|
A Cooperativismo e mutualismo per una società di cooperative di liberi
produttori.
2.1 Cenni storici sul capitalismo
Le condizioni storiche che hanno portato all'attuale sistema di produzione
capitalistico in Europa conoscono storicamente un input decisivo grazie a due
fattispecie di provvedimenti giuridici frutto degli interessi specifici dei ceti
dominanti emergenti (e di quei ceti già dominanti all'interno dei sistemi
economici precedenti, che come sempre avviene riescono in una parte tutt'altro
che trascurabile a riciclare le proprie funzioni e ad assumere nuovi ruoli in
posizioni egualmente dominanti anche in un nuovo sistema economico-produttivo).
Tali provvedimenti di natura giuridica sono da un lato le enclosure acts
(volendo qui intendersi con essi anche al di fuori dell'Inghilterra similari
atti legislativi di recinzione delle terre comuni) che forzatamente costrinsero
masse di contadini a cercare un loro reimpiego nella nascente industria,
dall'altro tutti i provvedimenti statali volti sia a consentire un'iniziale
accumulazione di consistenti capitali in poche mani che permettesse il sorgere
dei grossi complessi industriali, salvo poi rafforzarli tramite le politiche
protezionistiche. Tutti questi provvedimenti giuridici, attuati attraverso
l'intervento diretto dello Stato-apparato di governo nella sfera economica,
ravvisabile come vero e proprio comitato d'affari dei ceti dominanti, si sono
resi necessari non direttamente rispetto al bisogno di soddisfare le mutate
esigenze della produzione, quanto piuttosto rispetto al bisogno di perseguire
gli interessi degli stessi ceti dominanti in rapporto alle mutanti esigenze
della produzione.
E' storicamente riscontrabile, anche negli altri continenti seppur con modalità
diverse, come l'iniziale accumulazione di ingenti capitali in poche mani, alla
base della nascita del capitalismo, non sia il frutto diretto e univoco di
proprie capacità imprenditoriali, ma anche e soprattutto delle condizioni
predisposte dallo stesso apparato statale. Viene perciò da domandarsi con quale
coerenza grossi industriali e medi “padroncini” chiedano “meno Stato” lamentando
un'eccessiva ingerenza dello stesso che deprimerebbe i propri interessi.
Chiedono “meno Stato” facendo finta di non accorgersi che se lo Stato non fosse
esistito e non ci fosse per niente, in primis non sarebbe stata possibile
l'originaria accumulazione di capitali (banche e grandi industrie) che ha
forgiato la funzione sociale che oggi essi ricoprono, in secundis che nessuno
assicurerebbe loro la conservazione delle proprie proprietà di capitali e di
mezzi di produzione. Senza lo Stato che cristallizza posizioni assodate tramite
apposite legislazioni di natura sia economica che politico-repressiva, facendo
preminentemente gli interessi dei ceti più o meno dominanti, le maggioranze
della popolazione si sarebbero già riappropriate, attraverso la forza dei numeri
e non quella del diritto, dei mezzi di produzione autorganizzando l'intera
attività economica. Del resto la composizione sociale in questione è –
complessivamente e con buona approssimazione – la stessa che un tempo avrebbe
deriso quanti teorizzavano per il proletariato industriale orari di lavoro
inferiori alle dieci ore giornaliere ed aumenti salariali; oggi, di fronte a
quelle che nell'Occidente sono state il frutto di conquiste del movimento
operaio (e non gentili concessioni né dei ceti dominanti, né del loro Stato), e
di fronte alla concorrenza sui mercati internazionali della Repubblica Popolare
Cinese, che sostiene bassi costi nel capitale variabile e nei costi di
manodopera, essi si scoprono e proclamano “socialisti”, volti a denunciare
(“forse” non per filantropia o etica, ma per qualche oscuro interesse
personale?) le ingiustizie che i lavoratori subiscono nel colosso asiatico.
Socialisti all'estero, reazionari in patria, dato che nel frattempo attraverso
“ristrutturazioni” e (contro)riforme si attaccano le conquiste che i dominati
avevano precedentemente strappato, cercando alla lunga di riacquistare
competitività con i paesi emergenti (Cina ed India) anche sul campo
dell'abbattimento dei costi di capitale variabile (manodopera).
