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#7 Riflessioni per un Nuovo Socialismo

Prospettiva Socialista Libertaria

A  Cooperativismo e mutualismo per una società di cooperative di liberi produttori.

2.1 Cenni storici sul capitalismo

Le condizioni storiche che hanno portato all'attuale sistema di produzione capitalistico in Europa conoscono storicamente un input decisivo grazie a due fattispecie di provvedimenti giuridici frutto degli interessi specifici dei ceti dominanti emergenti (e di quei ceti già dominanti all'interno dei sistemi economici precedenti, che come sempre avviene riescono in una parte tutt'altro che trascurabile a riciclare le proprie funzioni e ad assumere nuovi ruoli in posizioni egualmente dominanti anche in un nuovo sistema economico-produttivo). Tali provvedimenti di natura giuridica sono da un lato le enclosure acts (volendo qui intendersi con essi anche al di fuori dell'Inghilterra similari atti legislativi di recinzione delle terre comuni) che forzatamente costrinsero masse di contadini a cercare un loro reimpiego nella nascente industria, dall'altro tutti i provvedimenti statali volti sia a consentire un'iniziale accumulazione di consistenti capitali in poche mani che permettesse il sorgere dei grossi complessi industriali, salvo poi rafforzarli tramite le politiche protezionistiche. Tutti questi provvedimenti giuridici, attuati attraverso l'intervento diretto dello Stato-apparato di governo nella sfera economica, ravvisabile come vero e proprio comitato d'affari dei ceti dominanti, si sono resi necessari non direttamente rispetto al bisogno di soddisfare le mutate esigenze della produzione, quanto piuttosto rispetto al bisogno di perseguire gli interessi degli stessi ceti dominanti in rapporto alle mutanti esigenze della produzione.

E' storicamente riscontrabile, anche negli altri continenti seppur con modalità diverse, come l'iniziale accumulazione di ingenti capitali in poche mani, alla base della nascita del capitalismo, non sia il frutto diretto e univoco di proprie capacità imprenditoriali, ma anche e soprattutto delle condizioni predisposte dallo stesso apparato statale. Viene perciò da domandarsi con quale coerenza grossi industriali e medi “padroncini” chiedano “meno Stato” lamentando un'eccessiva ingerenza dello stesso che deprimerebbe i propri interessi. Chiedono “meno Stato” facendo finta di non accorgersi che se lo Stato non fosse esistito e non ci fosse per niente, in primis non sarebbe stata possibile l'originaria accumulazione di capitali (banche e grandi industrie) che ha forgiato la funzione sociale che oggi essi ricoprono, in secundis che nessuno assicurerebbe loro la conservazione delle proprie proprietà di capitali e di mezzi di produzione. Senza lo Stato che cristallizza posizioni assodate tramite apposite legislazioni di natura sia economica che politico-repressiva, facendo preminentemente gli interessi dei ceti più o meno dominanti, le maggioranze della popolazione si sarebbero già riappropriate, attraverso la forza dei numeri e non quella del diritto, dei mezzi di produzione autorganizzando l'intera attività economica. Del resto la composizione sociale in questione è – complessivamente e con buona approssimazione – la stessa che un tempo avrebbe deriso quanti teorizzavano per il proletariato industriale orari di lavoro inferiori alle dieci ore giornaliere ed aumenti salariali; oggi, di fronte a quelle che nell'Occidente sono state il frutto di conquiste del movimento operaio (e non gentili concessioni né dei ceti dominanti, né del loro Stato), e di fronte alla concorrenza sui mercati internazionali della Repubblica Popolare Cinese, che sostiene bassi costi nel capitale variabile e nei costi di manodopera, essi si scoprono e proclamano “socialisti”, volti a denunciare (“forse” non per filantropia o etica, ma per qualche oscuro interesse personale?) le ingiustizie che i lavoratori subiscono nel colosso asiatico. Socialisti all'estero, reazionari in patria, dato che nel frattempo attraverso “ristrutturazioni” e (contro)riforme si attaccano le conquiste che i dominati avevano precedentemente strappato, cercando alla lunga di riacquistare competitività con i paesi emergenti (Cina ed India) anche sul campo dell'abbattimento dei costi di capitale variabile (manodopera).



