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Rivoluzione politica e sociale, quindi “rivoluzione integrale”.
Se la natura dei “paesi socialisti” e a guida stalinista era quella di un
capitalismo di Stato, e se tale rimane anche oggi che vi è stata
un'uniformazione con i paesi liberalcapitalisti in un unico Sistema, in un unico
ordine economico e politico internazionale, non appare per nulla convincente la
definizione di Stati operai burocraticamente degenerati / deformati in voga
presso i gruppi e le correnti che si rifanno all'opposizione
quartinternazionalista (il movimento trozkista). Non sussistono ragioni per le
quali bisognerebbe dunque cimentarsi in una “difesa critica” di tali Stati, che
necessiterebbero, a dire sempre dell'opposizione di sinistra, di una sola
rivoluzione politica e non anche di una rivoluzione sociale come gli Stati
(liberal)capitalisti.
I burocrati di partito ed i capitalisti in tali paesi costituiscono la rete dei
ceti dominanti, ceti che sono sociali e non solo politici. L'ordine politico ivi
presente non è e non potrebbe essere che il riflesso del più profondo ordine
economico e del sistema di produzione capitalista (nelle sue varie tendenze
statalcapitaliste): non ha senso considerare tali paesi in qualche modo
“migliori” di quelli liberalcapitalisti, così come non ha in definitiva senso
invocare una rivoluzione politica senza una parallela e coessenziale rivoluzione
sociale che scardini il sistema di produzione funzionale agli interessi dei ceti
dominanti che ne sono a loro volta un prodotto. In generale, anche ammesso che
una sola rivoluzione politica riesca a trionfare, senza quindi che si sia messo
in discussione lo stesso sistema di produzione, nulla vi sarebbe da stupirsi nel
vedere, da lì a poco, o riemergere i vecchi ceti sociali dominanti, o vederne
crescere di nuovi che svolgano le stesse funzioni dei precedenti, dal momento
che sarebbero necessari a tale sistema di produzione così conformato.
Il concetto di collettivismo burocratico[1] elaborato da altri marxisti a vario
titolo e grado distaccatisi dal “trozkismo ortodosso”, per quanto comporti un
diverso atteggiamento dei suoi assertori nei confronti dei “paesi socialisti”,
tanto da farli ascrivere anch'essi nell'ambito del “terzo campo” socialista, e
per quanto possa anche fornire un'istantanea di suggestiva e immaginifica
immediatezza sui “paesi socialisti” e sullo stalinismo, tuttavia non dà molte
informazioni sulla natura economica degli stessi e sui rapporti di produzione ad
essi collegati.
Tornando alla categoria di rivoluzione politica come delineata dai trozkisti, si
noti che essa è anche permanente: non vi è insomma un momento preciso nel quale
la “burocrazia” verrebbe detronizzata, ma la rivoluzione finisce essa stessa per
diventare un processo iperbolico di susseguentisi conquiste che condurrebbero ad
un sempre maggiore infinitesimale avvicinamento a tale obiettivo, senza tuttavia
mai poterlo conseguire pienamente (o conseguendolo all'infinito, sempre volendo
prendere in prestito termini dalla geometria).
I trozkisti, avanzando richieste eminentemente di natura politica piuttosto che
economico-sociali, potrebbero essere definiti “i liberali del bolscevismo”, con
ciò non volendo ravvisare nessun intento denigratoria, ma anzi riconoscendo loro
un ruolo migliorativo e progressivo rispetto agli stalinisti, fatte tuttavia
salve le osservazioni critiche sopra sollevate con riguardo a tattica e
concettualizzazioni teoriche. Occorre infatti domandarsi fino a che punto
modifiche anche profonde dell'impianto politico-normativo, quindi un processo di
sola graduale rivoluzione politica, possa in qualche modo avere dei riflessi
sulla struttura economica, agevolando a sua volta anche l'esplodere delle
contraddizioni che svilupperebbero cambiamenti negli stessi rapporti di
produzione. In una fase come quella odierna in cui si intensificano le dinamiche
repressive è giusto e necessario battersi o tornare a battersi nella
rivendicazione dei diritti civili, intendendo con essi i diritti relativi alle
libertà politiche. L'azione politica deve perciò essere volta all'abrogazione di
tutti i reati d'opinione, all'abrogazione del Codice Rocco, all'abrogazione
della censura. All'abrogazione del regime di carcere duro, all'abrogazione della
carcerazione preventiva. All'abrogazione delle vigenti regole restrittive per la
creazione di associazioni di natura cooperativistica e per la riformulazione
delle stesse in chiave aperta e permissiva, così da permettere e favorire la
nascita di effettive libere cooperative. All'abrogazione delle vigenti regole
restrittive su stampa, editoria e frequenze radiotelevisive, per la
riformulazione delle stesse in chiave aperta e plurale, così da garantire
un'effettiva pluralità nell'informazione che non sia esclusivo privilegio di
pochi capitalisti oligopolisti o dello Stato.
