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Federalismo, nazione, comunato, comunità, municipalismo.
“La nazione francese attuale è composta di almeno venti nazioni distinte ed il
cui carattere, osservato nel popolo e nei contadini, è ancora fortemente
definito. ... Il Francese è un essere convenzionale, non esiste. Quello che ci
piace rappresentare nei romanzi, nei drammi, nelle caricature, sia esso militare
o cuoco, barbiere o commesso viaggiatore è uno scherzo.”
“Una nazione così grande non si regge che con l'aiuto della forza. L'esercito
permanente serve soprattutto a questo. Togliete all'amministrazione ed alla
polizia centrale questo appoggio e la Francia cade nel federalismo. Le
attrazioni locali prevalgono.”
(P. J. Proudhon)
3.1 Sul concetto di Nazione
Parlando qui di nazione, lo si farà in un'accezione alquanto diversa da come
nella contemporaneità si sia solitamente portati ad intendere questo termine,
almeno negli Stati territorialmente più estesi d'Europa. Il primo assunto qui
riportato di Pierre-Joseph Proudhon[1] sarebbe stato destinato, oltre un secolo
più tardi, ad essere nuovamente in qualche modo percepito e riscoperto, più
nella sua essenza che nelle conseguenze che se ne potrebbero far derivare, da
Benedict Anderson nel saggio Imagined Communities. Benedict Anderson fa una
ricostruzione storica di come a partire dal medioevo fino a tutto l'Ancient
Régime, prima che si affermasse la moderna forma politica dello Stato-nazione,
fosse presente in Europa un colorato e multiforme mosaico di centinaia di lingue
e parlate diverse. Tale realtà, che la Anderson ricostruisce tramite la ricerca
storica, era direttamente tangibile ancora nell'Ottocento agli occhi e
all'esperienza immediata di Proudhon. E del resto, per quanto in nome della
necessità di centralizzazione – sempre ottenuta tramite la forza – funzionale
alle esigenze di sviluppo, mantenimento ed espansione di un mercato
capitalistico, tali specificità locali (di cui la lingua rappresenta l'aspetto
più immediatamente percepibile, ma non esclusivo) siano state sempre più
livellate, uniformate, compresse e relegate ai margini, tuttavia sopravvivono a
tutt'oggi, conoscendo in alcuni casi, dopo un generalizzato periodo di crisi,
una propria autoriscoperta e rivalorizzazione, per quanto queste vengano spesso
strumentalizzate a scopi xenofobi e reazionari. Da tali considerazioni si desume
l'artificiosità della forma politica dello Stato-nazione, non, come arriva a
sostenere la Anderson, l'artificiosità dello stesso concetto di nazione tout
court. Anzi, proprio ripartendo dal primo assunto di Proudhon sopra riportato,
si potrebbe arrivare a sostenere che in realtà la forma politica dello
Stato-nazione celi nel suo stesso nome un voluto errore terminologico, dal
momento che uno Stato-“nazione” in realtà comprende entro i suoi confini una
pluralità di nazioni, in questo senso intese non come le comunità immaginarie
della Anderson, ma come un aggregato sociale unito da comuni elementi
linguistici, storici, culturali. D'altronde a livello semantico la stessa parola
nazione deriva dal termite latino natio, avente l'accezione di luogo nativo.
Su un piano pratico l'individuazione delle entità geografiche a cui si potrebbe
far corrispondere tale accezione di “nazioni naturali” potrebbe avvenire
principalmente e in generale sulla base del riscontrare in un dato territorio
un'omogeneità linguistica intesa sulla base degli standard internazionali
forniti dai codici ISO dell'UNESCO; non andrebbero tuttavia esclusi,
nell'individuazione di tali soggetti, fattori in alcun modo secondari, quali
quelli di carattere storico-culturale, oltre che la volontà delle popolazioni
interessate; in linea di massima andrebbero a corrispondere come estensione
geografica o agli Stati-nazioni più piccoli, o a macroregioni interne agli
Stati-nazione più grandi.