2.2 Socialismo libertario: cooperativismo e mutualismo

Come è valido attingere al marxismo per quanto riguarda la metodologia d'analisi da utilizzare, così può essere valido attingere al pensiero socialista libertario nella definizione degli obbiettivi da perseguire e della società da realizzare. L'alternativa a questo quadro socio-economico generale odierno può essere dunque rappresentato dalla costruzione di una società di cooperative di produttori liberamente associati che autogestiscano i mezzi di produzione. La popolazione, appropriandosi dei mezzi di produzione attualmente concentrati in poche mani, potrebbe organizzarsi ed associarsi liberamente in cooperative attraverso cui assicurare la fornitura dei beni e servizi necessari alla vita materiale. Ogni individuo sceglierebbe l'attività (o le attività) produttiva che più ritiene confarsi ai propri interessi ed alle proprie capacità. I gruppi umani che andrebbero a formare le libere cooperative, sviluppandosi dalla libera associazione, sarebbero verosimilmente già in partenza la proiezione sul versante produttivo di preesistenti gruppi di affinità, ossia aggregati di persone che, proprio sulla base della reciproca conoscenza e di pregressi rapporti personali di fiducia, deciderebbero di costituire una cooperativa fornendo particolari beni o servizi. Beni e servizi di diversa natura sarebbero scambiati tra le cooperative: questo può chiaramente avvenire tra due cooperative o attraverso lo scambio diretto di un prodotto (bene o servizio) a fronte di un altro, o, cosa che per nulla differisce nella sostanza, attraverso la mediazione di una somma monetaria (credito sociale) da parte di un soggetto nei confronti dell'altro, corrispondente al valore che ad un determinato oggetto viene attribuito. In tal senso la formazione dei prezzi e dei rapporti di scambio tra prodotti (definizioni, queste, che divergono solo nominalmente, rispecchiando sostanzialmente la stessa natura di cose, semplicemente considerata rispettivamente nei termini di forme di scambio o mediate ovvero dirette) avverrebbe sulle basi della contrattazione tra le cooperative per la definizione condivisa del valore dei rispettivi prodotti (di uno rispetto all'altro, o rispetto alla quota di somma monetaria / credito sociale corrisposta, di fatto, nelle veci di uno di essi in cambio dell'altro). Il valore di un bene viene a definirsi nella sostanza in una quantità chiaramente generalmente superiore ai costi di produzione del bene stesso, nonché non solo in rapporto alla quantità di tempo necessario alla sua produzione, ma congiuntamente a questo anche, e non secondariamente o marginalmente, in rapporto alla desiderabilità che esso viene ad assumere per l'acquirente / produttore di un altro prodotto.

Il fatto che la produzione sarebbe organizzata in tante numerose cooperative di liberi produttori associati anziché rimanere nelle funzioni di grossi monopoli o oligopoli che fanno “cartello” tra loro, permetterebbe l'esistenza di una vera concorrenza tra le cooperative stesse, che permetterebbe un abbassamento dei costi marginali tanto più prossimi ai ricavi marginali. Se questo in un sistema di produzione capitalistico rischierebbe di tradursi nel fallimento dell'impresa più debole, che a differenza dell'azienda più forte non può sostenere un abbassamento dei ricavi in modo troppo prossimo ai costi di produzione, in un sistema economico in cui sia avvenuta una redistribuzione sociale della proprietà prima concentrate in modo iniquo, verrebbero meno anche le disparità nelle capacità competitive, per cui si avrebbe una sostanzialmente uguale capacità produttiva, prezzi quanto più simili ed uniformi, una sostanziale parità economica.

