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#7 Riflessioni per un Nuovo Socialismo

Prospettiva Socialista Libertaria

Federalismo, nazione, comunato, comunità, municipalismo.


“La nazione francese attuale è composta di almeno venti nazioni distinte ed il cui carattere, osservato nel popolo e nei contadini, è ancora fortemente definito. ... Il Francese è un essere convenzionale, non esiste. Quello che ci piace rappresentare nei romanzi, nei drammi, nelle caricature, sia esso militare o cuoco, barbiere o commesso viaggiatore è uno scherzo.”

“Una nazione così grande non si regge che con l'aiuto della forza. L'esercito permanente serve soprattutto a questo. Togliete all'amministrazione ed alla polizia centrale questo appoggio e la Francia cade nel federalismo. Le attrazioni locali prevalgono.”

(P. J. Proudhon)


 

3.1 Sul concetto di Nazione

Parlando qui di nazione, lo si farà in un'accezione alquanto diversa da come nella contemporaneità si sia solitamente portati ad intendere questo termine, almeno negli Stati territorialmente più estesi d'Europa. Il primo assunto qui riportato di Pierre-Joseph Proudhon[1] sarebbe stato destinato, oltre un secolo più tardi, ad essere nuovamente in qualche modo percepito e riscoperto, più nella sua essenza che nelle conseguenze che se ne potrebbero far derivare, da Benedict Anderson nel saggio Imagined Communities. Benedict Anderson fa una ricostruzione storica di come a partire dal medioevo fino a tutto l'Ancient Régime, prima che si affermasse la moderna forma politica dello Stato-nazione, fosse presente in Europa un colorato e multiforme mosaico di centinaia di lingue e parlate diverse. Tale realtà, che la Anderson ricostruisce tramite la ricerca storica, era direttamente tangibile ancora nell'Ottocento agli occhi e all'esperienza immediata di Proudhon. E del resto, per quanto in nome della necessità di centralizzazione – sempre ottenuta tramite la forza – funzionale alle esigenze di sviluppo, mantenimento ed espansione di un mercato capitalistico, tali specificità locali (di cui la lingua rappresenta l'aspetto più immediatamente percepibile, ma non esclusivo) siano state sempre più livellate, uniformate, compresse e relegate ai margini, tuttavia sopravvivono a tutt'oggi, conoscendo in alcuni casi, dopo un generalizzato periodo di crisi, una propria autoriscoperta e rivalorizzazione, per quanto queste vengano spesso strumentalizzate a scopi xenofobi e reazionari. Da tali considerazioni si desume l'artificiosità della forma politica dello Stato-nazione, non, come arriva a sostenere la Anderson, l'artificiosità dello stesso concetto di nazione tout court. Anzi, proprio ripartendo dal primo assunto di Proudhon sopra riportato, si potrebbe arrivare a sostenere che in realtà la forma politica dello Stato-nazione celi nel suo stesso nome un voluto errore terminologico, dal momento che uno Stato-“nazione” in realtà comprende entro i suoi confini una pluralità di nazioni, in questo senso intese non come le comunità immaginarie della Anderson, ma come un aggregato sociale unito da comuni elementi linguistici, storici, culturali. D'altronde a livello semantico la stessa parola nazione deriva dal termite latino natio, avente l'accezione di luogo nativo.

Su un piano pratico l'individuazione delle entità geografiche a cui si potrebbe far corrispondere tale accezione di “nazioni naturali” potrebbe avvenire principalmente e in generale sulla base del riscontrare in un dato territorio un'omogeneità linguistica intesa sulla base degli standard internazionali forniti dai codici ISO dell'UNESCO; non andrebbero tuttavia esclusi, nell'individuazione di tali soggetti, fattori in alcun modo secondari, quali quelli di carattere storico-culturale, oltre che la volontà delle popolazioni interessate; in linea di massima andrebbero a corrispondere come estensione geografica o agli Stati-nazioni più piccoli, o a macroregioni interne agli Stati-nazione più grandi.

