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#Cinema & Teatro

Western da Solisti;

Dopo la trilogia colizziana la coppia decide di perseguire la strada del western con qualche film di rottura col genere che l’ha resi famosi: il biondo terence, interpreterà La società del malessere un turgido melodramma che vanta un curioso cast, Don Backy (che farà anche le musiche), Frank Wolff, Tano Cimarosa, Rossana Krisnan, Gabriele Tinti e Zecchinetta de Il giorno della civetta , film dove risulta memorabile nell’interpretazione.

Anche Il vero e il falso,’71 rappresenta per Hill un moyen per imporsi come attore drammatico, ma non riesce ad avere lo stesso successo come con il western. Il ritorno all’ancienne regime è inevitabile.

La collera del vento, curioso western “attivista” diretto dallo spagnolo Mario Camus: siamo nel 1971, in pieno fermento sociale , il cinema si fa sempre di più allegoria. In un villaggio di contadini l’arrivo di Marcos (Hill), taciturno forestiero, mette in subbuglio la popolazione. L’uomo viene prima scambiato per il “messia” da tempo atteso, un uomo che risvegli le coscienze e restituisca la dignità agli abitanti, oppressi e sfruttati da alcuni signorotti locali, fra i quali Don Antonio(Fernando Rey) ne rappresenta l’anima più capitalistica e sfruttatrice. Grazie anche alla persuasiva presenza di Soledad (Maria Grazia Buccella), padrona della locanda ed ex amante di Don Antonio, Marcos infine deciderà di fare la cosa giusta. Film atipico e ambizioso questo di Camus, che sfrutta i luoghi comuni dell’immaginario del genere per comporre una parabola sulla presa di coscienza civile e la lotta di classe. L’intento metaforico è però troppo scoperto, didattico. Il ritmo lento e meditativo viene riscattato parzialmente da una insolita cura per i dettagli scenografici e per i primi piani di volti rassegnati ed emaciati, mentre riserva ai protagonisti uno status prettamente simbolico: impassibile Hill, come è nel suo stile, mentre Fernando Rey è già un’icona borghese prima dell’incontro con Luis buňuel. Citazioni shakespeariane ardori ribellistici, scioperi ribellistici, comizi e vili aggressioni: in La collera del vento si respira l’aria ingenua degli anni settanta più militanti e poco propensi alle lepidezze. Fallito il tentativo di affermarsi come attore drammatico, Hill ritorna a collaborare con il vecchio Clucher nel film …e poi lo chiamarono il Magnifico. Hill è Thomas More, visconte di Essex, in trasferta negli Stati Uniti per trovare il genitore rifugiatosi là per dissensi con la corona britannica. Dal suo arrivo negli States l’uomo aveva condotto, con l’appellativo di “inglese”, una lucrosa attività criminosa a capo di una banda formata da Bull il Gigante ( Gragory Walcott), Joe il predicatore(Harry Carey jr) e Monkey( Domenic Barto), prima di spirare in un bordello Tucson fra le braccia d’una prostituta irlandese. Gli ex membri della banda si ritrovano adesso un europeo erudito da svezzare al tempo stesso devono tenere a bada le mire espansionistiche di un allevatore di bestiame, che ha messo gli occhi sulla terra ereditata da Thomas, e i propositi bellicosi del suo braccio destro Morton (Riccardo Pizzuti), puntuale icona dei fagioli movies.

Scritto dallo stesso Barboni, il film offre una gradevole variante sociale alle canoniche avventure fracassone e sgangherate deldinamico duo. Girato in esterni nel suggestivo Parco nazionale dei laghi di Plitvice, in Crozia, …e poi lo chiamarono il Magnifico descrive, nelle già classiche e poi abusate cadenze farsesche codificate da Clucher per i personaggi di Trinità e Bambino, la metamorfosi di un damerino in un infallibile pistolero. Hill offre al personaggio la congenita eleganza dei suoi tratti e delle sue movenze da gatto, reggendo bene la scena pur orfano del colosso napoletano,( cui Walcott tenta invano di imitarlo), mentre Clucher orchestra con sufficiente brio e inventiva le gag fra due mondi antiteci – quello pregno di poesia e bon ton del Vecchio Continente, e quello volgare, aggressivo e zotico del Far West – fa inevitabilmente scaturire. I tre rozzi ribaldi, maneschi e analfabeti, si improvvisano virili pedagoghi nel tentativo di forgiare il tenero carattere di Thomas, che accetta il ruolo di allievo per amore della bella candida(Yanti Somer). Notevoli Sal Borgese e Alessandro Sperli nei panni di due Bounty Killer afflitti da una corrente “emicrania da tavolo”, (guardare il prologo per capire).

L’anno successivo Terence Hill gira Il mio nome è nessuno del ’72, diretto da una valente artigiano come Tonino Valerii, è uno dei più celebri exploit dell’aitante Mario Girotti in assenza del suo pingue collega anche grazie al ruolo di coprotagonista di Henry Fonda.