Ammettiamo ora anche che, a dispetto di queste premesse, tutte le cooperative impegnate in un determinato settore produttivo, ossia nella produzione di un certo oggetto, anziché farsi concorrenza come sopra accennato, si accordino, attraverso un'associazione formale o informale, per fare cartello a discapito di tutti i loro acquirenti. Semplicemente tali acquirenti, che sono anche produttori di altri eterogenei beni e servizi, in risposta a questa eventualità, potrebbero decidere di fare a loro volta cartello in ritorsione ai primi; si assisterebbe perciò o ad un desistere dalle tentazioni di fare cartello, o nella cessazione di esso qualora si fosse già costituito, ovvero, qualora nessuno dei soggetti entrati in contesa desistesse dalle posizioni precedentemente assunte, ad un generale innalzamento dei prezzi; ma in questo caso, dato che come si dirà più avanti la moneta dovrà assumere solo un valore di scambio, non di uso, e che quindi la sua totalità circolante deve corrispondere alla totalità di beni e servizi realmente esistenti, lo stesso innalzamento generalizzato dei prezzi avrà una natura esclusivamente nominale, non effettiva. Nella presente società capitalistica queste dinamiche sopra esposte non sono possibili in quanto gran parte della forza lavoro svolge la sua attività in modo eterodiretto, senza essere padrona nella gestione della propria produzione, e quindi, essendo sottoposta al lavoro salariato, non avendo possibilità di far sentire la sua forza economica in risposta a quella altrui. Ma non è chiaramente possibile non solo per motivazioni legate ai rapporti di produzione, bensì anche per altri rilievi attinenti la natura della moneta e la differente forza contrattuale tra i soggetti economici.

Invece in tale prospettiva socialista libertaria, come si dirà meglio più avanti la particolare organizzazione sociale che farà da sfondo al sistema economico cooperativista e mutualista, dovrà essere quella di una società su più piccola scala, in cui sarà possibile recuperare una dimensione quanto più comunitaria e conviviale della società / comunità. In tale contesto gli aspetti competitivi e conflittuali sopra pur enunciati sarebbero ricondotti nella loro dimensione naturale dagli eccessi con cui oggi si materializzano, e sarebbero verosimilmente inferiori a quanto vivendo nel contemporaneo sistema sociale saremmo portati ad immaginare: avverrebbe insomma un riequilibrio sul piano iperstrutturale. In tale sistema produttivo nel quale la forza economica e contrattuale tra i diversi soggetti economici è equipollente, poiché i mezzi di produzione sono equamente distribuiti e autogestiti dai produttori stessi, e non da terzi, sarebbero assenti anche i processi di accumulazione condotti da alcuni a scapito sia di molti altri (attraverso l'estrazione di plusvalore derivante dall'alienazione del prodotto del lavoro altrui), sia a detrimento dell'ambiente (poiché la terra ha risorse limitate, non è possibile estrarre e “creare” ricchezza all'infinito: la “creazione” di nuova ricchezza, quando non è una migliore e più razionale organizzazione della produzione, molto spesso, e in sempre più fattispecie, significa “prendere in prestito dal futuro”, con un tasso d'interesse sempre più alto tanto più si continua a prendere in prestito anziché “restituire”, e questo con il limite temporale ed il rischio del collasso ambientale). Sarebbe invece una società caratterizzata dalla circolarità di beni e servizi, e perciò di natura circolare ed egualitaria, non caratterizzata da una frenetica corsa all'accumulazione e alla crescita, e perciò ecocompatibile[1], dato che riportando la produzione su piccola scala, si abbatterebbe drasticamente la capacità potenziale inquinante della produzione. E del resto anche l'utilizzo di alcuni livelli di tecnologia potrebbe essere rimesso in discussione, non escludendosi, anzi prevedendosi in molti campi, anche un volontario regresso tecnologico.

