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ROMA — Tra il
2004 e il 2006 i corsi delle nostre università, spesso al centro di polemiche e
di analisi impietose, hanno attratto un 20 per cento in più di studenti di altre
nazionalità: da 40 mila a 48 mila. Il 2006, per quanto riguarda la capacità del
nostro sistema universitario di richiamare iscritti d'oltrefrontiera, è stato un
anno di svolta. Il numero dei giovani stranieri che hanno deciso di formarsi in
Italia ha superato quello degli italiani che si sono iscritti ad un ateneo
d'oltreconfine. Nel 2004 infatti il numero dei nostri ragazzi che emigravano per
ragioni di studio superava di 4.251 unità quello degli stranieri che
frequentavano le nostre università.
In buona sostanza eravamo fuori dal novero dei Paesi sviluppati: nell'Ocse solo
l'Italia attirava meno studenti di quanti ne uscivano. Nel 2006 gli arrivi hanno
oltrepassato di 8.501 unità le partenze. Numeri molto piccoli se si tiene conto
di un flusso mondiale di due milioni e 700.000 studenti universitari che
studiano all'estero e che valgono 30 miliardi di euro. O se si guarda a quanto
accade in Europa. Ma quei dati segnano un'inversione di tendenza. Nella «guerra
globale per i talenti» qualcosa si sta muovendo anche nei nostri atenei? È
quanto sembra emergere da un'indagine sulle università italiane nel mercato
globale dell'innovazione condotta da «Vision», un «pensatoio» indipendente che
produce ricerche sociali e politiche (il rapporto sarà presentato il 20 alla
Camera, Palazzo Marini, alla presenza del ministro dell'Istruzione Mariastella
Gelmini). L'aumento delle iscrizioni di studenti stranieri non è solo una
curiosità statistica, un motivo di orgoglio per il nostro mondo accademico che
all'improvviso si scopre un po' più competitivo. Quei laureati, una volta
tornati a casa, manterranno vivo per molti anni un legame con la cultura, le
competenze e le capacità produttive del nostro Paese.
Nei primi dieci posti per la presenza di studenti stranieri(in rapporto agli
iscritti e non in valore assoluto) troviamo il Politecnico di Torino seguito da
Bocconi, Trieste, Politecnico di Milano, Urbino, Bologna, Trento, Genova,
Camerino, Brescia, Verona e Firenze. Il saldo tra studenti universitari
stranieri in arrivo e in uscita — 8.501 giovani immigrati nel 2006 — è poca cosa
se paragonato a quello degli Stati Uniti (535.492) dove tuttavia tra il 2000 e
il 2006 si nota un calo pari al 5 per cento. Ma le distanze restano forti anche
se ci confrontiamo con i nostri diretti competitori europei: Regno Unito
(305.051), Germania (183.122), Francia (181.730), Belgio (35.469) o Spagna
(24.138). «Vision» giunge alla seguente conclusione: «Mentre Francia, Germania e
Regno Unito sono abituati ad avere più del 10 per cento dei propri studenti che
sono stranieri, la media italiana è del 2 per cento». C'è la difficoltà della
lingua. L'Italiano non è un idioma veicolare, anche se nei migliori atenei sta
aumentando l'offerta di corsi in lingua inglese. La maggiore difficoltà sembra
però essere un'altra, almeno secondo l'indagine condotta da «Vision» nel
Politecnico di Torino tra ricercatori e studenti di master per lo più colombiani
e cinesi: il 60 per cento ha espresso un giudizio negativo sulla nostra
burocrazia e il 32 per cento sulle normative in merito agli immigrati. «Una
sorta di selezione al contrario — conclude lo studio — attraverso la quale
riduciamo l'emigrazione togliendo la parte migliore».
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