2.2 Socialismo libertario: cooperativismo e mutualismo
Come è valido attingere al marxismo per quanto riguarda la metodologia d'analisi
da utilizzare, così può essere valido attingere al pensiero socialista
libertario nella definizione degli obbiettivi da perseguire e della società da
realizzare. L'alternativa a questo quadro socio-economico generale odierno può
essere dunque rappresentato dalla costruzione di una società di cooperative di
produttori liberamente associati che autogestiscano i mezzi di produzione. La
popolazione, appropriandosi dei mezzi di produzione attualmente concentrati in
poche mani, potrebbe organizzarsi ed associarsi liberamente in cooperative
attraverso cui assicurare la fornitura dei beni e servizi necessari alla vita
materiale. Ogni individuo sceglierebbe l'attività (o le attività) produttiva che
più ritiene confarsi ai propri interessi ed alle proprie capacità. I gruppi
umani che andrebbero a formare le libere cooperative, sviluppandosi dalla libera
associazione, sarebbero verosimilmente già in partenza la proiezione sul
versante produttivo di preesistenti gruppi di affinità, ossia aggregati di
persone che, proprio sulla base della reciproca conoscenza e di pregressi
rapporti personali di fiducia, deciderebbero di costituire una cooperativa
fornendo particolari beni o servizi. Beni e servizi di diversa natura sarebbero
scambiati tra le cooperative: questo può chiaramente avvenire tra due
cooperative o attraverso lo scambio diretto di un prodotto (bene o servizio) a
fronte di un altro, o, cosa che per nulla differisce nella sostanza, attraverso
la mediazione di una somma monetaria (credito sociale) da parte di un soggetto
nei confronti dell'altro, corrispondente al valore che ad un determinato oggetto
viene attribuito. In tal senso la formazione dei prezzi e dei rapporti di
scambio tra prodotti (definizioni, queste, che divergono solo nominalmente,
rispecchiando sostanzialmente la stessa natura di cose, semplicemente
considerata rispettivamente nei termini di forme di scambio o mediate ovvero
dirette) avverrebbe sulle basi della contrattazione tra le cooperative per la
definizione condivisa del valore dei rispettivi prodotti (di uno rispetto
all'altro, o rispetto alla quota di somma monetaria / credito sociale
corrisposta, di fatto, nelle veci di uno di essi in cambio dell'altro). Il
valore di un bene viene a definirsi nella sostanza in una quantità chiaramente
generalmente superiore ai costi di produzione del bene stesso, nonché non solo
in rapporto alla quantità di tempo necessario alla sua produzione, ma
congiuntamente a questo anche, e non secondariamente o marginalmente, in
rapporto alla desiderabilità che esso viene ad assumere per l'acquirente /
produttore di un altro prodotto.
Il fatto che la produzione sarebbe organizzata in tante numerose cooperative di
liberi produttori associati anziché rimanere nelle funzioni di grossi monopoli o
oligopoli che fanno “cartello” tra loro, permetterebbe l'esistenza di una vera
concorrenza tra le cooperative stesse, che permetterebbe un abbassamento dei
costi marginali tanto più prossimi ai ricavi marginali. Se questo in un sistema
di produzione capitalistico rischierebbe di tradursi nel fallimento dell'impresa
più debole, che a differenza dell'azienda più forte non può sostenere un
abbassamento dei ricavi in modo troppo prossimo ai costi di produzione, in un
sistema economico in cui sia avvenuta una redistribuzione sociale della
proprietà prima concentrate in modo iniquo, verrebbero meno anche le disparità
nelle capacità competitive, per cui si avrebbe una sostanzialmente uguale
capacità produttiva, prezzi quanto più simili ed uniformi, una sostanziale
parità economica.