La moneta non sarebbe più emessa dalle banche in funzione degli interessi dei grossi gruppi finanziari, i quali si arricchiscono non producendo niente di realmente esistente, ma mettendo in scena una metafisiccizzazione del denaro e della stessa economia tutta, che diventano appunto intangibili ed immateriali. Sarebbe invece emessa da appositi consorzi pubblici in funzione delle esigenze della comunità, caratterizzata dal suo solo valore di scambio e scevra dal valore d'uso, realmente corrispondente nella sua totalità alla totalità di beni e servizi realmente esistenti, non frutto dell'arbitrio delle banche e dei circuiti finanziari che emettono moneta non corrispondente a nulla di tangibile semplicemente premendo un tasto di una tastiera collegata ad uno schermo. La moneta assumerebbe la funzione di “credito sociale” attribuito come merito della produzione, caratterizzando quindi un'economia di credito e non di debito, finalmente libera dal signoraggio. In tal senso sul piano immediato è necessario battersi a favore delle prospettive che riconoscono l'effettiva esistenza del signoraggio ed assumono come centrale la questione della liberazione monetaria, sia di natura culturale (controinformazione, propaganda delle analisi economiche sviluppate) sia di natura materiale (esperimenti in cui vengono dispiegate monete alternative o complementari non di debito). Vanno tuttavia distinte, all'interno dell'eterogeneo filone di pensiero che per la prima volta affronta le tematiche inerenti al signoraggio ed alla liberazione monetaria, le due tendenze in esso contemporaneamente sussistenti, ai fini di una maggiore chiarezza non solo teorica. Da una parte vi è chi, come il controeconomista romano Domenico De Simone[2], partendo dalla categoria di signoraggio sviluppa una prospettiva libertaria, in cui la moneta sarebbe emessa da consorzi pubblici mentre si ridurrebbe il ruolo dello Stato-apparato; dall'altra chi invece arriva a pensare che il signoraggio sia solo ed esclusivamente (ed ancora, ossia rifacendosi alla vecchia definizione superata dai tempi) la non corrispondenza della quantità monetaria presente con le riserve auree depositate nei caveaux della banca centrale (non accorgendosi che anche il sistema inaugurato da Bretton Woods fosse, per quanto più indirettamente e meno percettibilmente, anch'esso frutto di un'astrazione). Questi ultimi sbagliano del tutto la prospettiva dalla quale affrontare il problema, partendo da visioni complottiste / cospirazioniste che addebitano l'esistenza del signoraggio solo alla Banca Centrale per quanto riguarda l'Unione Europea, ai gruppi finanziari transnazionali (magari caratterizzandoli indistintamente come credenti in una religione piuttosto che un'altra anziché adoratori del solo dio-denaro) per quanto riguarda il resto del mondo. E così eccoli nostalgicamente rimpiangere le presunte virtù delle vecchie banche nazionali, quasi che queste facessero in precedenza opera caritatevole e filantropica anziché guardare ai profitti, o che la comune nazionalità di oppressi ed oppressori renda l'oppressione più tollerabile ed anzi piacevole; così armati di nostalgia, l'unica soluzione che percepiscono è quella del moloch Stato-apparato, che nonostante sia la causa delle presenti politiche monetarie (in quanto proprio poiché è titolare di sovranità può delegarla ad altri soggetti come la Banca Centrale Europea, Organizzazione Mondiale del Commercio e altri organismi economico-finanziari transnazionali) è visto come futura panacea dei mali (da esso stesso in ultima istanza derivanti).



2.3 Consigli di fabbrica ed altre formazioni economiche

Buona parte della fornitura di prodotti avviene oggi attraverso la produzione industriale. Per quanto è auspicabile una riconversione dell'intera produzione capitalistica in un sistema di cooperative di liberi produttori associati che autogestiscano i mezzi di produzione, è palese che alcune attività non possano, almeno nell'immediato, avvenire al di fuori di questa, a causa della quantità di risorse che è necessario impiegare, così come della tipologia e quantità di lavoro richiesto per la stessa produzione. E' tuttavia auspicabile una intransigente riconversione sì graduale, ma al tempo stesso intransigente e tutt'altro che incerta, della produzione industriale, decentrando il più possibile. Più un indotto produttivo è infatti vasto e complesso, più esso si caratterizza come autoingestibile. In attesa della possibilità di decentrare e riconvertire l'attività della grande industria, vanno comunque cercati metodi che si avvicinino quanto più possibile ad uno spirito di autogestione e di controllo democratico e diretto da parte dei lavoratori dell'indotto stesso. E' perciò pensabile la creazione di consigli attraverso cui i lavoratori industriali autogestiscono le proprie industrie.

Al contempo le industrie altamente inquinanti dovrebbero immediatamente cessare la produzione, che dovrebbe essere riconvertita immediatamente e senza alcuna ulteriore dilazione temporale. Vi sarebbe una generale messa in discussione delle attività produttive inquinanti e delle fonti di energia non riciclabili ed altamente inquinanti, che sarebbero sostituite da attività produttive e fonti di energia rinnovabili ed ecologiche (permacoltura, (mini)eolico, solare) nella prospettiva di realizzazione di una società ad impatto ambientale pressoché nullo.

