere degli stalinisti, rivela come parlare oggi dello stalinismo
sia tutt'altro che anacronistico. Nei “paesi socialisti” di ieri (blocco
sovietico) e di oggi (vedi sopra) tale potere era ed è esercitato in modo
equipollentemente autoreferenziale e dispotico: in Cina, in India, in Italia e
altrove gli stalinisti promuovono l'accumulazione di sempre più ingenti capitali
in mano a pochi, appartenenti ai ceti dominanti, a scapito dei ceti oppressi e
dominati ai quali viene fatto sperimentare un massacro sociale sulla propria
pelle; nel mentre, gli oppositori conoscono persecuzioni e repressioni.
4.2 Annullamento delle differenze in un solo Sistema
I processi di globalizzazione hanno portato e portano ad un intensificarsi
sempre maggiore delle relazioni economiche tra le diverse aree del mondo, fino
alla sempre più coerente e e strutturata creazione di un mercato capitalistico
globale. Gli Stati in cui gli stalinisti esercitano il loro potere non sono
astrusi da questo mercato capitalistico globale, ma ne sono ugualmente
protagonisti che gli Stati la cui direzione politica è assunta da forze
liberalcapitaliste. Già nel corso della guerra fredda i due blocchi
liberalcapitalista e stalinista non costituivano due sistemi economici chiusi su
se stessi ed incomunicanti tra loro, ma in ultima istanza sostanziavano un unico
grande mercato capitalista globale. All'interno di questo i due blocchi
componenti si distinguevano per le modalità di gestione dei capitali, le quali
nel blocco stalinista si accentravano tendenzialmente di più nello Stato
piuttosto che nei privati, come invece sempre tendenzialmente avveniva nel campo
liberalcapitalista. Capitalismo “dei privati” e Capitalismo di Stato non sono
ravvisabili come due sistemi economici di produzione totalmente distinti (se non
altro anche per il fatto di essere comunicanti tra loro), bensì due sottosistemi
o tendenze dello stesso sistema di produzione. Le stesse poi, non sono
ravvisabili come fossero state le due componenti binarie del sistema
capitalistico, quanto piuttosto una variegata gamma di sfumature ognuna delle
quali la risultante di una miscela diversa di differenti quantità dei due
elementi pienamente interscambiabili della gestione privata e della gestione
statalizzata. Il fatto che uno Stato fosse essenzialmente a Capitalismo “dei
privati” non impediva che alcuni suoi settori economici potessero essere a
gestione statalizzata, mentre corrispettivamente nulla vietava ad uno Stato la
cui natura fosse essenzialmente stata quella capitalista di Stato di gestire
alcuni settori attraverso i privati, nel caso anche stranieri. Le fabbriche
della Fiat impiantate in Polonia ed in Unione Sovietica, la rete televisiva
Publitalia 80 inaugurata a Mosca, non sono che alcuni degli esempi che si
potrebbero fare a dimostrazione di come i due blocchi, entrambi capitalisti,
fossero comunicanti: capitali privati affluivano in entrambi i blocchi, comunque
fruttando ai ceti dominanti sulla pelle dei dominati.
A partire dagli anni novanta si è assistito ad un generale processo di
scomposizione e ricomposizione dei due elementi (gestione privata e gestione
statalizzata) modellanti le tipologie di sistema capitalista. Tale composizione
e ricomposizione, in ossequio alle necessità del sempre maggiore integrarsi del
già esistente mercato capitalistico globale, ha fatto sì che i due elementi si
miscelassero in modo tale che ne uscisse un tasso di uniformazione superiore a
prima. Si ha oggi così un'omogeneità dal punto di vista del sistema di
produzione tra paesi a guida liberalcapitalista e paesi a guida stalinista, che
è maggiore rispetto ai decenni precedenti: rispetto al passato, quando già le
differenze erano quantitative (legate cioè alla quantità di gestione privata e
pubblica immessa) e non qualitative (in assenza di elementi concreti che
facessero dei due blocchi due realmente distinti sistemi di produzione), ora
anche le differenze quantitative vengono meno, e i due blocchi diventano
totalmente uguali dal punto di vista economico, distinguendosi meramente dal
punto di vista politico dall'ideologia delle forze politiche che ne sono alla
guida. Ma tale processo di uniformazione non si sostanzia meramente nello
slittamento delle economie statalcapitaliste nel campo di quelle
liberalcapitaliste, bensì attraverso un riavvicinamento delle due tipologie
economiche che convergono verso un equilibrio mediano di gestione statale e di
gestione privata. In sostanza, a processi di liberalizzazione avvenuti nei
“paesi socialisti” per vasti settori dell'economia, si sono al contempo svolti
processi che potremmo definire di statalizzazione nei “paesi liberalcapitalisti”
per altrettanti settori economici: accanto al riemergere di politiche
protezionistiche e di sovvenzionamenti statali (ad esempio, Stati Uniti
d'America ed Europa per quanto riguarda l'agricoltura), campi che hanno
un'importanza strategica quali quelli della produzione militare o della ricerca,
per lungo tempo demandati ai privati, vengono sempre più (ri)assorbiti dallo
Stato.
