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#7 Riflessioni per un Nuovo Socialismo

Rivoluzione Integrale;

Rivoluzione politica e sociale, quindi “rivoluzione integrale”.



Se la natura dei “paesi socialisti” e a guida stalinista era quella di un capitalismo di Stato, e se tale rimane anche oggi che vi è stata un'uniformazione con i paesi liberalcapitalisti in un unico Sistema, in un unico ordine economico e politico internazionale, non appare per nulla convincente la definizione di Stati operai burocraticamente degenerati / deformati in voga presso i gruppi e le correnti che si rifanno all'opposizione quartinternazionalista (il movimento trozkista). Non sussistono ragioni per le quali bisognerebbe dunque cimentarsi in una “difesa critica” di tali Stati, che necessiterebbero, a dire sempre dell'opposizione di sinistra, di una sola rivoluzione politica e non anche di una rivoluzione sociale come gli Stati (liberal)capitalisti.

I burocrati di partito ed i capitalisti in tali paesi costituiscono la rete dei ceti dominanti, ceti che sono sociali e non solo politici. L'ordine politico ivi presente non è e non potrebbe essere che il riflesso del più profondo ordine economico e del sistema di produzione capitalista (nelle sue varie tendenze statalcapitaliste): non ha senso considerare tali paesi in qualche modo “migliori” di quelli liberalcapitalisti, così come non ha in definitiva senso invocare una rivoluzione politica senza una parallela e coessenziale rivoluzione sociale che scardini il sistema di produzione funzionale agli interessi dei ceti dominanti che ne sono a loro volta un prodotto. In generale, anche ammesso che una sola rivoluzione politica riesca a trionfare, senza quindi che si sia messo in discussione lo stesso sistema di produzione, nulla vi sarebbe da stupirsi nel vedere, da lì a poco, o riemergere i vecchi ceti sociali dominanti, o vederne crescere di nuovi che svolgano le stesse funzioni dei precedenti, dal momento che sarebbero necessari a tale sistema di produzione così conformato.

Il concetto di collettivismo burocratico[1] elaborato da altri marxisti a vario titolo e grado distaccatisi dal “trozkismo ortodosso”, per quanto comporti un diverso atteggiamento dei suoi assertori nei confronti dei “paesi socialisti”, tanto da farli ascrivere anch'essi nell'ambito del “terzo campo” socialista, e per quanto possa anche fornire un'istantanea di suggestiva e immaginifica immediatezza sui “paesi socialisti” e sullo stalinismo, tuttavia non dà molte informazioni sulla natura economica degli stessi e sui rapporti di produzione ad essi collegati.

Tornando alla categoria di rivoluzione politica come delineata dai trozkisti, si noti che essa è anche permanente: non vi è insomma un momento preciso nel quale la “burocrazia” verrebbe detronizzata, ma la rivoluzione finisce essa stessa per diventare un processo iperbolico di susseguentisi conquiste che condurrebbero ad un sempre maggiore infinitesimale avvicinamento a tale obiettivo, senza tuttavia mai poterlo conseguire pienamente (o conseguendolo all'infinito, sempre volendo prendere in prestito termini dalla geometria).

I trozkisti, avanzando richieste eminentemente di natura politica piuttosto che economico-sociali, potrebbero essere definiti “i liberali del bolscevismo”, con ciò non volendo ravvisare nessun intento denigratoria, ma anzi riconoscendo loro un ruolo migliorativo e progressivo rispetto agli stalinisti, fatte tuttavia salve le osservazioni critiche sopra sollevate con riguardo a tattica e concettualizzazioni teoriche. Occorre infatti domandarsi fino a che punto modifiche anche profonde dell'impianto politico-normativo, quindi un processo di sola graduale rivoluzione politica, possa in qualche modo avere dei riflessi sulla struttura economica, agevolando a sua volta anche l'esplodere delle contraddizioni che svilupperebbero cambiamenti negli stessi rapporti di produzione. In una fase come quella odierna in cui si intensificano le dinamiche repressive è giusto e necessario battersi o tornare a battersi nella rivendicazione dei diritti civili, intendendo con essi i diritti relativi alle libertà politiche. L'azione politica deve perciò essere volta all'abrogazione di tutti i reati d'opinione, all'abrogazione del Codice Rocco, all'abrogazione della censura. All'abrogazione del regime di carcere duro, all'abrogazione della carcerazione preventiva. All'abrogazione delle vigenti regole restrittive per la creazione di associazioni di natura cooperativistica e per la riformulazione delle stesse in chiave aperta e permissiva, così da permettere e favorire la nascita di effettive libere cooperative. All'abrogazione delle vigenti regole restrittive su stampa, editoria e frequenze radiotelevisive, per la riformulazione delle stesse in chiave aperta e plurale, così da garantire un'effettiva pluralità nell'informazione che non sia esclusivo privilegio di pochi capitalisti oligopolisti o dello Stato.