Ammettiamo ora anche che, a dispetto di queste premesse, tutte le cooperative
impegnate in un determinato settore produttivo, ossia nella produzione di un
certo oggetto, anziché farsi concorrenza come sopra accennato, si accordino,
attraverso un'associazione formale o informale, per fare cartello a discapito di
tutti i loro acquirenti. Semplicemente tali acquirenti, che sono anche
produttori di altri eterogenei beni e servizi, in risposta a questa eventualità,
potrebbero decidere di fare a loro volta cartello in ritorsione ai primi; si
assisterebbe perciò o ad un desistere dalle tentazioni di fare cartello, o nella
cessazione di esso qualora si fosse già costituito, ovvero, qualora nessuno dei
soggetti entrati in contesa desistesse dalle posizioni precedentemente assunte,
ad un generale innalzamento dei prezzi; ma in questo caso, dato che come si dirà
più avanti la moneta dovrà assumere solo un valore di scambio, non di uso, e che
quindi la sua totalità circolante deve corrispondere alla totalità di beni e
servizi realmente esistenti, lo stesso innalzamento generalizzato dei prezzi
avrà una natura esclusivamente nominale, non effettiva. Nella presente società
capitalistica queste dinamiche sopra esposte non sono possibili in quanto gran
parte della forza lavoro svolge la sua attività in modo eterodiretto, senza
essere padrona nella gestione della propria produzione, e quindi, essendo
sottoposta al lavoro salariato, non avendo possibilità di far sentire la sua
forza economica in risposta a quella altrui. Ma non è chiaramente possibile non
solo per motivazioni legate ai rapporti di produzione, bensì anche per altri
rilievi attinenti la natura della moneta e la differente forza contrattuale tra
i soggetti economici.
Invece in tale prospettiva socialista libertaria, come si dirà meglio più avanti
la particolare organizzazione sociale che farà da sfondo al sistema economico
cooperativista e mutualista, dovrà essere quella di una società su più piccola
scala, in cui sarà possibile recuperare una dimensione quanto più comunitaria e
conviviale della società / comunità. In tale contesto gli aspetti competitivi e
conflittuali sopra pur enunciati sarebbero ricondotti nella loro dimensione
naturale dagli eccessi con cui oggi si materializzano, e sarebbero
verosimilmente inferiori a quanto vivendo nel contemporaneo sistema sociale
saremmo portati ad immaginare: avverrebbe insomma un riequilibrio sul piano
iperstrutturale. In tale sistema produttivo nel quale la forza economica e
contrattuale tra i diversi soggetti economici è equipollente, poiché i mezzi di
produzione sono equamente distribuiti e autogestiti dai produttori stessi, e non
da terzi, sarebbero assenti anche i processi di accumulazione condotti da alcuni
a scapito sia di molti altri (attraverso l'estrazione di plusvalore derivante
dall'alienazione del prodotto del lavoro altrui), sia a detrimento dell'ambiente
(poiché la terra ha risorse limitate, non è possibile estrarre e “creare”
ricchezza all'infinito: la “creazione” di nuova ricchezza, quando non è una
migliore e più razionale organizzazione della produzione, molto spesso, e in
sempre più fattispecie, significa “prendere in prestito dal futuro”, con un
tasso d'interesse sempre più alto tanto più si continua a prendere in prestito
anziché “restituire”, e questo con il limite temporale ed il rischio del
collasso ambientale). Sarebbe invece una società caratterizzata dalla
circolarità di beni e servizi, e perciò di natura circolare ed egualitaria, non
caratterizzata da una frenetica corsa all'accumulazione e alla crescita, e
perciò ecocompatibile[1], dato che riportando la produzione su piccola scala, si
abbatterebbe drasticamente la capacità potenziale inquinante della produzione. E
del resto anche l'utilizzo di alcuni livelli di tecnologia potrebbe essere
rimesso in discussione, non escludendosi, anzi prevedendosi in molti campi,
anche un volontario regresso tecnologico.
La moneta non sarebbe più emessa dalle banche in funzione degli interessi dei
grossi gruppi finanziari, i quali si arricchiscono non producendo niente di
realmente esistente, ma mettendo in scena una metafisiccizzazione del denaro e
della stessa economia tutta, che diventano appunto intangibili ed immateriali.
