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Verso la crisi di un ciclo di accumulazione: strategie e prospettive.
Il sistema di produzione capitalistico è caratterizzato al suo interno da fasi
di forte accumulazione di capitale e da altre di crisi degli stessi processi
d'accumulazione. Può sostenersi che il Capitalismo stesso sia suddivisibile in
cicli di accumulazione nei quali ad una fase espansiva che raggiunge il suo
apice segue una seconda fase di regressione e di stagnazione. Al giorno d'oggi
vari segnali quali il moltiplicarsi dei fallimenti del mercato, le sempre
maggiori difficoltà nell'economia mondiale, gli scandali e le crisi con cui
devono confrontarsi gruppi industriali internazionali e multinazionali, per
quanto avvengano ancora ad uno stato larvale dai contorni affatto definiti fanno
tuttavia ritenere che siamo agli inizi di una fase di crisi di un ciclo di
accumulazione capitalistico. I ceti dominanti dei vari paesi di fronte a questi
primi segnali hanno già iniziato ad adoperarsi nel tentativo di evitare che la
crisi dell'attuale ciclo di accumulazione entri nel vivo, cercando quindi di
fare il possibile per arginarla e rendere possibile una ripresa dell'economia
globale prima che il punto di non ritorno imponga al ciclo il suo naturale
decorso.
Per far riprendere l'economia si cerca, tra le altre misure, di tornare ad
investire massicciamente sull'industria bellica degli armamenti e di espandere
le reti di traffico così da procurare un'accelerazione dei traffici commerciali
che rivitalizzi con effetti a catena l'intero indotto economico.
Alle fasi espansiva e di stagnazione/regressione del ciclo di accumulazione
corrispondono rispettivamente periodi di più o meno alta quantità di ricchezza e
risorse disponibili per la società. I momenti di maggiore fermento sociale e di
maggiore conflitto sociale sono rintracciabili agli estremi opposti delle due
fasi: all'apice di una fase espansiva l'abbondante quantità di ricchezza
prodotta e di risorse disponibili se non genera un periodo di disimpegno ed
imbonimento può comportare l'incrementarsi delle conflittualità sociale tra i
gruppi ed i ceti per l'allocazione del surplus di ricchezza e risorse presenti.
All'opposto, all'apice di una fase di stagnazione la scarsità di ricchezza e
risorse disponibili se non genera un periodo di disperazione e rassegnazione che
può anche spingere all'inazione può comportare un aumento della conflittualità
sociale tra i gruppi per l'allocazione delle scarse risorse presenti. In
generale si può concludere che lo sviluppo di fasi rivoluzionarie e di maggiore
conflittualità è più probabile negli estremi del ciclo sopra descritti: basti
pensare al Sessantotto, successivo agli anni di boom economico che si erano
precedentemente avuti e, al suo corrispettivo, il Settantasette, che cade in un
periodo in cui il forte sviluppo degli anni precedenti è ormai definitivamente
cessato, e dove si sostanziano la non convertibilità del dollaro in oro e
l'austerity. La strategia da perseguire al giorno d'oggi, in una fase di crisi
del ciclo di accumulazione capitalistico, può perciò essere quella di spingere
verso l'accelerarsi della crisi stessa, cercando di impedire la ripresa
dell'economia globale e di far quindi esplodere le contraddizioni sociali. Tutto
ciò può essere perseguito contrastando i ceti dominanti proprio nei settori
strategici per la ripresa delle economie nazionali e globale: contro l'industria
degli armamenti e lo sviluppo di infrastrutture per l'incremento dei trasporti e
l'abbattimento dei tempi di percorrenza vanno opposti l'antimilitarismo e la
lotta alle nocività. Inoltre l'antimilitarismo non è altro che il corrispettivo
sul piano interno dell'antimperialismo, che lo integra e lo sostanzia nella
lotta per l'autodeterminazione di tutti i popoli contro il Sistema. Per quanto
riguarda le lotte contro le nocività, che solitamente sono lotte locali,
l'esperienza degli ultimi anni mostra come a fronte di un periodo di generale
arretramento sui fronti della classiche lotte politiche e sindacali, le lotte
delle comunità riescono sempre più spesso a vincere: è anche e soprattutto
attraverso di queste che si può perciò pensare possa avvenire da parte degli
oppressi una presa di coscienza delle proprie potenzialità.
Se si è detto che le lotte sindacali non riescono a vincere come facevano in
passato, ciò non significa che vadano abbandonate e che il sindacato abbia
esaurito il suo ruolo; significa anzi ripensate in chiave più innovativa le
strategie di lotta sindacale, partendo dall'esempio dei lavoratori dei trasporti
in Italia che, non avendo ottenuto un rinnovo del proprio contratto di lavoro
per oltre due anni attraverso scioperi su scioperi regolarmente convocati, lo
hanno ottenuto dopo soli due giorni mettendosi d'accordo in malattia tutti in
massa; oppure partendo dall'esempio di quanto facevano fino ai decenni trascorsi
i sindacati in India, la cui forza numerica permetteva ad essi di circondare la
casa dei datori di lavoro impedendo loro di uscire finché non avessero firmato
il contratto così come proposto dai sindacati stessi. Ma significa anche
ripensare il ruolo del sindacato, che potrebbe espandere le sue funzioni dalle
lotte economiche anche a tutta un'altra serie di lotte, da quelle a difesa dei
consumatori e dell'ambiente, fino a quelle più propriamente politiche.
Nella lotta contro la repressione, di cui in generale si è già detto sopra,
nelle precedenti riflessioni, va infine considerata la necessità di mettere in
discussione e superare la storica remissività di fondo che ha caratterizzato il
movimento operaio e socialista fino ai nostri giorni: durante la Comune di
Parigi non si fece nulla contro la Banca di Parigi che continuava
tranquillamente a fornire oro al governo Thiers, tiepide furono le risposte alle
numerose sparatorie dei carabinieri durante i comizi socialisti dell'Ottocento
in Italia, debole fu nel primo dopoguerra la reazione alle squadracce fasciste
(i partiti socialista e comunista spesso arrivarono addirittura a sconfessare
gli Arditi). Il “Movimento” attuale in questo senso deve rompere con tale
tradizione storica di passività e di remissività, cercando, ove possibile, di
rispondere con una forza uguale ed opposta alle proprie controparti.
Le modalità attraverso cui perseguire i diversi obiettivi proposti nella
presente trattazione possono essere i più vari a seconda della valutazione da
parte di ciascun gruppo sull'esistenza delle condizioni adatte. Non si vuole
quindi universalmente proporre l'adozione in modo esclusivo di alcune forme di
lotta, escludendone parimenti universalmente altre: controinformazione,
manifestazioni, sciopero, partecipazione alle elezioni, sabotaggio, lotta armata
ed altro sono possibili in diversi tempi e contesti, a seconda delle particolari
condizioni materiali che si presentano; una modalità d'azione non ne esclude
inoltre la contemporanea adozione di altre.
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