I diritti civili, le libertà politiche, non sono appannaggio di una concezione liberale della politica che non tenga conto dei diritti sociali, come potrebbe pensare chi ricalca una posizione miopicamente dogmatica di una centralità del conflitto capitale-lavoro intesa come un'esclusività. La loro conquista ed affermazione è invece funzionale a gettare le condizioni per poter condurre lotte per i diritti sociali, che altrimenti troverebbero più difficoltà ad essere sviluppate. Sicuramente molti gradirebbero poter concentrarsi solo sulle lotte per i diritti sociali, ma, al di là delle aspirazioni soggettive, occorre prendere atto della necessità dettata da una fase storica di generale repressione e restrizione degli spazi di agibilità politica, vogliasi essere il riflesso dell'accelerarsi delle dinamiche legate sul piano internazionale ad una crisi di un ciclo di accumulazione capitalistico, vogliasi essere causata sul piano interno italiano dalla presenza di un governo di sinistra, che può permettersi di aumentare il grado di repressività rispetto ad uno di destra[2] senza subire consistenti contestazioni causa la cosiddetta “sindrome del governo amico”, sindrome tuttavia entrata in crisi e tramontante, vogliasi, sempre sul piano italiano, motivazioni storiche quali il fatto che l'Italia non abbia mai avuto una rivoluzione liberale che sviluppasse un seppur minimo substrato di cultura garantista, assenza a sua volta causata dal dominio esercitato dalle case regnanti più reazionarie d'Europa, se si escludono i più liberali Asburgo-Lorena in Toscana, nonché dalla presenza del Vaticano.

D'altronde diritti civili e diritti sociali, per quanto i primi siano funzionali al conseguimento dei secondi, non devono portare ad una distinzione in due diverse fasi tra loro distinte, ognuna delle quali funzionale al conseguimento degli uni piuttosto che degli altri, per cui in una prima fase verrebbero ad essere trascurati i diritti sociali demandandoli ad un'imprecisata fase futura. Occorre invece condurre la lotta per l'affermazione delle due fattispecie di diritti contemporaneamente, battendosi per i diritti sociali fin da subito, anche mentre si conducono battaglie per l'affermazione di diritti civili funzionali a loro volta a più facilmente conseguire gli stessi diritti sociali per i quali si sta già lottando. Lotta per i diritti sia civili, sia sociali; rivoluzione al tempo stesso ed ovunque – nessuno Stato o campo escluso – sia politica, sia sociale, quindi rivoluzione integrale.

A riguardo della possibile natura infinitesimale dei cambiamenti, si può sostenere che tutti i miglioramenti di natura immediata e gradualistica, sia di natura politica, sia di natura socio-economica, da quelli auspicati dai trozkisti, a quelli promossi sotto il nome di riforme di struttura dai socialisti lombardiani in Italia o dalle socialdemocrazie nei paesi scandinavi, possano portare, oltre a primi immediati miglioramenti nella vita dei ceti oppressi, anche a più avanzati equilibri nella contesa sociale. I ceti oppressi, ottenendo vittorie immediate che si traducono in graduali miglioramenti, se sono in grado di non farsi riassorbire dal Sistema acquistano infatti coscienza delle proprie capacità e si rafforzano nella lotta.

Quello che invece non può accadere è che riforme e miglioramenti immediati cumulantisi si traducano pacificamente in un graduale mutamento cromatico dello stesso sistema di produzione, che insomma si passi dal capitalismo al socialismo gradualmente e senza un punto di rottura netto e storicamente definito. Un processo di avanzata dei ceti oppressi attraverso l'imposizione di riforme migliorative non conduce gradualmente e pacificamente al socialismo, bensì può condurre ad un indebolimento dell'ordine politico ed economico dei ceti dominanti che, lungi dal causare magicamente la spontanea estinzione dello stesso, crei le condizioni per l'insorgere della possibilità di un punto di rottura. Tale punto di rottura, che può attuarsi in una situazione in cui il potere è stato sufficientemente indebolito, per venire in essere dev'essere coscientemente ricercato dai ceti oppressi che, ormai sufficientemente forti, attraverso vie extralegali abbattano il potere dei ceti dominanti, creando strutture di contropotere come delineate nelle riflessioni precedenti.



[1] Sul collettivismo burocratico si veda: Bruno Rizzi, La burocratizzazione del mondo, (a cura di) Paolo Sensini, ed. Colibrì, Paderno Dugnano, 2002 (1939). Tony Cliff, The theory of bureaucratic collectivism: A critique, International Socialism 32 (1st series), Spring 1968, (1948).

[2] A tal proposito l'avvocato Gianni Agnelli, presidente della Fiat, argutamente notava: “Solo un governo di sinistra può fare una politica di destra”. Tra tante frasi citabili si è scelto di riportare questa poiché, se a pronunciarla è stato colui che per molti anni ha rappresentato la figura simbolo del capitalista italiano, è evidente che l'assunto non è il frutto dei deliri di un contestatario fine a se stesso, ma la ragionevole constatazione di chi da tale situazione ne avrebbe tratto diretti interessi.


 

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Data Creazione/Modifica: 28-01-09

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