Una nazione non può essere intesa come chiusa su se stessa e di natura
organicista, bensì come realtà sociale dinamica in continuo evolversi e
divenire, ma come aperta verso l'esterno a scambi e ad influenze, aperta al
dialogo ed al mutuo sostegno, in un mondo in cui le diversità culturali
costituiscano un elemento di arricchimento per l'intera umanità (a cui un senso
di appartenenza da parte di tutti gli esseri umani non dovrebbe mai venire meno)
anziché un pretesto per odî, rancori, diffidenze e massacri sciovinisti.
Similmente la nazionalità andrebbe intesa non secondo criteri di ius sanguinis,
quanto piuttosto di ius soli (ossia per nascita su un determinato territorio) e
di ius decisionis, vale a dire che la nazionalità è anche un carattere anche
ascrivibile da parte di chi, nel corso della propria vita, sceglie di vivere in
una determinata terra inserendosi nelle relazioni sociali che ivi si svolgono e
prendendo quindi parte alla più generale vita di una comunità.[2]
Le nazioni così descritte sarebbero il principale soggetto attorno a cui si
svolgerebbero e svilupperebbero le principali dinamiche e relazioni
internazionali.
3.2 Federalismo libertario: comunato ed altre aggregazioni sociali
Attorno alle nazioni si delineerebbero – a vari livelli sia inferiori sia
superiori – altri tipi di aggregazioni sociali. Attraverso un federalismo
libertario dal basso diverse municipalità (corrispondenti a città, villaggi e
paesi, o anche all'aggregazione di diversi centri urbani limitrofi) si
aggregherebbero in un comunato (corrispondente, per dimensioni,
approssimativamente alle attuali regioni amministrative italiane e francesi).
Più comunati costituirebbero una nazione, mentre le nazioni si federerebbero sia
in confederazioni regionali (corrispondenti approssimativamente agli attuali
Stati-nazioni, i quali, fatto salvo quanto si è detto sopra, hanno solitamente,
almeno ad un livello secondario, comuni elementi linguistici, storici e
culturali, per quanto meno definiti che internamente alle nazioni), sia a
livello continentale (l'Europa, per esempio), sia a livello mondiale. Per la
definizione dei diversi compiti spettanti alle diverse aggregazioni, ci si
rifarebbe ad un principio di sussidiarietà, per il quale le decisioni e la
soluzione dei problemi verrebbero assunti al livello più basso al quale è
possibile operare, delegando i compiti alle aggregazioni sociali sovraordinate
quando questi non fossero risolvibili ai livelli più bassi o abbiano un
interesse generale. E' evidente che in un tale sistema nulla sarebbe definito a
tempo indeterminato sull'individuazione dei soggetti cui spettino particolari
competenze, per cui sarebbe probabile che stesse determinate decisioni o
procedure di risoluzione di problemi verrebbero assunte ora ad un livello,
domani ad un altro, a seconda delle reali esigenze materiali che verrebbero in
essere.
Municipalità, comunati e nazioni, così come altre istanze, prenderebbero le
decisioni attraverso dei consigli ai vari livelli costituiti da delegati
revocabili in qualsiasi momento, eleggibili a condizione della pregressa propria
volontà di candidarsi e sussistendo per ciascuno di essi criteri di dignità
morale socialmente condivisi.
3.3 Per l'autonomia delle comunità umane
Con tale quadro d'insieme verrebbe garantita l'autonomia di tutte le comunità
umane: anche per quanto riguarda il campo economico, similmente ai meccanismi
attraverso cui verrebbero prese le decisioni, vigerebbe un sistema che si fonda
su criteri di sussidiarietà: la produzione e lo scambio avverrebbero seguendo
uno schema di cerchi concentrici per cui in genere le attività economiche
sarebbero svolte all'interno degli aggregati più piccoli fin tanto che sia
possibile; quando questo non fosse possibile in un determinato ambito
territoriale più ristretto, ad esempio perché mancano le materie prime o un
prodotto finito, in tal caso si passerebbe all'ambito territoriale direttamente
superiore, e così via.
