“In un tempo
in cui i poeti avevano dimenticato la loro origine epica, forse il dovere di
essere epici, il western Hollywoodiano ha assolto, per il mondo, quel
dovere”…Queste sono le frasi di Jeorge Luis Borges oppure “Il western…un
genere americano per eccellenza” così pronunciò André Bazin grande critico
cinematografico e fondatore dei famosi Cahiers du Cinéma françaises.
In queste due dichiarazioni, prima della definizione del genere, risulta
evidente un dato, e cioè che il cinema western è tipicamente americano e non
un fenomeno europeo, (almeno agli inizi), secondo il Western è un genere che
viene spesso confuso con il cinema d’avventura, in quanto nella sua natura
ontologica, implica l’azione, il movimento, l’attraversare nuove terre, il
dormire accompagnati dal tenero focolare dove il pistolero si prepara il cibo,
il calar della notte e il fido destriero unico vero amico dell’eroe del nuovo
mondo.
Altro elemento, non di basso spessore, che lo accomuna con il genere
avventuroso, è l’epicità, il tema del viaggio, il desiderio di conoscere nuovi
posti quel desiderio di sete e conoscenza che c’era nell’odissea di Omero e
nel giovane e astuto Ulisse.
Quindi cos’è il western? Quali sono i personaggi, i luoghi tipici? Queste sono
le questioni che andremo ad affrontare procedendo per gradi, come sempre.
In un giorno qualsiasi del 1925, uno spettatore americano decide di andare al
cinema, e sceglie di andare a vedere un film “western”.
Questa banale decisione implica per lui l’esistenza d’un genere che può
menzionare. Anche dieci anni prima avrebbe potuto scegliere un film
dall’azione ambientata nel west americano, ma a quell’epoca l’impiego
sostantivato della parola “western” non era diffuso e il nostro spettatore non
avrebbe certo avuto una precisa consapevolezza dell’esistenza di tale genere.
Nel 1925, la situazione era cambiata. In quell’anno vennero distribuiti
duecentoventidue lungometraggi e ottantadue cortometraggi che avrebbero potuto
chiamarsi western. La maggior parte di essi proponeva cavalcate, cavalieri
protagonisti di vertiginosi cadute dall’alto di una rupe, pochi morti, ma
svariate situazioni comiche, un eroina che ereditava un ranch e che un
“cattivo” con tanto di baffi voleva sposare insieme ai suoi beni, un eroe (il
capomastro del ranch) il cui cavallo avvezzo ai numeri da circo, gli salvava
la vita rodendo le corde che lo tenevano prigioniero, e così via.
Lo spettatore poteva oramai scegliere tra Tom Mix e Jack Holt negli
adattamenti di Zane Grey (Riders of the Purple Sage, Wild Horse Mesa); Art
Acord(The Call of Courage), William Hart (Tumbleweeds) e parecchi altri. Nel
1936, il sonoro era già affermato da anni, e aveva reso polare la figura del
cowboy cantante.
Tra i centotrentacinque western distribuiti in quell’anno, c’erano Red River
Valley con Gene Autry e il suo compagno, Smiley Burnette, Rhytm on the Range
con Bing Crosby (nel gruppo “the sons of the pioneers” che compare nel film,
figura il futuro Roy Rogers), Song of the Gringo con Tex Ritter…
Nel 1947 vengono distribuiti novantacinque western. Lo spettatore americano ha
la possibilità di vedere dei serial come quelli di Hopalong Cassidy o di Cisco
Kid. La moda dei cowboys cantanti volge al termine, ma Gene Autry e Roy Rogers
sono comunque presenti sugli schermi. Duello al Sole esalta la sensualità
dell’animale di Jennifer Jones, mentre Notte senza fine di Raoul Walsh è un
film cupo, dove Robert Mitchum interpreta un personaggio ossessionato dal
ricordo d’un trauma infantile: la psicoanalisi penetra indiscutibilmente i
film sul west americano.
Nel 1958, vengono distribuiti cinquattaquattro western, mentre gli schermi
televisivi trasmettono quaranta serial…Con Furia selvaggia di Arthur Penne
Dove la terra scotta di Anthony Mann, opere decisamente d’autore, il genere va
assumendo una chiara nota tragica: La bionda e lo sceriffo introduce un tocco
parodistico. Nel 1969, tra i venti western distribuiti, lo spettatore
americano può scegliere di vedere John Wayne a fine carriera in Il grinta o
Lee Van Cleef in Ehi amigo…c’è sabato hai chiuso un western italiano di Frank
Kramer di (Gianfranco Parolini); ma può anche optare per Butch Cassidy,
Ucciderò Will Kid o Il mucchio selvaggio, film convulsi e malinconici,
infarciti di effetti manieristici almeno in due dei casi citati .
In televisione è possibile assistere a dodici serial western: nel 1980 , anno
durante il quale vengono distribuiti sei western, tra cui I Cancelli del
Cielo, i serial televisivi si sono ridotti a tre. Ogni volta che il nostro
spettatore andava a vedere un western, questa parola significava per lui
qualcosa di diverso: il tipo di azione mostrata, il corpi, i costumi le
musiche…
Lo stesso spettatore, del resto, non ha mai smesso di cambiare. Riders of the
Purple Sage del 1925 e Furia selvaggia del 1958 non hanno praticamente nulla
in comune. Eppure, tutti sanno, o sono convinti di sapere cos’è il genere
western.