Similmente ai consigli, accanto al sistema delle cooperative non verrebbero a scomparire del tutto, ma anzi si rafforzerebbero rispetto alla rilevanza che assumono nell'attuale sistema di produzione capitalistico, le forme economiche dei sistemi familiari e individuali, ossia attività economiche a gestione familiare o di gruppi umani ugualmente ristretti, specie nel campo dell'artigianato e dell'agricoltura, dediti all'autoproduzione, all'autoconsumo ed allo scambio immediato. Tali livelli familiari o di gruppi di egualmente ristrette dimensione avrebbero l'autonoma gestione e l'usufrutto di alcune terre, mentre altre sarebbero destinate alla gestione e all'usufrutto delle cooperative, ed atre ancora si caratterizzerebbero come terre comuni a disposizione dei bisogni della collettività. Tali terre comuni costituirebbero un sistema di feudalesimo senza feudatari, per cui usufruitori e custodi delle terre sono gli stessi che la lavorano, godendo per una parte della produzione direttamente ed individualmente, per un'altra collettivamente con il resto della comunità.

 


2.4 Ruolo dei sindacati o gilde

Nel sistema economico sopra a larghe linee descritto, vi è la necessità di eliminare alcune disfunzioni in cui tutto il sistema cadrebbe se fosse lasciato completamente a se stesso. La funzione di eliminare l'incorrere di queste disfunzioni sarebbe in tale stesso sistema svolto dal ruolo di appositi sindacati, indicabili anche come gilde. Esisterebbero sindacati o gilde di diversa natura: da quelli di categoria, che agirebbero all'interno di ogni stesso ambito produttivo coordinando le cooperative che operano in un determinato settore, a quelli intercategoriali, con funzioni di coordinamento tra diversi settori produttivi. Ogni sindacato o gilda verrebbe ad essere composto dagli stessi lavoratori attraverso periodiche elezioni dei propri delegati, revocabili in qualsiasi momento, eleggibili a condizione che essi stessi scelgano di candidarsi e che rispettino i criteri di dignità morale socialmente individuati. Ai sindacati di categoria spetterebbe il compito di risolvere particolari problematiche che potrebbero insorgere all'interno di ogni ambito produttivo, così come eventuali controversie tra cooperative dello stesso. Ai sindacati intercategoriali spetterebbe il ruolo di contribuire a porre in essere la riappacificazione di controversie tra diversi settori produttivi considerati nella loro interezza, così come tra due cooperative appartenenti a due diversi ambiti produttivi, qualora non abbiano già provveduto meccanismi di conciliazione che vedano coinvolti i delegati o l'insieme degli associati delle due cooperative stesse. Ai sindacati intercategoriali spetterebbe anche il compito di deliberare eventualmente il numero massimo di associati di cui le cooperative possano disporre, così da evitare una corsa a sempre più grandi aggregazioni negli ambiti produttivi che distorcerebbero la concorrenza, facendo di conseguenza insorgere squilibrî, disparità e disuguaglianze sociali. Altri compiti che sempre ad essi atterrebbero sono quelli di regolare lo scambio tra soggetti produttivi che altrimenti avrebbero una troppo elevata disparità nella forza economica e contrattuale come sarebbero da una parte le cooperative e dall'altra il settore della produzione industriale (nei settori in cui momentaneamente la grande concentrazione produttiva non può essere elusa), così come di stabilire quote di estrazione di plusvalore dai vari soggetti produttori che andrebbero a vantaggio di quanti, bambini, anziani, malati, non lavorando non potrebbero altrimenti procacciarsi le risorse attraverso cui vivere. Un'ulteriore quota di plusvalore da astrarre per conseguire l'adempimento di funzioni non strettamente o solo indirettamente produttive (apposito fondo-cassa per la manutenzione dei mezzi di produzione, riserve atte a consentire la prosecuzione dell'attività, o in funzione di imprevisti) spetterà alla libera autotassazione degli associati in ogni cooperativa, essendo queste funzioni che vanno a tangere i diretti interessi degli associati.
 