Una nazione non può essere intesa come chiusa su se stessa e di natura organicista, bensì come realtà sociale dinamica in continuo evolversi e divenire, ma come aperta verso l'esterno a scambi e ad influenze, aperta al dialogo ed al mutuo sostegno, in un mondo in cui le diversità culturali costituiscano un elemento di arricchimento per l'intera umanità (a cui un senso di appartenenza da parte di tutti gli esseri umani non dovrebbe mai venire meno) anziché un pretesto per odî, rancori, diffidenze e massacri sciovinisti. Similmente la nazionalità andrebbe intesa non secondo criteri di ius sanguinis, quanto piuttosto di ius soli (ossia per nascita su un determinato territorio) e di ius decisionis, vale a dire che la nazionalità è anche un carattere anche ascrivibile da parte di chi, nel corso della propria vita, sceglie di vivere in una determinata terra inserendosi nelle relazioni sociali che ivi si svolgono e prendendo quindi parte alla più generale vita di una comunità.[2]

Le nazioni così descritte sarebbero il principale soggetto attorno a cui si svolgerebbero e svilupperebbero le principali dinamiche e relazioni internazionali.



3.2 Federalismo libertario: comunato ed altre aggregazioni sociali


Attorno alle nazioni si delineerebbero – a vari livelli sia inferiori sia superiori – altri tipi di aggregazioni sociali. Attraverso un federalismo libertario dal basso diverse municipalità (corrispondenti a città, villaggi e paesi, o anche all'aggregazione di diversi centri urbani limitrofi) si aggregherebbero in un comunato (corrispondente, per dimensioni, approssimativamente alle attuali regioni amministrative italiane e francesi). Più comunati costituirebbero una nazione, mentre le nazioni si federerebbero sia in confederazioni regionali (corrispondenti approssimativamente agli attuali Stati-nazioni, i quali, fatto salvo quanto si è detto sopra, hanno solitamente, almeno ad un livello secondario, comuni elementi linguistici, storici e culturali, per quanto meno definiti che internamente alle nazioni), sia a livello continentale (l'Europa, per esempio), sia a livello mondiale. Per la definizione dei diversi compiti spettanti alle diverse aggregazioni, ci si rifarebbe ad un principio di sussidiarietà, per il quale le decisioni e la soluzione dei problemi verrebbero assunti al livello più basso al quale è possibile operare, delegando i compiti alle aggregazioni sociali sovraordinate quando questi non fossero risolvibili ai livelli più bassi o abbiano un interesse generale. E' evidente che in un tale sistema nulla sarebbe definito a tempo indeterminato sull'individuazione dei soggetti cui spettino particolari competenze, per cui sarebbe probabile che stesse determinate decisioni o procedure di risoluzione di problemi verrebbero assunte ora ad un livello, domani ad un altro, a seconda delle reali esigenze materiali che verrebbero in essere.

Municipalità, comunati e nazioni, così come altre istanze, prenderebbero le decisioni attraverso dei consigli ai vari livelli costituiti da delegati revocabili in qualsiasi momento, eleggibili a condizione della pregressa propria volontà di candidarsi e sussistendo per ciascuno di essi criteri di dignità morale socialmente condivisi.



3.3 Per l'autonomia delle comunità umane

Con tale quadro d'insieme verrebbe garantita l'autonomia di tutte le comunità umane: anche per quanto riguarda il campo economico, similmente ai meccanismi attraverso cui verrebbero prese le decisioni, vigerebbe un sistema che si fonda su criteri di sussidiarietà: la produzione e lo scambio avverrebbero seguendo uno schema di cerchi concentrici per cui in genere le attività economiche sarebbero svolte all'interno degli aggregati più piccoli fin tanto che sia possibile; quando questo non fosse possibile in un determinato ambito territoriale più ristretto, ad esempio perché mancano le materie prime o un prodotto finito, in tal caso si passerebbe all'ambito territoriale direttamente superiore, e così via.