Sarebbe invece emessa da appositi consorzi pubblici in funzione delle esigenze
della comunità, caratterizzata dal suo solo valore di scambio e scevra dal
valore d'uso, realmente corrispondente nella sua totalità alla totalità di beni
e servizi realmente esistenti, non frutto dell'arbitrio delle banche e dei
circuiti finanziari che emettono moneta non corrispondente a nulla di tangibile
semplicemente premendo un tasto di una tastiera collegata ad uno schermo. La
moneta assumerebbe la funzione di “credito sociale” attribuito come merito della
produzione, caratterizzando quindi un'economia di credito e non di debito,
finalmente libera dal signoraggio. In tal senso sul piano immediato è necessario
battersi a favore delle prospettive che riconoscono l'effettiva esistenza del
signoraggio ed assumono come centrale la questione della liberazione monetaria,
sia di natura culturale (controinformazione, propaganda delle analisi economiche
sviluppate) sia di natura materiale (esperimenti in cui vengono dispiegate
monete alternative o complementari non di debito). Vanno tuttavia distinte,
all'interno dell'eterogeneo filone di pensiero che per la prima volta affronta
le tematiche inerenti al signoraggio ed alla liberazione monetaria, le due
tendenze in esso contemporaneamente sussistenti, ai fini di una maggiore
chiarezza non solo teorica. Da una parte vi è chi, come il controeconomista
romano Domenico De Simone[2], partendo dalla categoria di signoraggio sviluppa
una prospettiva libertaria, in cui la moneta sarebbe emessa da consorzi pubblici
mentre si ridurrebbe il ruolo dello Stato-apparato; dall'altra chi invece arriva
a pensare che il signoraggio sia solo ed esclusivamente (ed ancora, ossia
rifacendosi alla vecchia definizione superata dai tempi) la non corrispondenza
della quantità monetaria presente con le riserve auree depositate nei caveaux
della banca centrale (non accorgendosi che anche il sistema inaugurato da
Bretton Woods fosse, per quanto più indirettamente e meno percettibilmente,
anch'esso frutto di un'astrazione). Questi ultimi sbagliano del tutto la
prospettiva dalla quale affrontare il problema, partendo da visioni complottiste
/ cospirazioniste che addebitano l'esistenza del signoraggio solo alla Banca
Centrale per quanto riguarda l'Unione Europea, ai gruppi finanziari
transnazionali (magari caratterizzandoli indistintamente come credenti in una
religione piuttosto che un'altra anziché adoratori del solo dio-denaro) per
quanto riguarda il resto del mondo. E così eccoli nostalgicamente rimpiangere le
presunte virtù delle vecchie banche nazionali, quasi che queste facessero in
precedenza opera caritatevole e filantropica anziché guardare ai profitti, o che
la comune nazionalità di oppressi ed oppressori renda l'oppressione più
tollerabile ed anzi piacevole; così armati di nostalgia, l'unica soluzione che
percepiscono è quella del moloch Stato-apparato, che nonostante sia la causa
delle presenti politiche monetarie (in quanto proprio poiché è titolare di
sovranità può delegarla ad altri soggetti come la Banca Centrale Europea,
Organizzazione Mondiale del Commercio e altri organismi economico-finanziari
transnazionali) è visto come futura panacea dei mali (da esso stesso in ultima
istanza derivanti).
2.3 Consigli di fabbrica ed altre formazioni economiche
Buona parte della fornitura di prodotti avviene oggi attraverso la produzione
industriale. Per quanto è auspicabile una riconversione dell'intera produzione
capitalistica in un sistema di cooperative di liberi produttori associati che
autogestiscano i mezzi di produzione, è palese che alcune attività non possano,
almeno nell'immediato, avvenire al di fuori di questa, a causa della quantità di
risorse che è necessario impiegare, così come della tipologia e quantità di
lavoro richiesto per la stessa produzione. E' tuttavia auspicabile una
intransigente riconversione sì graduale, ma al tempo stesso intransigente e
tutt'altro che incerta, della produzione industriale, decentrando il più
possibile. Più un indotto produttivo è infatti vasto e complesso, più esso si
caratterizza come autoingestibile. In attesa della possibilità di decentrare e
riconvertire l'attività della grande industria, vanno comunque cercati metodi
che si avvicinino quanto più possibile ad uno spirito di autogestione e di
controllo democratico e diretto da parte dei lavoratori dell'indotto stesso. E'
perciò pensabile la creazione di consigli attraverso cui i lavoratori
industriali autogestiscono le proprie industrie.
Al contempo le industrie altamente inquinanti dovrebbero immediatamente cessare
la produzione, che dovrebbe essere riconvertita immediatamente e senza alcuna
ulteriore dilazione temporale. Vi sarebbe una generale messa in discussione
delle attività produttive inquinanti e delle fonti di energia non riciclabili ed
altamente inquinanti, che sarebbero sostituite da attività produttive e fonti di
energia rinnovabili ed ecologiche (permacoltura, (mini)eolico, solare) nella
prospettiva di realizzazione di una società ad impatto ambientale pressoché
nullo.
