|
A differenza di quanto avviene per le scienze naturali, nella sfera delle
scienze sociali è impossibile riuscire a stabilire delle leggi deterministiche
immutabili ed universalmente valide, come invece asseriva in passato il pensiero
positivista. Questo per almeno due ragioni fondamentali. Poiché innanzi tutto
gli esseri umani, “particelle” componenti il più vasto sistema sociale, sono
sostanzialmente ed in ultima istanza dotati di libero arbitrio, nonché
condizionati nelle proprie scelte non solo dal sistema sociale che al tempo
stesso contribuiscono a definire, in un eterno e circolare gioco di specchi per
il quale la società forma gli uomini e contemporaneamente gli uomini formano la
società, ma anche dal proprio personale bagaglio esperienziale di vita, sì
sviluppantesi all'interno del sistema sociale e perciò da questo in qualche
misura condizionato e derivante, ma tuttavia che essendo la risultante di una
somma cumulativa di singole esperienze, assume una forma ed un contenuto unico
in ogni essere umano. Questi, inoltre condizionato dalla cultura che eredita
dalle precedenti generazioni, dall'ambiente in cui vive, e da altri molteplici
fattori, assumerebbe un comportamento diverso e non predeterminato anche
rispetto all'ipotetico ed altamente improbabile altro soggetto che pure avesse
accumulato un identico bagaglio esperienziale. La seconda ragione si inscrive
nella constatazione che lo scienziato sociale non guarda la società al
microscopio come si dice (invero impropriamente, stando alle ultime teorie
quantistiche) avvenga nelle scienze naturali, in cui l'osservatore sarebbe
completamente distaccato dal proprio oggetto di studio. Nelle scienze sociali
l'osservatore è immerso nella società di cui anch'egli è parte, e non se ne può
mai porre esternamente avendo dentro di essa interessi e aspirazioni, nonché
convinzioni e schemi culturali consolidati.
La società può quindi essere sicuramente oggetto di studio scientifico (da scio,
che in latino indica l' attività conoscitiva), per quanto dando, appunto, al
termine scienza un'accezione semantica attinente più alla sua origine
terminologica che al significante che ha comunemente assunto a partire dalla
rivoluzione scientifica del XVII secolo.
La metodologia d'analisi marxiana è stata e continua ad essere un ottimo
strumento per studiare, analizzare e tentare di comprendere la realtà
socio-economico-politica che ci troviamo di fronte, con la quale ci confrontiamo
e nella quale agiamo, al fine di meglio individuarne la sostanza ed i possibili
sviluppi futuri, e quindi di riuscire a delineare quali tattica e strategia
meglio si adattino alle ogni volta date condizioni materiali; ci permette di
meglio comprendere la natura e la sostanza degli attori con i quali interagiamo,
aiutandoci a stabilire conseguenzialmente come interagire con essi.
Come conciliare la metodologia d'analisi marxiana con quanto detto sulla natura
volontarista delle scelte umane? Friedrich Engels nel 1890 nella sua lettera a
J.Bloch[1] osservava e precisava a completamento di Marx come secondo la
concezione materialistica della storia la produzione e la riproduzione della
vita reale determinasse in ultima istanza la storia. Da nessuna parte, se non in
analisi avventate e superficiali, si esclude quindi che tutto quanto rientri
nella sovrastruttura svolga la sua non trascurabile parte nella modellazione
della storia e della società. Ugualmente la struttura non determinerebbe
unidirezionalmente, unilateralmente e semplicisticamente la sovrastruttura ma,
come ne deriva dalla concezione di materialismo dialettico, anche l'ideologia
influenza ed informa l'infrastruttura. Quello che viene sostenuto è quindi che
struttura e sovrastruttura siano tra loro in rapporto dialettico, che l'una
influenza l'altra facendosi a sua volta influenzare dalla prima come in un gioco
degli specchi, e che “il riflesso più profondo” sia svolto in ultima istanza dai
rapporti materiali di produzione.
Ora, stando alla premessa iniziale, e considerando la metodologia d'analisi
marxiana come allora formulata prodotto di una determinata epoca storica e
perciò non astrusa dal generale contesto di idee, concezioni ed influenze
proprie di tale dato periodo storico, è necessaria una rilettura volta ad
analizzare cosa si debba effettivamente intendere con l'espressione “in ultima
istanza”. Si può asserire che da una reinterpretazione estensiva
dell'espressione “determinare in ultima istanza” ne possa finalmente derivare la
concezione per la quale la struttura dei rapporti di produzione (più che
determinare tout court) influenza e condiziona (anche in modo profondo e
pressante) la storia, la società, le azioni degli attori sociali individualmente
e aggregatamente considerati. Accanto a questo profondo e pressante
condizionamento rappresentato dalla struttura economica dei rapporti di
produzione, il corso della storia, della società, delle dinamiche umane, è
contemporaneamente il portato sia di quanto avviene nella sovrastruttura, sia
delle azioni e delle scelte degli esseri umani sia individualmente che come
aggregazioni. E' difficile, se non impossibile, stabilire con esattezza per
quanta parte nel determinarsi della realtà influiscano i rapporti di produzione
e per quanta parte invece contribuiscano le scelte umane, a volte condizionate
fortemente dalla sovrastruttura, altre volte frutto di una volontà slegata da
condizionamenti culturali e sovrastrutturali, o comunque non facilmente
ravvisabile all'interno di essi nella misura in cui si attendano azioni
esclusivamente risultato di calcolo razionale. In conclusione la natura umana è
definita nella sua complessità sia da pressanti condizionamenti strutturali e
sovrastrutturali, sia da un margine tutt'altro che trascurabile di volontarietà.