Il venir meno delle differenze in ambito del sistema di produzione tra paesi a
guida liberalcapitalista e paesi a guida stalinista/statalcapitalista produce
sul piano sovrastrutturale il venir meno anche delle differenze nei sistemi
politici ed ideologici: “liberali” e “comunisti”, nell'immaginario ideologico
collettivo già associati a simboli quali colori (“i blu” gli uni, “i rossi” gli
altri) o ad ideali universali (“la libertà individuale” i primi, “la giustizia
sociale” gli altri) perdono anche queste connotazioni superficiali ed esteriori,
e diventano, volendoci soffermare sul piano delle associazioni arbitrarie care
ai simbolisti, “grigi” e “per il dominio” come il mondo che da molto prima hanno
contribuito a costruire. Il venir meno delle differenze anche a riguardo del
sistema politico (ovunque le libertà politiche tendono a restringersi,
attraverso la giustificazione della lotta al terrorismo internazionale) e più in
generale del sistema ideologico, fa sì che liberalcapitalisti e stalinisti siano
resi perfettamente intercambiabili: nessuno si stupisce se in Italia gli
stalinisti siano al governo gestendo e conservando un sistema politico ereditato
dalle forze liberalcapitaliste, nessuno si stupirebbe se domani stesso un
ipotetico “partito liberale cinese” giungendo al potere conservasse l'intero
attuale sistema politico (e l'odierno sistema di produzione, chiaramente) della
Repubblica Popolare Cinese. Complessivamente si assiste in conclusione al venir
meno delle differenze in un unico Sistema.
4.3 Unitarietà del Sistema e Imperialismo unitario
Poiché il Sistema che viene in essere dalla scomparsa delle precedenti anche
effimere differenze si fonda sullo stesso ordine economico capitalista
internazionalizzato, è caratterizzato al suo interno anche da un'unitarietà in
condivisi obiettivi politici di fondo, funzionali alla sopravvivenza ed alla
perpetrazione del Sistema stesso. Questa unitarietà si sostanzia in un mutuo e
solidale reciproco sostegno di fondo tra i ceti dominanti dei diversi paesi, e
dei loro Stati, principali attori componenti la politica internazionale, di
fatto comitati d'affari dei ceti dominanti stessi: eventuali sovvertimenti in
una regione del mondo, o anche in un solo Stato, aventi l'obiettivo di mettere
in discussione in loco l'ordine economico capitalista, rischierebbero di avere
degli effetti a catena deleteri per l'intero Sistema internazionale, sia per il
rischio che sovvertimenti simili nascano e si sviluppino nei paesi limitrofi (ma
anche in paesi geograficamente non contigui), sia perché se degli eventi
contribuissero ad accelerare una crisi di accumulazione nell'economia di uno
Stato o di una regione del mondo, gli effetti della crisi economica, in un
sistema economico internazionalizzato, si ripercuoterebbero nelle altre economie
e quindi nell'economia globalmente considerata, a scapito di tutti i ceti
dominanti. I ceti dominanti e i loro Stati convergono perciò su uguali linee
generali di politica estera, sostanzialmente condividendo l'ordine politico
mondiale che debba essere mantenuto o costruito a difesa dei loro interessi
collettivi.