Nessuno (Hill) è un giovane e abile westerner , tanto pronto alla beffa quanto alla dimestichezza con la colt. Quando incrocia sulla strada il leggendario Jack Beauregard(Fonda), lo tallona per convincerlo a un’ultima impresa che gli permetterebbe l’ingresso ufficiale nei libri di storia: affrontare la famosa banda: ” Mucchio selvaggio , composta da centocinquanta uomini , che terrorizza alcuni stati dell’Unione. Dopo aver salvato la vita a Beauregard, Nessuno lo convince ad affrontare il branco. Ma sarà un finto duello finale a permettere al veterano di ritirarsi definitivamente e a Nessuno di prenderne il posto.

La pellicola combina felicemente scelte stilistiche e tematiche eterogenee: se la dilatazione dei tempi e l’ossessione dei tagli rimandano inequivocabilmente a Sergio Leone - peraltro presente sul set – (il lungo prologo scandito dal ticchettio di un orologio cita altrettanti incipit del regista romano), la figura malinconica e solitaria dell’anziano pistolero tratteggiato da un impeccabile Fonda, cui funge da contrappunto il tono scanzonato e ribaldo della performance di Hill, dichiara il suo debito nei confronti delle atmosfere dei coevi western statunitensi, oramai non più in auge come un tempo. Del resto il film è fitto di affettuosi omaggi cinematografici, tra i quali spiccano Sam Peckinpah (oltre all’epiteto della banda, una tomba reca il nome del grande regista),e addirittura a Orson Welles (la sequenza degli specchi richiama il finale della Signora di Shangai). Il rapporto ambivalente e in perenne evoluzione tra Nessuno e Beauregard costituisce uno dei motivi e di maggior fascino della pellicola: l’ammirazione ostinata del giovane si scontra con la misantropia del suo idolo, l’indole giocosa ed estroversa dell’uno contro il carattere schivo e serioso dell’altro. Giocato per immagini, Il mio nome è Nessuno si impone come fascinoso canto funebre del mito della Frontiera, profondamente diverso dalle incursioni farsesche di Hill nel genere. Di culto assoluto, comunque, la storiella dell’uccellino da lui raccontata.

Gli anni settanta sottolineano Bertolino-Ridola, “risultano il tramonto del Western all’amatriciana: lo sfruttamento indiscriminato e l’inevitabile evoluzione nei gusti del pubblico lo hanno ridotto a rango di anacronistico, nostalgico veicolo per sporadiche incursioni autoriali.” Il 1975, per esempio, è l’anno dell’innocuo Un genio, due compari, un pollo, pellicola che segna il ritorno alla regia di Damiano Damiani sui luoghi del selvaggio West, benché depurata di ogni scoria militante rispetto al precedente Quien Sabe? Il regista, che non disdegna coniugare lo spettacolo con un encomiabile rigore civile, si misura su un terreno a lui poco consono, affidandosi all’indiscusso fascino di Terence Hill, nel suo ultimo ruolo di pistolero prima del ritorno – a distanza di oltre quindici anni – prima con il fumettistico Lucky Luke e quindi con l’ultimo film della coppia Botte di Natale.

Hill in Un genio, due polli, due compari, veste qui i panni di Joe Thanks, avventuriero svelto di mano e di cervello, che si allea con la sciantosa Lucy( la francese Miou Miou)e Locomotiva Bill (l’attore compositore canadese Robert Charlebois), un artista da circo dalla mira quasi infallibile, per sottrarre trecentomila dollari destinati dal governo ai pellirossa ma che il disonesto maggiore Cabot (Patrick Mc Goohan), comandante della guanigione di Fort Smith, vuole tenere per se.

Scritto dal regista con Ernesto Gastaldi, il film, uno dei migliori fra gli “appena” dodici spaghetti western girati nel quadriennio 1975-78, ripercorre le classiche rotte della commedia scanzonata e paradossale, dominata dal perfido carisma dell’inglese McGoohan ( protagonista negli anni Sessanta di Il prigioniero serio tv divenuta poi oggetto di vero culto), in ruolo per lui inusuale.

Damiani, regista che ha poca dimestichezza con le sfumature, eccede in surrealismo, mettendo in scena una violenza così iperbolica che arriva a irridere le leggi stesse della fisica – nella sequenza del duello con Klaus Kinski la colt di Hill esce da sola dalla fondina! – ma non sfrutta a dovere gli attori e le circostanze , in primis il sottile duello di astuzia fra Joe e il bieco maggiore.

Bud Spencer di par suo, alterna film polizieschi con western mettendo in mostra la sua iconografia di “Ercole Moderno”, come lo apostrofa Michele Giordano, i suoi muscoli esplodono come una mitragliatrice e annientano a suon di sganassoni chiunque vi si trovi davanti. Il regista Maurizio Lucidi, si affida a Marco Ferreri come sceneggiatore, in arte Rafael Azcona, e dirige un simpatico Spencer-movie, Si può fare …amigo! Affiancando al Pedersoli nazionale due attori del valore di Jack Palance e Francisco Ribal, oltre all’enfant prodige Renato Cestié.