L'uomo non è insomma né pienamente l'homo faber fortunæ suæ su cui, quasi fosse
in una torre d'avorio, non incide su di lui la realtà sociale che sfugge al suo
controllo, né totalmente un fantoccio sul quale inerme si abbatte un
predeterminato destino che meccanicisticamente ne determina ineluttabilmente le
azioni.
Per meglio comprendere cosa sia alla più profonda base della natura umana è
necessario introdurre la categoria di Iperstruttura. L'ipestruttura può essere
definita come il noumeno, il principio universale regolatore posto in modo
immanente al livello più profondo di tutta la natura e che ne costituisce la sua
più profonda essenza stessa. Essa si basa sui due principî di cooperazione e
competizione, in eterno rapporto dialettico tra loro. Proprio dal rapporto
dialettico tra questi due principi ordinatori, paragonabili allo yin ed allo
yang della filosofia tradizionale cinese, deriva la realtà naturale e, per
quanto riguarda gli esseri umani, la realtà sociale. La dialettica tra i due
principî non giunge mai ad una sintesi che li ingloba al tempo stesso
superandoli, ma proprio dalla loro contemporanea permanenza senza che vi sia mai
la completa sopraffazione dell'uno sull'altro si sviluppano e si evolvono la
storia e le relazioni sociali.
Nonostante le precisazioni sviluppate sopra, la metodologia d'analisi marxiana
permette la lettura e la comprensione della realtà socio-economica poiché, pur
non potendo prevedere in modo pressoché incontrovertibile le dinamiche
storico-sociali come vorrebbe una concezione deterministica nelle scienze
sociali, tuttavia le individua potenzialmente analizzando le principali cause
che condizionano ed influenzano in modo profondo la storia e la vita materiale.
Assumendo la metodologia d'analisi marxiana perciò non si ricavano certezze
assolute, ma una comunque utile analisi delle probabilità.
L'importanza e la genuinità della metodologia d'analisi marxiana è riscontrabile
innanzi tutto nella centralità che per la prima volta vengono coscientemente ad
assumere i rapporti di produzione come chiave di lettura della storia e della
società, l'individuazione dell'essenza dei concetti di sfruttamento, plusvalore,
alienazione nonché nella sostanza della critica condotta complessivamente verso
l'economia politica. E' quanto più importante ribadire la centralità assunta dai
rapporti di produzione in una fase storica in cui l'ideologia dominante tenta di
sfruttare a proprie fini, strumentalizzandole, le oggettive disparità presenti
all'interno della società, creando rancori e divisioni scioviniste di etnia
(cosa ben diversa dal legittimo riconoscimento delle diversità e delle
particolarità culturali), nonché divisioni basate su fattori quali il genere, la
religione, l'orientamento sessuale. Così dividendo la popolazione in campi
avversi attraverso tali vuoti e fittizî contenitori interclassisti si cerca di
eludere le problematiche centrali legate ai rapporti di produzione ed al
problema dello sfruttamento, che metafisicamente verrebbero a svanire e ad
essere considerati secondo l'accezione di molti “problemi di altre epoche”,
quasi come fossero un quid imprecisato esistente in una data epoca passata e non
piuttosto un fatto sociale che esiste storicamente.
Alcune femministe assumono come centrale il conflitto “uomo-donna”, alcuni
omosessuali vedono solo le ingiustizie nei diritti di successione, alcuni
laicisti intravedono il “regime” solo nella Chiesa cattolica (mai neanche
toccare l'ebraismo!) anziché nel più vasto sistema dei rapporti di produzione e
di dominio politico nel suo complesso; tutti sforzantisi nel tentativo di
leggere la realtà dalla loro personale e parziale angolazione che si
assolutizza. Nessuno degli stessi alcuni al tempo stesso che fa proprio
l'impegno in altri campi (antimperialismo, rivendicazioni socio-economiche,
protezione della biosfera) che trascendano il loro assolutizzato campo
d'interesse specifico corrispondente poi al proprio diretto interesse
particulare. Verrebbe da chiedere loro: come possiamo liberarvi se anche noi
ovunque siamo in catene?
[1] Friedrich Engels, Lettera a J.Bloch a Londra, 1890.
Torna
Indietro
|