Similmente ai consigli, accanto al sistema delle cooperative non verrebbero a
scomparire del tutto, ma anzi si rafforzerebbero rispetto alla rilevanza che
assumono nell'attuale sistema di produzione capitalistico, le forme economiche
dei sistemi familiari e individuali, ossia attività economiche a gestione
familiare o di gruppi umani ugualmente ristretti, specie nel campo
dell'artigianato e dell'agricoltura, dediti all'autoproduzione, all'autoconsumo
ed allo scambio immediato. Tali livelli familiari o di gruppi di egualmente
ristrette dimensione avrebbero l'autonoma gestione e l'usufrutto di alcune
terre, mentre altre sarebbero destinate alla gestione e all'usufrutto delle
cooperative, ed atre ancora si caratterizzerebbero come terre comuni a
disposizione dei bisogni della collettività. Tali terre comuni costituirebbero
un sistema di feudalesimo senza feudatari, per cui usufruitori e custodi delle
terre sono gli stessi che la lavorano, godendo per una parte della produzione
direttamente ed individualmente, per un'altra collettivamente con il resto della
comunità.
2.4 Ruolo dei sindacati o gilde
Nel sistema economico sopra a larghe linee descritto, vi è la necessità di
eliminare alcune disfunzioni in cui tutto il sistema cadrebbe se fosse lasciato
completamente a se stesso. La funzione di eliminare l'incorrere di queste
disfunzioni sarebbe in tale stesso sistema svolto dal ruolo di appositi
sindacati, indicabili anche come gilde. Esisterebbero sindacati o gilde di
diversa natura: da quelli di categoria, che agirebbero all'interno di ogni
stesso ambito produttivo coordinando le cooperative che operano in un
determinato settore, a quelli intercategoriali, con funzioni di coordinamento
tra diversi settori produttivi. Ogni sindacato o gilda verrebbe ad essere
composto dagli stessi lavoratori attraverso periodiche elezioni dei propri
delegati, revocabili in qualsiasi momento, eleggibili a condizione che essi
stessi scelgano di candidarsi e che rispettino i criteri di dignità morale
socialmente individuati. Ai sindacati di categoria spetterebbe il compito di
risolvere particolari problematiche che potrebbero insorgere all'interno di ogni
ambito produttivo, così come eventuali controversie tra cooperative dello
stesso. Ai sindacati intercategoriali spetterebbe il ruolo di contribuire a
porre in essere la riappacificazione di controversie tra diversi settori
produttivi considerati nella loro interezza, così come tra due cooperative
appartenenti a due diversi ambiti produttivi, qualora non abbiano già provveduto
meccanismi di conciliazione che vedano coinvolti i delegati o l'insieme degli
associati delle due cooperative stesse. Ai sindacati intercategoriali
spetterebbe anche il compito di deliberare eventualmente il numero massimo di
associati di cui le cooperative possano disporre, così da evitare una corsa a
sempre più grandi aggregazioni negli ambiti produttivi che distorcerebbero la
concorrenza, facendo di conseguenza insorgere squilibrî, disparità e
disuguaglianze sociali. Altri compiti che sempre ad essi atterrebbero sono
quelli di regolare lo scambio tra soggetti produttivi che altrimenti avrebbero
una troppo elevata disparità nella forza economica e contrattuale come sarebbero
da una parte le cooperative e dall'altra il settore della produzione industriale
(nei settori in cui momentaneamente la grande concentrazione produttiva non può
essere elusa), così come di stabilire quote di estrazione di plusvalore dai vari
soggetti produttori che andrebbero a vantaggio di quanti, bambini, anziani,
malati, non lavorando non potrebbero altrimenti procacciarsi le risorse
attraverso cui vivere. Un'ulteriore quota di plusvalore da astrarre per
conseguire l'adempimento di funzioni non strettamente o solo indirettamente
produttive (apposito fondo-cassa per la manutenzione dei mezzi di produzione,
riserve atte a consentire la prosecuzione dell'attività, o in funzione di
imprevisti) spetterà alla libera autotassazione degli associati in ogni
cooperativa, essendo queste funzioni che vanno a tangere i diretti interessi
degli associati.