Questa unitarietà di fondo del Sistema, non solo per quanto riguarda il sistema
di produzione, ma anche per la condivisa visione nelle dinamiche politiche, non
è tuttavia affatto nuova, ma la si riscontra anche lungo tutta la guerra fredda.
Già Arrigo Cervetto, uno dei marxisti più in vista nell'ambito della sinistra
comunista italiana, nelle sue analisi sull'imperialismo, raccolte poi nell'opera
L'imperialismo unitario[2], dimostra come tutta la guerra fredda sia
caratterizzata, oltre che da un (pur esistente) più esteriore scontro tra le due
superpotenze ed i rispettivi blocchi, ad un piano più subsidente fosse
caratterizzata da un accordo di fondo tra gli stessi soggetti inerente la
conservazione e la salvaguardia dell'ordine politico mondiale come allora
definito, ordine politico mondiale nato alla Conferenza di Yalta tra il 4 e l'11
febbraio del 1945. Uno scontro più acceso avveniva esclusivamente per le aree
del mondo la cui assegnazione non era stava ivi precedentemente concordata.
Ieri come oggi, la condivisione di uno stesso sistema di produzione e di un
ordine politico mondiale da salvaguardare non deve far pensare che i momenti di
scontro tra diversi Stati e fazioni siano fittizî. Nient'affatto: la politica
internazionale si è sempre caratterizzata, e continua ad esserlo, come un
palcoscenico sul quale Stati sovrani interagiscono ognuno perseguendo i propri
esclusivi interessi economici e politici. Nel perseguire i propri interessi
economici e politici gli Stati debbono tuttavia salvaguardare il comune
scenario-ordine-palcoscenico in cui la rete di giochi, di game, si svolge,
facendo fronte comune contro i comuni pericoli e contro i nemici esterni, ossia
quanti nelle regole del gioco (le game's rules) non si riconoscono. Similmente
il perseguire i propri interessi non raramente comporta per gli Stati la
necessità di trovare tra loro accordi e compromessi (anche questi fanno parte
delle game's rules), pena il non riuscire isolatamente a conseguire i propri
scopi.
Alcuni esempi di come Stati anche con interessi contrapposti concorrano nella
condivisa definizione dell'ordine politico mondiale si riscontrano nelle
risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ove potenze quali Stati Uniti,
Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese si trovano concordi nel
riconoscere come legittime le occupazioni militari di Iraq ed Afghanistan da
parte di coalizioni internazionali, e legittimi i rispettivi governi insediatisi
con le occupazioni. Gli stessi Stati, anche non in sede di Consiglio di
Sicurezza, tutti nel conflitto arabo-israeliano sono schierati con lo Stato
d'Israele ed il sionismo; tutti – Stati Uniti, Cina, Federazione Russia – nello
scontro interno palestinese concordano nel riconoscere come legittimo il governo
di al-Fatah e non quello di Hamas. Esempi di accordi tra Stati per perseguire
ciascuno i propri interessi sono le coalizioni internazionali con le quali è
stata resa possibile l'occupazione di Iraq ed Afghanistan: queste rappresentano
degli accordi di mutuo sostegno tra distinti imperialismi funzionali ad una
spartizione interimperialistica della “torta/bottino”.
In sintesi ed in conclusione, come in molte altre relazioni sociali, anche
riguardo ai rapporti tra Stati si può assumere che competizione e cooperazione
siano due elementi che non si escludano a vicenda, ma anzi possano
contemporaneamente sussistere ed effettivamente sussistono su due piani diversi:
competizione superficiale per il perseguimento di interessi economici e politici
contrapposti, cooperazione subsidente per il perseguimento di interessi
economici e politici convergenti, nonché per la difesa dell'ordine economico e
politico mondiale, nel quale tutti si riconoscono, dalle minacce dei nemici
esterni. Tale dinamica di coesistenti competizione e cooperazione può essere
ulteriormente compresa ricorrendo ad un esempio: prendiamo un centro sociale o
un altro ambiente nel quale si svolgono le relazioni tra eterogenei soggetti
appartenenti al Movimento extraistituzionale. Al proprio interno potranno
sorgere tra tali soggetti anche forti contrapposizioni tra diverse aree e
componenti in funzione di divergenti posizioni teorico-ideologiche, di distinte
strategie nel perseguimento degli obiettivi, o addirittura di antipatie
personali. Gli stessi soggetti tuttavia ritroveranno tra loro un'unitarietà ed
attueranno strategie di cooperazione qualora si presenti loro una comune
minaccia esterna quale un'ondata repressiva o un tentativo di sgombro. Anche gli
Stati sono fenomeni sociali e quindi pure umani, regolati dalle umane dinamiche
dei giochi delle alleanze a cerchi concentrici, e dai principi di competizione e
cooperazione in continuo variabile rapporto dinamico.