Una prospettiva socialista libertaria che tenga in debito conto l'autonomia di ogni comunità umana e l'esigenza umana di avere legami comunitari garantirebbe un livello sostanziale ed effettivo di democrazia diretta, dal momento che i gruppi sociali che compongono tali comunità deciderebbero, senza subire troppi condizionamenti dall'esterno e da piani percepiti come a loro sovradimensionati, essi stessi, su piccola scala, cosa e quanto produrre, nonché come impostare la vita generale. La prospettiva di uno Stato-Amministrazione su scala planetaria come sostenuta ed auspicata da alcune correnti marxiste, in particolar modo dalla sinistra comunista (Bordiga, Damen, Pannekoek), non tiene conto che una produzione globalmente pianificata sarebbe inconciliabile con le categorie di autogestione e di democrazia diretta, che a loro volta sostanziano un vero potere in mano ai lavoratori umanamente considerati, ossia inseriti in un contesto comunitario, con proprie esigenze culturali e con proprie aspirazioni, e non astratti e considerati planetariamente come proletariato (solo) internazionale. L'imposizione di esigenze dall'alto, cioè pianificate razionalisticamente su scala planetaria, non sarebbe comprensibile dalle persone che vivono nelle reali differenti comunità umane. Inoltre una pianificazione della produzione su larga scala che abbia di vista esclusivamente le esigenze generali e non quelle particolari (delle comunità umane realmente esistenti) potrebbe portare a seri problemi anche per quel che riguarda la sostenibilità ecologia e l'impatto ambientale: se ad esempio il Nord America fosse incaricato di produrre solo cereali e l'India di produrre solo riso, i rispettivi territori si impoverirebbero per il deterioramento dell'humus causato dalle monocolture. E', in sostanza, sbagliato un approccio tendente a liberare una classe astraendola e considerandola globalmente, mentre si snobbano i temi della sovranità delle comunità formate dai lavoratori reali che in esse realmente vivono.



3.4 Stato ed organizzazione sociale

Ogni ceto dominante che nel corso della storia ha affermato il suo potere e il proprio sistema di produzione, sostituendoli a quelli di un'altra, si è caratterizzato per un diverso assetto amministrativo costituente l'organizzazione generale della società. Lo Stato, l'organizzazione statuale della società, non è chiaramente sempre esistito, ma, nella forma moderna in cui lo conosciamo oggi si afferma nel 1648 con la Pace di Westphalia, che pose fine alla guerra dei trent'anni, e può essere considerato come il portato dell'affermazione al potere (economico ancor prima che politico tout cour, per il quale bisognerà aspettare invece oltre un secolo) della borghesia. Il potere della classe nobiliare storicamente precedente a quello borghese si espresse invece, per la maggior parte del suo corso storico, con altre forme di organizzazione politica, quali il binomio Impero-Papato (i "due soli", spesso in contrapposizione ma sostanzialmente funzionali al mantenimento di un certo ordine sociale) e con un diverso assetto amministrativo, il feudo.

E' quindi ragionevole ritenere, guardando indietro alla Storia, che ogni volta che avviene un “cambio di potere” (inteso non a livello di “beghe” tra mere fazioni avverse, ma nel senso di ceti/classi che ne sostituiscono altri) e si afferma un diverso sistema di produzione, possa/debba avvenire un cambiamento radicale nelle stesse forme di organizzazione sociale.

Il "peccato originario" dei bolscevichi a questo proposito fu quello di voler esautorare una certa classe dominante conservando tuttavia molte delle strutture e delle istituzioni ereditate dal precedente sistema zarista (che timidamente stava trasformandosi in sistema liberale borghese). Furono così conservate le istituzioni di Stato, apparato burocratico di governo, tribunali, forze dell'ordine (da un certo punto anche elementi del sistema economico capitalista, come innegabilmente sono nella Nep)[3]. Così il modello bolscevico dell'Unione Sovietica ha informato ed informa tuttora l'immaginario collettivo di gran parte del “movimento”; sul suo modello è stato inteso ed attuato il socialismo, generandone probabilmente le contraddizioni che ne hanno portato ad una grave crisi in gran parte del globo.