Se si richiedono ulteriori precisazioni, ecco che si cominceranno a sciorinare
situazioni, comportamenti, personaggi, luoghi, e così via.
Quindi è difficile rispondere alla domanda: cos’è il western? Sembra più
facile, invece, dire cos’è un western. Se il genere cinematografico ha qualche
analogia con il gioco di carte in particolare, occorre cominciare mescolando
il mazzo. L’etereogenità delle carte, la diversità “coinvolge tutti gli
aspetti del genere, la logica del genere non è unica, ma plurale”, osserva
Jean Marie Schaeffer a proposito dei generi letterari. Sempre a questo
riguardo, Gerard Genette afferma che ”un certo numero di determinazioni
tematiche, modali e formali ”relativamente costanti e transtoriche”(vale a
dire con un ritmo di varianza sensibilmente più lento di quelli che la Storia
– letteraria e generale – è abituata a conoscere) disegnano in qualche modo il
panorama in cui si inscrive l’evoluzione del campo letterario”.
Sulla base di tali affermazioni, egli prende in esame il genere letterario
dell’autobiografia, per mostrare come si possa dare di esso una definizione
tipicamente aristotelica e rigorosamente atemporale; tuttavia, lo stesso
Genette ammette, subito dopo: < A dire il vero, non sono certo di aver scelto,
con l’autobiografia l’esempio più difficile: indubbiamente sarebbe più
faticoso immaginare Aristotele che definisce il western o la “space opera”.
Dunque sarebbe il cinema a confondere le carte? Il genere viene
tradizionalmente considerato come qualcosa che sfugge alla storia. Al di là
delle trasformazioni, dei mutamenti, rimarrebbe un nucleo permanente,
inattaccabile, nel quale dovremmo cercare l’essenza del genere. Genette dubita
che si possa “scrivere la storia di un’istituzione senza averla prima
definita”; ma tutto dipende forse dall’idea che ci facciamo della Storia.
Secondo tale prospettiva classica, il genere non possiede una prospettiva
diacronica; i generi sono fondamentalmente contemporanei tra loro, la nozione
di genere è puramente strutturale.
In questo senso, un approccio formalista considera il genere un sistema
chiuso, che si alimenta delle proprie varianti e verifica le proprie
possibilità attraverso le trasformazioni che esso produce al suo interno.
Nel Western non esiste un omogeneità di fondo, un nucleo dotato di regole, di
qualità immutabili, e come nessun elemento permetta di tracciare un esatto
confine tra un genere e l’altro. Le presunte componenti del genere, si muovono
emigrano. A tale movimento si vorrebbe contrapporre una definizione statica,
ma tale definizione significa realtà diverse a seconda dell’epoca. Questa
definizione non viene mai prima, ma dopo: si può perfino datare la sua
nascita, che coincide con la nascita del genere. Successivamente, funziona
come elemento discorsivo. Roger Tailleur ha potuto scrivere che il ricorso ad
unico elemento, drammatico, relativo all’abbigliamento o all’ambientazione (un
cappello, una pistola, un deserto), poteva bastare a creare il genere. È ben
poco rispetto alle definizioni aristoteliche.
Il genere è votato alla contaminazione e alla intrusione di fattori
diversi(storici, sociali, culturali). Ogni combinazione produce un
sotto-genere e ogni sotto-genere può possedere a sua volta delle sotto-
categorie. Ogni volta che cambia la combinazione, può prodursi una
trasformazione, così è per il western.
Chi dice western, intende generalmente, con questa parola, un episodio
particolare della storia degli Stati Uniti, la conquista del west.
Il periodo al quale si fa riferimento, il più delle volte, è quello compreso
tra 1860 e 1890: fu allora che i territori finirono di esser conquistati e
coltivati, che le guerre indiane, volgendo al termine, divennero più accanite,
che, infine, ebbe luogo la guerra di secessione.
Il riferimento a personaggi o fatti realmente esistiti non è d’obbligo.
In Sotto le stelle, la cui azione si svolge nel ventesimo secolo, il
personaggio interpretato da un Kirk Douglas accompagnato dai segni più
elementari della westernità(un cavallo, un cappello…)appare immediatamente
come un incarnazione del west. Evidentemente il mito poteva fare a meno della
storia.
Va quindi sottolineata l’insistenza con cui registi e sceneggiatori vi fecero
comunque riferimento.
L’opera potrà narrare un episodio preciso(la costruzione della ferrovia
transcontinentale), la vita di uno o due personaggi storici
contemporaneamente; personaggi ed episodi che non hanno un ruolo
necessariamente di primo piano: si può semplicemente alludere ad essi.
Un avvenimento può fare da semplice sfondo alle avventure di eroi fittizi (
come la sommossa di Pontiac in Gli Invincibili), e un personaggio celebre può
apparire solo per il breve spazio di una sequenza (Lincoln in Il cavallo
d’acciaio, Jesse James in A TimeFor Dying). Molte sono le componenti che
conferiscono una dignità al genere, tra queste, i personaggi che ruotano
all’interno della storia.