Una prospettiva socialista libertaria che tenga in debito conto l'autonomia di
ogni comunità umana e l'esigenza umana di avere legami comunitari garantirebbe
un livello sostanziale ed effettivo di democrazia diretta, dal momento che i
gruppi sociali che compongono tali comunità deciderebbero, senza subire troppi
condizionamenti dall'esterno e da piani percepiti come a loro sovradimensionati,
essi stessi, su piccola scala, cosa e quanto produrre, nonché come impostare la
vita generale. La prospettiva di uno Stato-Amministrazione su scala planetaria
come sostenuta ed auspicata da alcune correnti marxiste, in particolar modo
dalla sinistra comunista (Bordiga, Damen, Pannekoek), non tiene conto che una
produzione globalmente pianificata sarebbe inconciliabile con le categorie di
autogestione e di democrazia diretta, che a loro volta sostanziano un vero
potere in mano ai lavoratori umanamente considerati, ossia inseriti in un
contesto comunitario, con proprie esigenze culturali e con proprie aspirazioni,
e non astratti e considerati planetariamente come proletariato (solo)
internazionale. L'imposizione di esigenze dall'alto, cioè pianificate
razionalisticamente su scala planetaria, non sarebbe comprensibile dalle persone
che vivono nelle reali differenti comunità umane. Inoltre una pianificazione
della produzione su larga scala che abbia di vista esclusivamente le esigenze
generali e non quelle particolari (delle comunità umane realmente esistenti)
potrebbe portare a seri problemi anche per quel che riguarda la sostenibilità
ecologia e l'impatto ambientale: se ad esempio il Nord America fosse incaricato
di produrre solo cereali e l'India di produrre solo riso, i rispettivi territori
si impoverirebbero per il deterioramento dell'humus causato dalle monocolture.
E', in sostanza, sbagliato un approccio tendente a liberare una classe
astraendola e considerandola globalmente, mentre si snobbano i temi della
sovranità delle comunità formate dai lavoratori reali che in esse realmente
vivono.
3.4 Stato ed organizzazione sociale
Ogni ceto dominante che nel corso della storia ha affermato il suo potere e il
proprio sistema di produzione, sostituendoli a quelli di un'altra, si è
caratterizzato per un diverso assetto amministrativo costituente
l'organizzazione generale della società. Lo Stato, l'organizzazione statuale
della società, non è chiaramente sempre esistito, ma, nella forma moderna in cui
lo conosciamo oggi si afferma nel 1648 con la Pace di Westphalia, che pose fine
alla guerra dei trent'anni, e può essere considerato come il portato
dell'affermazione al potere (economico ancor prima che politico tout cour, per
il quale bisognerà aspettare invece oltre un secolo) della borghesia. Il potere
della classe nobiliare storicamente precedente a quello borghese si espresse
invece, per la maggior parte del suo corso storico, con altre forme di
organizzazione politica, quali il binomio Impero-Papato (i "due soli", spesso in
contrapposizione ma sostanzialmente funzionali al mantenimento di un certo
ordine sociale) e con un diverso assetto amministrativo, il feudo.
E' quindi ragionevole ritenere, guardando indietro alla Storia, che ogni volta
che avviene un “cambio di potere” (inteso non a livello di “beghe” tra mere
fazioni avverse, ma nel senso di ceti/classi che ne sostituiscono altri) e si
afferma un diverso sistema di produzione, possa/debba avvenire un cambiamento
radicale nelle stesse forme di organizzazione sociale.
Il "peccato originario" dei bolscevichi a questo proposito fu quello di voler
esautorare una certa classe dominante conservando tuttavia molte delle strutture
e delle istituzioni ereditate dal precedente sistema zarista (che timidamente
stava trasformandosi in sistema liberale borghese). Furono così conservate le
istituzioni di Stato, apparato burocratico di governo, tribunali, forze
dell'ordine (da un certo punto anche elementi del sistema economico capitalista,
come innegabilmente sono nella Nep)[3]. Così il modello bolscevico dell'Unione
Sovietica ha informato ed informa tuttora l'immaginario collettivo di gran parte
del “movimento”; sul suo modello è stato inteso ed attuato il socialismo,
generandone probabilmente le contraddizioni che ne hanno portato ad una grave
crisi in gran parte del globo.