 


2.5 Considerazioni conclusive

Si riparta ora dal discorso affrontato poco sopra riguardo alla limitatezza delle risorse: si diceva appunto che buona parte dei processi di accumulazione derivino, oltre che dall'alienazione del prodotto del lavoro altrui, anche a detrimento dell'ambiente. Ora la Terra ha dei tempi di recupero e di rigenerazione delle proprie risorse chiaramente propri e che non tengono conto né dalla volontà di accumulazione di alcuni, né dal desiderio di infiniti bisogni da parte di altri. Non è quindi possibile pensare di estrarre o “creare” risorse e ricchezze in modo infinito, dato che sempre più spesso ciò significa “prendere in prestito dal futuro”. Se dalla Terra si prende in prestito dal futuro, senza poi delineare tempi ragionevoli in cui restituire tale debito, ma anzi aumentando in modo esponenziale tale debito (che molti ritengono essere “ricchezza prodotta”), sempre più alto e pressante sarà il “tasso d'interesse”, e sempre più difficile da saldare, facendo rischiare di gettare nel baratro del collasso ambientale l'intera umanità.

Da tali premesse deriva che, se non è pensabile l'infinita produzione di ricchezza di cui parlano i capitalisti e gli economisti liberali, non è neanche né auspicabile, né sostenibile sul lungo periodo il massimo dispiegarsi delle forze produttive di cui si parla in ambito marxista. Anziché forme di sviluppo, per la sopravvivenza dello stesso ecosistema sono necessarie forme di decrescita, dunque generali ripensamento e razionalizzazione dei consumi e delle risorse. E' qui vero che il marxismo intenda un maggiore dispiegarsi delle forze produttive attraverso una razionalizzazione della stessa produzione, ma oltre un certo limite ciò non è possibile se non estraendo eccessive risorse dalla terra. Appare quindi per lo meno discutibile la pretesa di poter fornire, in una futura fase storica, beni in eccedenza attraverso cui soddisfare bisogni che diventerebbero indotti e quindi potenzialmente infiniti su cui basare l'assunto comunistico da ognuno secondo la sua capacità ad ognuno secondo i suoi bisogni anziché il socialistico da ognuno secondo il suo lavoro a ciascuno secondo i suoi meriti, anche in considerazione che non necessariamente gli esseri umani sarebbero motivati a produrre quanto necessario complessivamente alla società se il risultato di quello che ricevono non è percepito come direttamente ed individualmente (o comunque a livello di gruppo, di “squadra”) percepito quale conseguenza del proprio lavoro, o a valutare i propri bisogni in modo “ragionevole”. Paradossalmente potrebbe anche verificarsi che la produzione diminuisca a tal punto da non assicurare neppure i beni primari essenziali, a meno di non rimandare a tempo indefinito l'estinzione dello Stato sostituito da un'Amministrazione, mentre la necessità impone il lavoro obbligatorio ed un non trascurabile livello di coercizione. Altro conto è invece come all'interno di ciascuna cooperativa avverrebbe la ripartizione degli utili; spetterebbe agli associati nel loro insieme stabilire se questa debba avvenire nella propria cooperativa in modo del tutto eguale tra tutti loro, oppure se siano ammesse delle differenziazioni collettivamente accertate in base ad un condiviso indice aggregato che tenga conto di fattori quali il tempo e la quantità di lavoro, il livello di responsabilità e di rischio che grava su alcuni soggetti piuttosto che su altri, il tempo impiegato negli studi funzionali a determinate mansioni. Così come per la ripartizione degli utili, similmente avverrebbe nel determinare se le forme di autotassazione necessarie per conseguire l'adempimento di funzioni non strettamente o solo indirettamente produttive debbano avvenire su base di parità o attraverso imposte progressive sugli utili. Data l'impossibilità, o comunque la profonda difficoltà che si è sopra ragionevolmente presupposta nell'affermazione di un sistema comunistico su larga scala, a tutta la società, esso comunque rientra tra le possibilità di scelta degli associati in una cooperativa, ed è dunque possibile su piccola scala anziché generalizzato.



[1] L'uso del termine ecocompatibile in guisa del più diffuso ecosostenibile non è affatto casuale: si vuole infatti prendere le distanze dal filone di pensiero che, parlando di sostenibilità ambientale, giudica possibile conciliare la protezione ambientale con il mantenimento del sistema di produzione capitalistico.

[2] In particolare si veda: Domenico De Simone, Un'altra moneta, ed. Malatempora (2003).

 

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Data Creazione/Modifica: 27-01-09

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