4.4 L'Italia tra sovranità e imperialismo
Per quanto potrebbe essere banale, occorre tuttavia prendere in analisi la
situazione italiana in rapporto al quadro dei profili del mondo contemporaneo
come già delineati, senza quindi introdurre ulteriori elementi che non siano già
quelli visti sopra. Questo è necessario per una maggiore chiarezza che diradi
dubbi o erronee concezioni nelle quali molti, chi in buona fede, chi decisamente
meno, cadono nella lettura della realtà italiana, provocando nella prassi uno
slittamento dell'avversario da combattere, nelle strategie da perseguire, e
negli obiettivi da concretizzare da quelli reali e materiali ad altri
inesistenti ed inconsistenti, o comunque astrusi dal contesto.
Va perciò ribadito chiaramente che la Repubblica Italiana, a differenza del
Portorico o di Guam, non è una colonia sottoposta alla sudditanza di un
fantomatico “Impero americano” (tra l'altro gli Stati Uniti sono una repubblica
federale), ma uno Stato sovrano che persegue esclusivamente il proprio
tornaconto ed i propri interessi economici e politici (intendendo con propri
interessi quelli dei ceti dominanti dei quali lo Stato è espressione politica),
vogliasi da solo, vogliasi in accordo con altri Stati sovrani con i quali
proprio di interessi e di finalità trova una convergenza. Incentrare l'azione
politica su una (già esistente) indipendenza dello Stato italiano ed assumere
come controparte prioritariamente se non esclusivamente i ceti dominanti
statunitensi anziché quelli italiani comporta un errore di prospettiva foriero
di ulteriori distorsioni nella strategia politica: l'antiamericanismo rischia di
diventare un'ideologia e quindi assumere un carattere ossessivo ed
onnicomprensivo quale unica chiave di lettura dei fenomeni internazionali ed
interni; da questa ideologia ossessiva ne potrebbe derivare che qualsiasi paese
si contrapponga agli Stati Uniti sia “il bene incarnato” portatore di un
“imperialismo buono” e anzi non passabile di imperialismo; si sottovaluta
specularmente il problema dell'imperialismo italiano, concependolo come
emanazione dell'imperialismo americano; si rischia di finire per scagliarsi
esclusivamente contro l’imperialismo di altri paesi disinteressandosi e non
incidendo su quello di casa nostra, dando invece una scossa al quale si
potrebbero indebolire a catena anche quelli degli altri Stati.
Il primo dovere di un antimperialista dovrebbe essere quello di lottare contro
l'imperialismo di casa propria, quello dello Stato in cui vive. Solo così,
lottando prioritariamente contro il “proprio”(virgolette obbligatorie)
imperialismo, e non solo indirettamente contro altri, può sperare di incidere in
qualche misura, contribuendo costruttivamente ad indebolire il superimperialismo
/ imperialismo unitario dell'intero Sistema.
Sicuramente si può osservare, all'interno del quadro economico globale,
l'esistenza di gruppi di potere (economico) transnazionali. Proprio perché sono
di natura transnazionale, è errato asserire che siano espressione degli
interessi statunitensi, in quanto di tali gruppi fanno trasversalmente parte
composizioni sociali dei ceti dominanti dei diversi Stati, motivo per cui
molteplici Stati non per servilismo, ma per proprio tornaconto, ne agevoleranno
l'azione anche con apposite legislazioni o con scelte di ambito politico. In
definitiva si può affermare che il capitalismo non ha nazione, e neppure la
“nazione” statunitense. Quello che caratterizza l'Italia, gli altri Stati, lo
stesso Sistema nel suo complesso, non è la dipendenza politica da alcuno, quanto
l'interdipendenza economica, caratterizzante l'ordine economico mondiale. Questa
interdipendenza comporta che ad esempio anche gli Stati Uniti (inter)dipendono
dall'Arabia Saudita, se si pensa che quest'ultima contribuisce per il 7 % degli
investimenti esteri presenti negli States, così come che tutte le potenze ed i
ceti dominanti si trovano sostanzialmente a condividere uno stesso ordine
politico mondiale posto a tutela dell'ordine economico.