2.5 Considerazioni conclusive
Si riparta ora dal discorso affrontato poco sopra riguardo alla limitatezza
delle risorse: si diceva appunto che buona parte dei processi di accumulazione
derivino, oltre che dall'alienazione del prodotto del lavoro altrui, anche a
detrimento dell'ambiente. Ora la Terra ha dei tempi di recupero e di
rigenerazione delle proprie risorse chiaramente propri e che non tengono conto
né dalla volontà di accumulazione di alcuni, né dal desiderio di infiniti
bisogni da parte di altri. Non è quindi possibile pensare di estrarre o “creare”
risorse e ricchezze in modo infinito, dato che sempre più spesso ciò significa
“prendere in prestito dal futuro”. Se dalla Terra si prende in prestito dal
futuro, senza poi delineare tempi ragionevoli in cui restituire tale debito, ma
anzi aumentando in modo esponenziale tale debito (che molti ritengono essere
“ricchezza prodotta”), sempre più alto e pressante sarà il “tasso d'interesse”,
e sempre più difficile da saldare, facendo rischiare di gettare nel baratro del
collasso ambientale l'intera umanità.
Da tali premesse deriva che, se non è pensabile l'infinita produzione di
ricchezza di cui parlano i capitalisti e gli economisti liberali, non è neanche
né auspicabile, né sostenibile sul lungo periodo il massimo dispiegarsi delle
forze produttive di cui si parla in ambito marxista. Anziché forme di sviluppo,
per la sopravvivenza dello stesso ecosistema sono necessarie forme di
decrescita, dunque generali ripensamento e razionalizzazione dei consumi e delle
risorse. E' qui vero che il marxismo intenda un maggiore dispiegarsi delle forze
produttive attraverso una razionalizzazione della stessa produzione, ma oltre un
certo limite ciò non è possibile se non estraendo eccessive risorse dalla terra.
Appare quindi per lo meno discutibile la pretesa di poter fornire, in una futura
fase storica, beni in eccedenza attraverso cui soddisfare bisogni che
diventerebbero indotti e quindi potenzialmente infiniti su cui basare l'assunto
comunistico da ognuno secondo la sua capacità ad ognuno secondo i suoi bisogni
anziché il socialistico da ognuno secondo il suo lavoro a ciascuno secondo i
suoi meriti, anche in considerazione che non necessariamente gli esseri umani
sarebbero motivati a produrre quanto necessario complessivamente alla società se
il risultato di quello che ricevono non è percepito come direttamente ed
individualmente (o comunque a livello di gruppo, di “squadra”) percepito quale
conseguenza del proprio lavoro, o a valutare i propri bisogni in modo
“ragionevole”. Paradossalmente potrebbe anche verificarsi che la produzione
diminuisca a tal punto da non assicurare neppure i beni primari essenziali, a
meno di non rimandare a tempo indefinito l'estinzione dello Stato sostituito da
un'Amministrazione, mentre la necessità impone il lavoro obbligatorio ed un non
trascurabile livello di coercizione. Altro conto è invece come all'interno di
ciascuna cooperativa avverrebbe la ripartizione degli utili; spetterebbe agli
associati nel loro insieme stabilire se questa debba avvenire nella propria
cooperativa in modo del tutto eguale tra tutti loro, oppure se siano ammesse
delle differenziazioni collettivamente accertate in base ad un condiviso indice
aggregato che tenga conto di fattori quali il tempo e la quantità di lavoro, il
livello di responsabilità e di rischio che grava su alcuni soggetti piuttosto
che su altri, il tempo impiegato negli studi funzionali a determinate mansioni.
Così come per la ripartizione degli utili, similmente avverrebbe nel determinare
se le forme di autotassazione necessarie per conseguire l'adempimento di
funzioni non strettamente o solo indirettamente produttive debbano avvenire su
base di parità o attraverso imposte progressive sugli utili. Data
l'impossibilità, o comunque la profonda difficoltà che si è sopra
ragionevolmente presupposta nell'affermazione di un sistema comunistico su larga
scala, a tutta la società, esso comunque rientra tra le possibilità di scelta
degli associati in una cooperativa, ed è dunque possibile su piccola scala
anziché generalizzato.
[1] L'uso del termine ecocompatibile in guisa del più diffuso ecosostenibile non
è affatto casuale: si vuole infatti prendere le distanze dal filone di pensiero
che, parlando di sostenibilità ambientale, giudica possibile conciliare la
protezione ambientale con il mantenimento del sistema di produzione
capitalistico.
[2] In particolare si veda: Domenico De Simone, Un'altra moneta, ed. Malatempora
(2003).
Torna
Indietro
|