Spencer è Coburn, un simpatico avventuriero che vince la solitudine parlando al cavallo Ronfone. L’uomo è tallonato da Sonny (Palance), convinto che il primo abbia sedotto e abbandonato la sorella Mary ( Dany Saval) e deciso prima ad ammazzarlo, ad imporgli le nozze riparatrici. Sulla sua strada Coburn incontra Chip (Cestié) un ragazzino sveglio orfano di zio che da un documento in suo possesso risulta erede della Casa del pozzo, un ranch alle porte di Wasteland. Qui spadroneggia Franciscus ( Rabal), giudice, sceriffo e pastore della piccola comunità, che vuole mettere le mani sulla proprietà di Chip. Gli scenari sono quelli consueti dell’arida Almeria spagnola, le cadenze quelle inequivocabili di un classico prodotto per famiglie, film per tutte le età. Lucidi procede lungo solchi così battuti e profondi da rischiare di rimanervi intrappolato dentro, e per evitare ciò introduce un paio di riusciti artifizi narrativi. Il primo, reiterato e rituale, riguarda Coburn/Spencer, che, ogniqualvolta si presenta la necessità di scaldare le mani, inforca un paio di occhialini (“perché mi aiutano a pensare”), creando un gustoso contrasto fra il suo inedito aspetto intellettuale e le manesche conseguenze del suo gesto. IL secondo, meno originale ma di sicuro effetto, nasce dall’idea di unire un burbero a un bambino ovverosia il grossolano Spencer al biondo Cestié, facendoli interagire lungo l’intero arco del film con risvolti immaginabili.

Il rude Bud, incassa molti più destri e sinistri rispetto al suo standard abituale e continua a portare avanti quel personaggio rozzo e irascibile ma in fondo bonario e fatalista che diventerà presto il suo biglietto da visita. Diverte il personaggio di Palanca, che con il suo carro di “vallette” (le Sonny’s Girls) tenta in tutti i modi di liberarsi dalla logorroica sorella scaricandola al povero Coburn, il quale picchia sempre con un certo vigore, fra gli altri, gli immancabili stunt, Luciano Catenacci, Sal Borgese. Grande scazzottate sul finale, troppo lunga e ripetitiva, sotto una pioggia di petrolio, e comparsata per una Dalila Di Lazzaro nei panni di una ragazza cancan. La canzone “Can be done” è cantata dal mitico Rocky Roberts.

Una ragione per vivere una per morire del ’72 è l’ultimo, e forse il più solido, tra i western “seri” interpretati dal solo Spencer, per l’occasione affiancato da star del calibro di James Coburn e Terry Savalas e diretto dalla salda mano di Tonino Valerii, sia pure meno ispirato che nel coevo Il mio nome è nessuno, 1862: la legge marziale è promulgata nel Nuovo Messico. Il colonnello nordista Pembroke (Coburn), espulso dall’esercito per pretesa codardia, interrompe l’esecuzione di Eli Sampson (Spencer) e di altri nove criminali per condurli in un impresa mortale: la presa di Fort Toleman, consegnato ai confederati dello stesso Pembroke sotto la minaccia di perdere il figlio per mano del crudele maggiore Ward( Savalas), che non aveva poi esitato a fucilarlo. Dopo qualche moto di ribellione, il gruppetto di dieci attraversa il territorio sudista fingendosi un gruppo di agenti in missione speciale.

Eli si presenta al forte travestito da soldato e apre la strada ai suoi compagni d’avventura, che si fanno largo tra esplosioni e colpi di pistola.

Pur lentamente decimati, prendono possesso del fortino, dove Pembroke ha modo di consumare la propria vendetta. Le atmosfere e le suggestioni narrative sono quelle che ben conosciamo: le ultime eco della guerra di Secessione, la città fantasma, la legge della Colt, l’anarchia dilagante. Altrettanto caratteristici risultano i protagonisti: un pugno di criminali incalliti scampati alla forca e un ufficiale tradito in cerca di riscatto e vendetta. Secondo uno schema collaudato, i caratteri dei personaggi si rivelano gradatamente nel corso del film, finendo per trovare nella missione loro imposta una ragione di vita, che costituisce anche un valido motivo di sacrificio.

Valerii riesce ad illustrare con sapienza tale percorso psicologico senza perdere di vista la spettacolarità dell’azione. Spencer riveste un ruolo di rilievo: quello del bandito che per primo concede la propria fiducia al colonnello a capo della missione e si espone in prima persona per consentire l’ingresso degli uomini nel forte.

Coburn interpreta un ruolo tormentato, mentre quello impersonato da Savalas presenta inedite sfumature omosessuali. Tra le sequenze più riuscite, quella in cui Spencer convince un intero paese che la guerra è finita per salvare i suoi compagni, e tutta la parte della presa del fortino.

 

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Data Creazione/Modifica: 08-02-09

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