I diritti civili, le libertà politiche, non sono appannaggio di una concezione
liberale della politica che non tenga conto dei diritti sociali, come potrebbe
pensare chi ricalca una posizione miopicamente dogmatica di una centralità del
conflitto capitale-lavoro intesa come un'esclusività. La loro conquista ed
affermazione è invece funzionale a gettare le condizioni per poter condurre
lotte per i diritti sociali, che altrimenti troverebbero più difficoltà ad
essere sviluppate. Sicuramente molti gradirebbero poter concentrarsi solo sulle
lotte per i diritti sociali, ma, al di là delle aspirazioni soggettive, occorre
prendere atto della necessità dettata da una fase storica di generale
repressione e restrizione degli spazi di agibilità politica, vogliasi essere il
riflesso dell'accelerarsi delle dinamiche legate sul piano internazionale ad una
crisi di un ciclo di accumulazione capitalistico, vogliasi essere causata sul
piano interno italiano dalla presenza di un governo di sinistra, che può
permettersi di aumentare il grado di repressività rispetto ad uno di destra[2]
senza subire consistenti contestazioni causa la cosiddetta “sindrome del governo
amico”, sindrome tuttavia entrata in crisi e tramontante, vogliasi, sempre sul
piano italiano, motivazioni storiche quali il fatto che l'Italia non abbia mai
avuto una rivoluzione liberale che sviluppasse un seppur minimo substrato di
cultura garantista, assenza a sua volta causata dal dominio esercitato dalle
case regnanti più reazionarie d'Europa, se si escludono i più liberali
Asburgo-Lorena in Toscana, nonché dalla presenza del Vaticano.
D'altronde diritti civili e diritti sociali, per quanto i primi siano funzionali
al conseguimento dei secondi, non devono portare ad una distinzione in due
diverse fasi tra loro distinte, ognuna delle quali funzionale al conseguimento
degli uni piuttosto che degli altri, per cui in una prima fase verrebbero ad
essere trascurati i diritti sociali demandandoli ad un'imprecisata fase futura.
Occorre invece condurre la lotta per l'affermazione delle due fattispecie di
diritti contemporaneamente, battendosi per i diritti sociali fin da subito,
anche mentre si conducono battaglie per l'affermazione di diritti civili
funzionali a loro volta a più facilmente conseguire gli stessi diritti sociali
per i quali si sta già lottando. Lotta per i diritti sia civili, sia sociali;
rivoluzione al tempo stesso ed ovunque – nessuno Stato o campo escluso – sia
politica, sia sociale, quindi rivoluzione integrale.
A riguardo della possibile natura infinitesimale dei cambiamenti, si può
sostenere che tutti i miglioramenti di natura immediata e gradualistica, sia di
natura politica, sia di natura socio-economica, da quelli auspicati dai
trozkisti, a quelli promossi sotto il nome di riforme di struttura dai
socialisti lombardiani in Italia o dalle socialdemocrazie nei paesi scandinavi,
possano portare, oltre a primi immediati miglioramenti nella vita dei ceti
oppressi, anche a più avanzati equilibri nella contesa sociale. I ceti oppressi,
ottenendo vittorie immediate che si traducono in graduali miglioramenti, se sono
in grado di non farsi riassorbire dal Sistema acquistano infatti coscienza delle
proprie capacità e si rafforzano nella lotta.
Quello che invece non può accadere è che riforme e miglioramenti immediati
cumulantisi si traducano pacificamente in un graduale mutamento cromatico dello
stesso sistema di produzione, che insomma si passi dal capitalismo al socialismo
gradualmente e senza un punto di rottura netto e storicamente definito. Un
processo di avanzata dei ceti oppressi attraverso l'imposizione di riforme
migliorative non conduce gradualmente e pacificamente al socialismo, bensì può
condurre ad un indebolimento dell'ordine politico ed economico dei ceti
dominanti che, lungi dal causare magicamente la spontanea estinzione dello
stesso, crei le condizioni per l'insorgere della possibilità di un punto di
rottura. Tale punto di rottura, che può attuarsi in una situazione in cui il
potere è stato sufficientemente indebolito, per venire in essere dev'essere
coscientemente ricercato dai ceti oppressi che, ormai sufficientemente forti,
attraverso vie extralegali abbattano il potere dei ceti dominanti, creando
strutture di contropotere come delineate nelle riflessioni precedenti.
[1] Sul collettivismo burocratico si veda: Bruno Rizzi, La burocratizzazione del
mondo, (a cura di) Paolo Sensini, ed. Colibrì, Paderno Dugnano, 2002 (1939).
Tony Cliff, The theory of bureaucratic collectivism: A critique, International
Socialism 32 (1st series), Spring 1968, (1948).
[2] A tal proposito l'avvocato Gianni Agnelli, presidente della Fiat,
argutamente notava: “Solo un governo di sinistra può fare una politica di
destra”. Tra tante frasi citabili si è scelto di riportare questa poiché, se a
pronunciarla è stato colui che per molti anni ha rappresentato la figura simbolo
del capitalista italiano, è evidente che l'assunto non è il frutto dei deliri di
un contestatario fine a se stesso, ma la ragionevole constatazione di chi da
tale situazione ne avrebbe tratto diretti interessi.
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