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Stava riuscendo
a far risalire la china al partito. Tenacemente, un passo alla volta, ma sempre
un passo avanti. Ora però la bufera giudiziaria che si è abbattuta sul Pd
rischia di vanificare il lavoro di Veltroni. L'ultimo sondaggio riservato è
arrivato a largo del Nazareno l'altro ieri e ha destato un primo, forte, segnale
d'allarme. Dopo le vicende di Napoli e Firenze il partito è calato di due punti
e mezzo in percentuale nel giro di una settimana: dal 30,5 è tornato a quel 28
da cui il segretario lo aveva allontanato già alla fine d'ottobre.
Ed è vero che Veltroni continua ad avere un indice di gradimento più alto del
suo partito — è sopra del 9,3 rispetto al Pd — ma questa è una magra
consolazione per un segretario che aveva cominciato a vedere la luce fuori dal
tunnel della sconfitta elettorale e che ora deve ricominciare tutto daccapo. E
così anche la direzione del 19, che per il leader si profilava come una
passeggiata, visto che i dalemiani sembravano propensi a non dare battaglia, ma,
piuttosto, a siglare una tregua, potrebbe diventare più insidiosa del previsto.
Un sindaco grande amico di Veltroni che si incatena davanti a un giornale senza
neanche avvertire il leader, un presidente di Regione che si rifiuta di
dimettersi e di andare al chiarimento con il suo segretario, un candidato a
primo cittadino di Firenze indagato che voleva ugualmente partecipare alle
primarie (che però dopo gli ultimi fatti verranno sospese), un documento che
chiede ai vertici del Pd di cambiare registro che è stato elaborato da alcuni
parlamentari dalemiani, Gianni Cuperlo e Barbara Pollastrini in testa, ma è
firmato anche da un gruppetto di deputati veltroniani... Ecco, questi sono i
segnali allarmanti che prefigurano il rischio balcanizzazione o di partito «fai
da te» per il Pd.
Senza contare che la ormai stucchevole contesa Veltroni-D'Alema, invece di
cedere il passo, viste le altre emergenze, resta lì sospesa sopra il Pd. Ne è
convinto Peppino Caldarola, il quale, anzi, ritiene che la guerra tra il
segretario e l'ex ministro degli Esteri si svolga adesso anche a colpi di
inchieste e indagini. E infatti sul Giornale di ieri Caldarola scriveva che
Veltroni, «quasi vent'anni dopo Mani Pulite», pensa di «costruire la propria
fortuna e di liquidare il suo amico-nemico» D'Alema con «la definitiva battaglia
per la questione morale». Una battaglia che a Caldarola ricorda quella «finale
contro Bettino Craxi» che venne condotta da Achille Occhetto negli anni,
appunto, di Tangentopoli. In questo clima i dirigenti del Pd sembrano
convincersi che dietro le loro sventure si celi una sorta di complotto. Come
spiega il segretario organizzativo del partito Beppe Fioroni, che, dopo
l'inevitabile premessa («i magistrati stanno facendo il loro mestiere»), si dice
«preoccupato per le strumentalizzazioni pesantissime che vengono fatte su queste
vicende». E non si tratta solo delle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, che
l'esponente del Partito democratico liquida così: «Il Cavaliere è come il bue
che dice cornuto all'asino».
C'è anche Gelli, che «ha detto che bisogna eliminare Veltroni». Dunque? Dunque,
secondo Fioroni e tutti i più alti dirigenti del centrosinistra, «è in atto
un'offensiva contro il Pd da parte dei poteri forti di questo paese a cui il
nostro partito dà fastidio: loro vorrebbero che tornasse a essere una cosa tipo
ex dc ed ex pci». Anche il segretario è convinto che ci sia chi voglia
«attaccare il Pd e metterlo all'angolo». Ma è altrettanto convinto che il Pd non
esploderà e che anzi c'è il modo e il tempo per farlo ripartire. A patto che si
porti avanti «un'iniziativa politica innovatrice». Ed è questo che Veltroni
proporrà alla direzione del 19, dettando la piattaforma programmatica del "suo"
Pd, con «chiarezza», perché non possano esservi dei "ni", ma solo dei sì o dei
no. Certo ora tutto è più difficile. Ed è probabile che in quella riunione si
sentiranno le critiche di chi, come Gianni Cuperlo, ritiene che il partito non
c'è ancora e che «bisognerebbe costruirlo»..
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