Eppure fino alla rivoluzione d'ottobre e, in vero, negli anni immediatamente
successivi, erano ancora forti le correnti di matrice socialista che
propugnavano diversi modelli di organizzazione complessiva della società,
sostanzialmente tutti accomunati dalla previsione di un'organizzazione federale
dal basso che facesse da sintesi a realtà territoriali di autogoverno diretto.
Senza pensare chiaramente ad un'infantilistica e nichilistica distruzione delle
stesse strutture di potere al posto delle quali sostituire il nulla assoluto o
una fideistica fiducia nella “bontà naturale” degli esseri umani, a queste si
potrebbero invece sostituire strutture diverse che in diverso modo svolgano le
funzioni corrispondenti. Come modelli ad esempio si potrebbe citare la
“repubblica dei sindacati” proposta dai sindacalisti rivoluzionari, la
federazione di comuni di villaggio teorizzata dai social-rivoluzionari russi, le
“repubbliche dei consigli”, le federazioni di produttori, e via dicendo, oltre
che rifarsi ad esperienze storiche da cui attingere spunti interessanti, sia
storicamente distanti nel tempo, come le comunità degli anabattisti e di altri
movimenti cristiani ereticali al di fuori/alternative allo Stato, sia più vicini
a noi, ossia del secolo appena trascorso, dall'Ucraina dei consigli di Makhno
alle esperienze di autogoverno nei villaggi liberati da anarchici e “pumisti”[4]
durante la rivoluzione spagnola, fino alla breve esperienza del Sangiaccato di
Cumantsa nel 1918.[5]
Non si tratta quindi di sostituire l'organizzazione statuale della società con
un generale disordine stirneriano del tutti contro tutti, ma con una nuova
organizzazione sociale che potenzialmente funzioni anche meglio delle
precedenti.
[1] A. Lacroix, Oeuvres Posthumes De P. J. Proudhon, France Et Rhin, ed. Paris:,
Verboeckhoven et Companie (1868).
[2] Una concezione simile sull'acquisibilità della nazionalità tramite la
volontaria scelta dell'individuo di inserirsi e vivere in un contesto diverso da
quello in cui è nato, è riscontrabile in alcune realtà indipendentiste dei Paesi
Baschi e della Sardegna. In generale rispecchia, come si diceva, una concezione
di nazione aperta ad influssi esterni e non racchiusa organicisticamente su se
stessa.
[3] A tal proposito su bolscevismo ed Unione Sovietica si veda: Nestor Makhno,
La rivoluzione anarchica e altri scritti (a cura di) Federico De Palo, M & B
Publishing, Milano 2005.
[4] I “pumisti” erano gli appartenenti al Partido Obrero de Unificación Marxista
(POUM), partito trozkista sui generis fondato nel 1935 che partecipò alla
rivoluzione spagnola dalla parte degli anarchici della FAI-CNT.
[5] per quanto storicamente forse poco nota, della vicenda del Sangiaccato di
Cumantsa parla Peter Lamborn Wilson (Hakim Bey) nel saggio A Nietzschean Coup
d'État in Escape from the Nineteenth Century and other essays, ed.Autonomedia,
pagg. 143-196, 1998.
[7] I “pumisti” erano gli appartenenti al Partido Obrero de Unificación Marxista
(POUM), partito trozkista sui generis fondato nel 1935 che partecipò alla
rivoluzione spagnola dalla parte degli anarchici della FAI-CNT.
[8] per quanto storicamente forse poco nota, della vicenda del Sangiaccato di
Cumantsa parla Peter Lamborn Wilson (Hakim Bey) nel saggio A Nietzschean Coup
d'État in Escape from the Nineteenth Century and other essays, ed.Autonomedia,
pagg. 143-196, 1998.
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