Eppure fino alla rivoluzione d'ottobre e, in vero, negli anni immediatamente successivi, erano ancora forti le correnti di matrice socialista che propugnavano diversi modelli di organizzazione complessiva della società, sostanzialmente tutti accomunati dalla previsione di un'organizzazione federale dal basso che facesse da sintesi a realtà territoriali di autogoverno diretto. Senza pensare chiaramente ad un'infantilistica e nichilistica distruzione delle stesse strutture di potere al posto delle quali sostituire il nulla assoluto o una fideistica fiducia nella “bontà naturale” degli esseri umani, a queste si potrebbero invece sostituire strutture diverse che in diverso modo svolgano le funzioni corrispondenti. Come modelli ad esempio si potrebbe citare la “repubblica dei sindacati” proposta dai sindacalisti rivoluzionari, la federazione di comuni di villaggio teorizzata dai social-rivoluzionari russi, le “repubbliche dei consigli”, le federazioni di produttori, e via dicendo, oltre che rifarsi ad esperienze storiche da cui attingere spunti interessanti, sia storicamente distanti nel tempo, come le comunità degli anabattisti e di altri movimenti cristiani ereticali al di fuori/alternative allo Stato, sia più vicini a noi, ossia del secolo appena trascorso, dall'Ucraina dei consigli di Makhno alle esperienze di autogoverno nei villaggi liberati da anarchici e “pumisti”[4] durante la rivoluzione spagnola, fino alla breve esperienza del Sangiaccato di Cumantsa nel 1918.[5]

Non si tratta quindi di sostituire l'organizzazione statuale della società con un generale disordine stirneriano del tutti contro tutti, ma con una nuova organizzazione sociale che potenzialmente funzioni anche meglio delle precedenti.





[1] A. Lacroix, Oeuvres Posthumes De P. J. Proudhon, France Et Rhin, ed. Paris:, Verboeckhoven et Companie (1868).

[2] Una concezione simile sull'acquisibilità della nazionalità tramite la volontaria scelta dell'individuo di inserirsi e vivere in un contesto diverso da quello in cui è nato, è riscontrabile in alcune realtà indipendentiste dei Paesi Baschi e della Sardegna. In generale rispecchia, come si diceva, una concezione di nazione aperta ad influssi esterni e non racchiusa organicisticamente su se stessa.

[3] A tal proposito su bolscevismo ed Unione Sovietica si veda: Nestor Makhno, La rivoluzione anarchica e altri scritti (a cura di) Federico De Palo, M & B Publishing, Milano 2005.

[4] I “pumisti” erano gli appartenenti al Partido Obrero de Unificación Marxista (POUM), partito trozkista sui generis fondato nel 1935 che partecipò alla rivoluzione spagnola dalla parte degli anarchici della FAI-CNT.

[5] per quanto storicamente forse poco nota, della vicenda del Sangiaccato di Cumantsa parla Peter Lamborn Wilson (Hakim Bey) nel saggio A Nietzschean Coup d'État in Escape from the Nineteenth Century and other essays, ed.Autonomedia, pagg. 143-196, 1998.

[7] I “pumisti” erano gli appartenenti al Partido Obrero de Unificación Marxista (POUM), partito trozkista sui generis fondato nel 1935 che partecipò alla rivoluzione spagnola dalla parte degli anarchici della FAI-CNT.

[8] per quanto storicamente forse poco nota, della vicenda del Sangiaccato di Cumantsa parla Peter Lamborn Wilson (Hakim Bey) nel saggio A Nietzschean Coup d'État in Escape from the Nineteenth Century and other essays, ed.Autonomedia, pagg. 143-196, 1998.

 

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Data Creazione/Modifica: 27-01-09

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