L'americanizzazione, che comporta sul piano culturale una parziale acquisizione
degli usi e costumi statunitensi, e sul piano linguistico elementi di
anglofonizzazione, non è un malvagio piano scientemente studiato dalle agenzie
degli Stati Uniti, quanto invece avviene perché è funzionale agli interessi del
capitalismo globalmente considerato: tutti i soggetti che hanno come riferimento
il mercato globale non possono che accogliere positivamente una
standardizzazione di usi e costumi, lingua e bisogni, dato che ciò significa la
costruzione di uniformati format di prodotti, dai beni di consumo alle
pubblicità degli stessi, che comporterebbero un abbattimento dei costi legati
alle spese di produzioni differenziate a seconda di differenziate abitudini nel
globo. Tuttavia occorre sottolineare che questo processo non è, almeno
attualmente, del tutto univoco: la globalizzazione non corrisponde con
un'americanizzazione, quanto con un reciproco mescolarsi di usi e costumi nel
quale anche gli Stati Uniti subiscono apporti esterni.
4.5 Per un terzo campo socialista
La risposta al presente quadro politico internazionale può essere offerta dalla
costruzione di un terzo campo socialista a livello internazionale, alternativo
ai due campi liberalcapitalista e stalinista che in realtà costituiscono un
unico Sistema ed un solo ordine politico ed economico internazionale.
Il concetto di terzo campo, la cui origine si deve soprattutto a Max
Shachtman[3], e che sarebbe poi stato sviluppato da altri sulla scia di questi,
nasce anch'esso durante la guerra fredda, andando ad indicare quell'insieme di
movimenti e correnti che, richiamandosi in vario modo al socialismo, non si
schieravano a difesa né del Capitalismo, né dello Stalinismo, ma esclusivamente
dei lavoratori e degli oppressi ovunque collocati.
Il terzo campo di cui si avverte la necessità oggi è quello di un socialismo
democratico e libertario, autogestionario, anticapitalista ed antimperialista,
che rigetti sia la socialdemocrazia liberalcapitalista sia lo stalinismo,
schierandosi al fianco dei lavoratori e dei popoli; un socialismo che attinga,
tra le molteplici esperienze storiche, anche al movimento sindacalista
rivoluzionario e che abbia tra i padri nobili socialisti come Francesco Saverio
Merlino, Carlo Andreoni, Lelio Basso ed Ignazio Silone[4].
[1] Di fatto, la prosecuzione dell'internazionale stalinista.
[2] Arrigo Cervetto, L'Imperialismo unitario, ed. Lotta Comunista, Milano (1981)
1996.
[3] Max Schachtman (1904-1972), polacco naturalizzato statunitense, rigettando
la concezione di “Stati burocraticamente degenerati” in riferimento ai “paesi
socialisti”, di conseguenza negò la necessità di schierarsi in difesa di essi,
passando quindi dal trozkismo a delineare un “socialismo del terzo campo”.
Nell'ultima parte della sua vita si spostò tuttavia su posizioni
socialdemcoratiche di destra, arrivando a schierarsi con il campo capitalista in
quanto visto in qualche misura migliore di quello stalinista.
[4] Ignazio Silone (1900-1978), all'anagrafe Secondo Tranquilli, oltre che
famoso scrittore fu anche militante socialista. Fondatore nel 1949 insieme ad
altri del Partito Socialista Unitario (PSU) e direttore di Europa Socialista, si
fece portatore di una visione di autonomia dell'Europa sia dal capitalismo sia
dallo stalinismo. In seguito alla confluenza del PSU nel filo-americano PSLI,
abbandonò la vita politica tornando a dedicarsi a tempo pieno alla letteratura,
attraverso la quale continuò a dare profondi moniti sulla politica e sulla vita.
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